«Equality is not a dream; it is a decision». Ma servono risorse e volontà politica per non dover aspettare 171 anni per raggiungere la parità di genere

«Equality is not a dream; it is a decision». Ma servono risorse e volontà politica per non dover aspettare 171 anni per raggiungere la parità di genere

di Simona Regina
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Simona Regina

Perché ne stiamo parlando
La parità di genere «non è un sogno, è una decisione», ha detto António Guterres all’Assemblea generale dell’ONU. Ma al ritmo attuale serviranno 171 anni. Dai dati delle Nazioni Unite al report OMS sul gender gap nella sanità: il tema sarà al centro dell’ESG Life Science Forum il 29 settembre a Roma.

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«Equality is not a dream; it is a decision». Lo ha affermato ieri dall’assemblea generale delle Nazioni Unite António Guterres. A 100 giorni dalla scadenza del suo mandato, dal quartier generale di New York, Guterres ha lanciato un appello: smettere di accettare l’idea che il potere debba necessariamente avere sempre lo stesso volto. Quello maschile.

Un monito per il futuro che il segretario generale dell’Onu lancia a pochi giorni dalla pubblicazione del report Gender Snapshot 2026 di UN Women e del Dipartimento degli Affari economici e sociali delle Nazioni Unite.

A quattro anni dalla scadenza dell’Agenda 2030, i progressi verso il conseguimento dell’Obiettivo 5 sono ben lontani dal traguardo. Nessuno degli indicatori dedicati alla parità di genere è attualmente sulla traiettoria giusta per essere raggiunto entro il 2030.

171 anni. È questo il tempo stimato per raggiungere la parità di genere, se non si mettono in atto interventi adeguati per promuovere le pari opportunità. E, a quanto pare, su questo fronte si stenta ad accelerare. Anzi. L’Onu denuncia che a livello globale stiamo arretrando negli sforzi per costruire una società più equa e inclusiva e questo sta mettendo a rischio anche progressi raggiunti nel corso di decenni. Gli stessi organismi nazionali preposti alla tutela e alla promozione dei diritti delle donne sono stati indeboliti (riduzione del personale, tagli al budget, ecc.), con ripercussioni sulla capacità di attuare politiche e portare avanti anche impegni già assunti.

Il divario nella leadership femminile

Le donne rappresentano metà della popolazione, ma detengono ancora solo una piccola parte del potere decisionale. Secondo UN Women, questo divario è legato a stereotipi di genere, mancanza di pari opportunità e investimenti e misure inadeguare per favorire davvero la partecipazione femminile nelle “stanze dei bottoni”.

Focalizzando l’attenzione al mondo delle imprese, a livello globale solo il 6% delle donne è Chief Executive Officer e occupano il 25,1% dei posti nei consigli di amministrazione. E i titoli di studio non bastano a rompere il soffitto di cristallo: sebbene le consigliere vantino con più frequenza lauree e specializzazioni rispetto agli uomini (40,5% contro 33,5%), scontrano una probabilità nettamente inferiore di aver già maturato un’esperienza al vertice aziendale (29,1% contro 41,5%). E anche quando le donne entrano nei CdA, il loro effettivo potere decisionale è inferiore al loro ruolo formale nel 71,8% delle aziende quotate, percentuale che sale all’82,8% nelle imprese di maggiori dimensioni. Dati che testimoniano il persistere del cosiddetto “Gender Power Gap”.

A livello governativo, invece, le donne guidano soltanto il 19% dei ministeri con portafoglio economico o finanziario. E meno del 20% è ai vertici delle Corti supreme. Questo vuol dire che una parte rilevante delle decisioni che incidono su occupazione, economia e diritti resta affidata prevalentemente agli uomini.

«Finché il potere resterà concentrato in istituzioni che escludono sistematicamente le donne, le società continueranno a non esprimere pienamente il proprio potenziale. La parità non può essere raggiunta senza un accesso paritario al potere, perché senza potere la parità non è parità», ha dichiarato Sima Bahous, direttrice esecutiva di UN Women.

Anche sul fronte degli investimenti, il report delle Nazioni Unite evidenzia una profonda disparità nell’accesso ai capitali di rischio e nel finanziamento delle imprese guidate da donne. Nel 2024, soltanto il 2,3% dei finanziamenti di Venture Capital a livello globale è stato destinato a team di sole donne: l’83,6% delle risorse è andato a team di soli uomini e il 14,1% a team misti. Inferiore, inoltre, è il capitale raccolto: il 37,5% in meno rispetto alle imprese fondate esclusivamente da uomini. E, in particolare, se guardiamo agli investimenti nella salute femminile, a livello globale, la salute delle donne attrae soltanto il 6% circa degli investimenti sanitari privati.

