L'innovazione è una questione collettiva

L’innovazione è una questione collettiva

di Laura Morelli
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Laura Morelli

Perché ne stiamo parlando
Se considerassimo l’innovazione un piatto, ci sono alcuni ingredienti da cui non si può prescindere affinché la ricetta venga bene. Oltre a risorse, cultura e competenze va aggiunta la collaborazione, soprattutto tra ricerca e impresa.

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Sul Sole24Ore di ieri 31 luglio, un interessante articolo di opinione di Giorgio Metta, Direttore scientifico dell’Istituto Italiano di Tecnologia, riassumeva quelli che possiamo considerare gli ingredienti necessari per un Paese per fare innovazione e di cui l’Italia scarseggia. Tra questi, scrive il direttore, ci sono sicuramente le risorse, che siano pubbliche – l’Italia spende ll’1,4% del Pil in R&S, la media europea è di 2,2% – e private purché siano capaci di “generare filiere, gestire capitale di rischio, sfruttare la proprietà intellettuale e sviluppare l’imprenditorialità”.

Metta include poi nella lista la cultura dell’innovazione, la formazione e la semplificazione legislativa.

Ne aggiungerei un quinto e cioè la collaborazione. L’innovazione, quella vera, quella che ha effetti sull’ambiente circostante, non è una questione privata. E nel caso delle scienze della vita, non è una questione solo di laboratorio. Vanno coinvolte le aziende.

Se lo scoglio è il trasferimento tecnologico, per aggirarlo servono le aziende, non c’è molto altro da aggiungere. E riporto due esempi che abbiamo raccontato nel corso della settimana su INNLIFES che lo dimostrano chiaramente.

Il primo è quello di Electrospider, biostampante 3D di ultima generazione frutto della collaborazione tra uno spin-off dell’Università di Pisa e l’azienda SolidWorld: da Pisa la macchina è arrivata in meno di tre anni negli Emirati Arabi e negli Stati Uniti e ha tutte le carte per rivoluzionare la medicina rigenerativa. Da un lato dunque il know how scientifico specialista, dall’altro una realtà già impegnata nella produzione di stampanti 3D: insieme una super biostampante già internazionalizzata.

La seconda storia è quella della collaborazione tra l’azienda Lutech, attiva nei servizi ICT per la digital trasformation, l’Università degli Studi di Bari e il Politecnico di Milano all’interno del progetto FAIR (Future Artificial Intelligence Research) e alla base di un lavoro di ricerca più ampio e ambizioso, che mira a innovare la diagnosi precoce dell’Alzheimer attraverso l’uso di dati multimodali. In questo caso, Lutech ha messo a disposizione degli atenei la propria esperienza nell’ingegnerizzazione di soluzioni AI e la trasferibilità tecnologica verso il settore sanitario. Proprio la collaborazione tra le due anime – ricerca e industria – ha reso più vicina una diagnosi personalizzata della patologia neurodegenerativa.

Come rendere due storie iniziate in modo spontaneo in qualcosa di sistematico – se non automatico? Chi dovrebbe occuparsi di unire questi due mondi in cui l’Italia eccelle? Sono domande alle quali ogni decisore e ogni soggetto con potere decisionale dovrebbe porsi, per un’innovazione che sia davvero messa a sistema.

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