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Che la nostra salute sia interdipendente da quella del pianeta è ormai un dato di fatto. L’aumento della temperatura globale e l’inquinamento atmosferico stanno aggravando la diffusione di malattie croniche, come le malattie cardiovascolari e le malattie respiratorie. Ma anche le condizioni di salute mentale. E lo sfruttamento degli ecosistemi, la perdita di biodiversità e il cambiamento climatico stanno aumentando il rischio di zoonosi, di malattie cioè trasmesse dagli animali a noi esseri umani.
A sua volta, però, il settore sanitario contribuisce alla crisi climatica, considerato che circa il 5% delle emissioni di gas serra è generato dalla sanità.
Come racconta Nicole Ticchi nel libro Salute a tutti i costi (Codice edizione), la ricerca e la produzione di nuove cure, come tutti gli altri comparti produttivi, hanno un impatto anche dal punto di vista ambientale e sociale. L’intero processo della ricerca richiede una grande quantità di risorse e produce, a sua volta, grandi quantità di scarti che devono essere gestiti e che vanno a occupare uno spazio, in maniera non sempre visibile, sul nostro pianeta.
Cambiamento climatico e salute
Tra il 2030 e il 2050, stima l’Organizzazione mondiale della Sanità (Oms), si prevede che il cambiamento climatico causerà circa 250mila morti in più all’anno, a causa principalmente di malnutrizione, malaria, diarrea e stress da calore.
I costi diretti dei danni alla salute sono stimati tra i 2 e i 4 miliardi di dollari all’anno entro il 2030. E, anche se sono i paesi in via di sviluppo, con le infrastrutture sanitarie più deboli, a essere più vulnerabili, la crisi ci riguarda tutti.
Ridurre le emissioni di gas serra deve essere dunque un obiettivo comune e prioritario. Si pensi che solo l’inquinamento atmosferico, domestico e ambientale, causa 7 milioni di morti premature all’anno.
European Network on Climate & Health Education
Se la crisi climatica è anche una crisi sanitaria globale, la formazione della classe medica non può non tener conto della stretta relazione tra clima, salute e sostenibilità. Per questo 25 università europee hanno lanciato un network, sostenuto dall’Oms, che si prefigge di formare nei prossimi tre anni almeno 10.000 studentesse e studenti di medicina degli atenei partecipanti, fornendo loro conoscenze e competenze chiave per affrontare gli impatti dei cambiamenti climatici sulla salute.
Si chiama European Network on Climate & Health Education (ENCHE), è stato presentato in occasione del World Health Summit 2024 a Berlino e riunisce scuole di medicina da Belgio, Francia, Germania, Irlanda, Italia, Polonia, Portogallo, Slovenia, Svezia, Spagna, Svizzera e Regno Unito. A sostenerlo anche diverse aziende farmaceutiche (AstraZeneca, Bupa, GSK, Novartis, Novo Nordisk, Roche e Sanofi fra le altre) che partecipano alla Sustainable Markets Initiative Health Systems Task Force: una collaborazione pubblico-privato tra imprese farmaceutiche e sanitarie per la decarbonizzazione dei sistemi sanitari.
La Rete è presieduta dall’Università di Glasgow e diventerà un polo regionale del Global Consortium on Climate and Health Education (GCCHE) della Columbia University Mailman School of Public Health. Iniziativa, questa, lanciata nel 2017, a seguito della COP21 di Parigi. Questa collaborazione mira a promuovere la cooperazione tra le due sponde dell’Oceano al fine di potenziare la formazione del personale medico sugli impatti del cambiamento climatico sulla salute e promuovere pratiche sanitarie sostenibili, per la transizione verso sistemi sanitari a zero emissioni.
Il network in Italia
Tra le Scuole di medicina che hanno aderito all’European Network on Climate & Health Education, la Facoltà di Medicina dell’Università di Milano, il Dipartimento di Scienze Cliniche e Biologiche MedInTo dell’Università di Torino, e il Dipartimento di Medicina Interna e Terapia Medica dell’Università di Pavia.
Francesco Svelto, rettore dell’Università di Pavia e membro della Task Force Sustainable Markets Initiative Health System, ha così sottolineato l’importanza di questa iniziativa: «Sono molto lieto che le principali scuole di medicina europee stiano collaborando con i leader della sanità globale per affrontare le sfide del clima e della salute che ci troviamo ad affrontare, che sono interconnesse tra loro. Lavorando insieme oltre i confini nazionali possiamo contribuire a creare soluzioni per migliorare la salute delle persone e del Pianeta».
L’obiettivo del network
Come ha sottolineato Tedros Ghebreyesus, direttore generale dell’Organizzazione mondiale della Sanità, gli impatti sulla salute dei cambiamenti climatici non sono minacce ipotetiche per il futuro, sono proprio qui, e proprio ora. Basti pensare alla dengue, malattia tropicale che fa parlare di sé anche alle nostre latitudini, e al rischio che diventi un problema globale, dato che, a causa dell’aumento della temperatura, più regioni del pianeta stanno diventando calde e umide: luoghi ideali quindi per la proliferazione delle zanzare Aedes che sono i principali vettori responsabili della trasmissione di questa malattia.
In questo contesto, «come educatori – ha dichiarato Iain McInnes, Vice-principal e Head of College of Medical, Veterinary and Life Sciences University di Glasgow – è nostra responsabilità garantire che la prossima generazione di professionisti della salute e leader sanitari abbia le competenze necessarie per affrontare queste sfide e possa fornire ai pazienti la migliore assistenza possibile. Mi auguro che molte altre istituzioni si uniscano a questa rete e alla nostra missione».
«Il cambiamento climatico – ha aggiunto Cecilia Sorensen, Direttrice del Global Consortium on Climate and Health Education della Columbia University Mailman School of Public Health – avrà un impatto su tutti noi, in ogni parte del mondo, ma non in egual misura e non allo stesso modo. Servono reti regionali per aiutare gli operatori sanitari a prevenire e rispondere alle sfide climatiche e sanitarie specifiche delle comunità nelle quali operano, tenendo conto delle peculiarità culturali e sociali. L’European Network on Climate & Health Education fornirà agli educatori di tutta Europa le risorse necessarie per creare operatori sanitari pronti al cambiamento climatico».