Come dire, se fare startup è un’impresa, per le donne è un’impresa ancora più ardua.

L’intelligenza artificiale corre veloce e le donne restano indietro

Il divario di genere riguarda anche la rapida espansione dell’intelligenza artificiale. Mentre gran parte del dibattito pubblico si concentra sulle potenziali minacce per l’umanità, nel futuro, l’impatto dell’IA sulle donne si sta già manifestando adesso, rafforzando stereotipi e disuguaglianze.

Le evidenze raccolte da UN Women mostrano che le disuguaglianze si riflettono già nella marginalizzazione delle donne nell’economia dell’IA: dalla presenza nella forza lavoro ai ruoli di leadership, fino all’accesso alla tecnologia stessa.

Secondo i dati delle Nazioni Unite, gli uomini occupano quasi 8 posti di lavoro su 10 nel settore dell’intelligenza artificiale e quasi 9 posizioni apicali su 10, quelle che orientano lo sviluppo della tecnologia. Le donne rappresentano circa il 22% dei professionisti del settore e occupano meno del 14% delle posizioni di leadership.

E «il futuro dell’IA – ha dichiarato Sarah Hendriks, direttrice per le politiche, i programmi e il sostegno intergovernativo di UN Women – non può essere costruito escludendo metà del talento mondiale. L’intelligenza artificiale trasforma economie, società e la vita quotidiana: la partecipazione paritaria delle donne è fondamentale per la progettazione, la governance e la sua regolamentazione».

Nella sanità le donne guadagnano il 28% in meno al mese

Il divario di genere emerge con particolare evidenza anche nel settore sanitario e assistenziale, uno dei comparti con la maggiore presenza femminile, ma dove l’effettiva parità non è ancora realtà. Nella Regione europea dell’OMS, le donne rappresentano quasi il 77% della forza lavoro, ma guadagnano il 19% in meno all’ora rispetto agli uomini e il 28% in meno al mese.

«Le donne costituiscono la maggioranza delle persone che fanno funzionare i sistemi sanitari europei, eppure vengono pagate meno dei loro colleghi. Un divario che si accumula nel corso della vita lavorativa», ha dichiarato Natasha Azzopardi Muscat, direttrice della Divisione Sistemi sanitari dell’OMS/Europa, commentando i dati del nuovo rapporto dell’Organizzazione mondiale della sanità “Gender pay gap in the health and care sector in the WHO European Region“.

Anche correggendo i dati per quattro fattori (età/esperienza, livello di istruzione, impiego pubblico/privato e orario full-time/part-time), il divario persiste: quello orario scende dal 19% al 6% e quello mensile dal 28% al 10%.

«Le donne vengono pagate meno per lo stesso lavoro e vengono scavalcate nell’assegnazione dei ruoli meglio retribuiti», ha aggiunto.

L’analisi dell’OMS evidenzia infatti che il gender pay gap cresce progressivamente man mano che si sale di livello. In altre parole, se all’ingresso, le donne guadagnano circa il 2% in meno all’ora rispetto agli uomini. Nell’avanzamento di carriera il divario raggiunge quasi il 23%. E, nonostante le donne rappresentino la colonna portante del settore (oltre tre quarti della forza lavoro), occupano soltanto il 55% delle posizioni apicali.

L’OMS denuncia inoltre che quanto maggiore è la presenza femminile in una professione sanitaria o assistenziale, tanto meno questa tende a essere retribuita, anche a parità di competenze e responsabilità richieste.

Cinque interventi per ridurre il divario

Ma invertire la rotta si può. Si deve. E l’OMS/Europa indica cinque interventi. Il primo è rendere obbligatoria la rendicontazione periodica del gender pay gap, rendendo le disparità trasparenti, visibili e monitorabili nel tempo. Il secondo è colmare le lacune nei dati, raccogliendo e pubblicando informazioni sulle retribuzioni disaggregate per genere, professione e etnia, e non soltanto per età e settore.

Serve poi rafforzare la legislazione sulla parità retributiva, accompagnandola con  effettivi meccanismi di controllo, applicazione e sanzione.

L’OMS richiama inoltre la necessità di rimuovere le barriere strutturali che frenano la carriera delle donne, l‘accesso ai ruoli dirigenziali e meglio retribuiti, quali le limitate opportunità di mentoring e il carico sbilanciato del lavoro di cura familiare.

E infine, ribadisce l’importanza di riconoscere il valore reale delle professioni sanitarie e assistenziali, facendo sì che i compensi riflettano le competenze, le responsabilità e l’impatto del ruolo anziché il genere di chi lo ha tradizionalmente svolto.

«Non è un problema complicato da risolvere, è una questione di volontà», ha puntualizzato Muscat. «Sappiamo come colmare il divario retributivo: trasparenza, applicazione delle norme e rimozione delle barriere che impediscono alle donne di accedere ai ruoli senior. Ogni Stato membro della Regione può iniziare oggi».

«La parità di genere non è un sogno. È una decisione»

Anche le parole del segretario generale dell’Onu – «gender equality is not a dream.  It is a decision» – sottolineano che un percorso diverso e più equo è possibile. E per farlo, le Nazioni Unite ritengono necessario rafforzare le istituzioni preposte a promuovere la parità di genere, investire nelle organizzazioni per i diritti delle donne (i finanziamenti internazionali su questo fronte sono calati del 13%, mentre le risorse destinate alle organizzazioni indipendenti per i diritti delle donne hanno subito un crollo del 28% su base annua), contrastare le norme sociali discriminatorie e promuovere una leadership inclusiva.

«I dati non lasciano spazio ad ambiguità: ai ritmi attuali, la parità di genere è lontana 171 anni. Ciò che il Gender Snapshot 2026 mostra è che questo non è inevitabile: è il risultato di scelte, supportate dai dati. Investire nella parità di genere, nelle istituzioni e nei sistemi statistici necessari a monitorare i progressi e a verificarne i risultati non è un costo. È la via più rapida per raggiungere l’obiettivo dell’Agenda 2030 di un potere equamente condiviso», ha dichiarato Li Junhua, sottosegretaria generale delle Nazioni Unite per gli Affari economici e sociali.

Appuntamento a Roma il 29 settembre con l’ESG Life Science Forum

Anche di questo si parlerà martedì 29 settembre, a Roma, in occasione della seconda edizione dell’ESG Life Science Forum (ci si iscrive qui).

Parità di genere: donne ai vertici nel Life Science, a che punto siamo? Saranno Monica Calamai, direttrice generale della community Donne Protagoniste in Sanità, Laura De Dilectis, CEO della startup Viola Walk Home, Elena Paola Lanati, CEO Indicon (editore di INNLIFES) e vicepresidente di Italian Angels for Biotech, Manuelita Mancini, direttrice della Fondazione Giacomo Brodolini, e Patrizia Ravaioli, presidente Leads-Donne Leader in Sanità, a fare un quadro della situazione italiana e ad avanzare proposte concrete per costruire un ecosistema salute più equo e inclusivo.

Con una consapevolezza. Anzi due.

«Per rompere il soffitto di cristallo, bisogna vederlo», come scrive nel libro Scienziate (Raffaello Cortina editore) la senatrice a vita Elena Cattaneo, docente all’Università di Milano, dove dirige il laboratorio di biologia delle cellule staminali e farmacologia delle malattie neurodegenerative.

E per valorizzare e far crescere il nostro ecosistema dell’innovazione non possiamo permetterci di lasciare nessun talento ai margini. Come sottolineato anche dall’European Patent Office, per sbloccare il potenziale innovativo è necessario creare ecosistemi più inclusivi, non è solo una questione di equità, ma un imperativo strategico per la competitività e la crescita: la diversità è un elemento fondamentale per generare innovazioni.

Ma servono risorse dedicate e la volontà politica per agire davvero.

 

 

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Keypoints

  • 171 anni: è il tempo stimato per raggiungere la parità di genere al ritmo attuale, secondo il Gender Snapshot 2026 di UN Women.
  • Leadership e potere restano lontani dalla parità: le donne occupano solo il 6% delle posizioni di CEO a livello globale.
  • L’IA rischia di ampliare il divario: le donne rappresentano circa il 22% dei professionisti dell’intelligenza artificiale e meno del 14% delle posizioni di leadership senior.
  • Nella sanità europea le donne sono quasi il 77% della forza lavoro, ma guadagnano il 19% in meno all’ora e il 28% in meno al mese rispetto agli uomini, secondo l’OMS/Europa.
  • Il gender gap nell’ecosistema della salute sarà al centro dell’ESG Life Science Forum del 29 settembre a Roma, con un confronto dedicato alla presenza delle donne ai vertici delle Life Sciences e alle possibili azioni per ridurre il divario.

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