DDL caregiver: perché non risponde ai bisogni reali di chi si prende cura dei familiari fragili


DDL caregiver: perché non risponde ai bisogni reali di chi si prende cura dei familiari fragili


di Simona Regina
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Simona Regina

Perché ne stiamo parlando
Il Consiglio dei ministri ha approvato il disegno di legge per la tutela dei caregiver, ma secondo Caregiver familiari uniti e l’associazione CARER il testo non risponde alle esigenze reali degli 8 milioni di italiani che si prendono cura ogni giorno di una persona cara. E i fondi non sono sufficienti.

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Dopo l’approvazione da parte del Consiglio dei ministri del disegno di legge sui caregiver, il confronto si sposta ora sul merito. Il mondo dei caregiver – oltre 8 milioni di persone che assistono ogni giorno altri 8 milioni di persone fragili – esprime una forte insoddisfazione. Criteri restrittivi, risorse limitate e il mancato coinvolgimento dei diretti interessati.

«Non siamo stati coinvolti nei lavori e nelle audizioni. Per questo abbiamo organizzato una manifestazione a Roma e una conferenza stampa a Montecitorio, il 27 gennaio: presenteremo un documento con le nostre istanze che auspichiamo i legislatori facciano proprie per fare una legge buona per tutti. Non si possono suddividere i caregiver in base alle ore di assistenza e alla convivenza con il familiare accudito» dice Alessandra Corradi, presidente dell’Associazione Genitori Tosti e portavoce nazionale di Caregiver Familiari Uniti (CFU), una rete di oltre 40 associazioni e più di 15mila caregiver.

 

Il suo giudizio è netto. «Una legge non può mai essere efficace se non viene adeguatamente finanziata. Non si fanno le nozze con i fichi secchi».

Il riferimento è ai 257 milioni di euro annunciati dalla ministra per le disabilità Alessandra Locatelli in conferenza stampa. Una cifra che secondo Corradi non solo è insufficiente, ma rischia di indebolire altri settori già fragili.
«Le risorse vengono prese in parte dal Fondo nazionale per le non autosufficienze, in parte dal Fondo disabilità e in parte da quello per la povertà. Si tolgono così soldi a comparti che già arrancano per mettere pochi spiccioli su una questione cruciale: parliamo di 8 milioni di persone che assistono altri 8 milioni di persone».

Pochi beneficiari, criteri stringenti

Il decreto, secondo quanto anticipato in conferenza stampa dalla ministra Locatelli, «prevede quattro fasce di caregiver, suddivise in base alle ore di assistenza settimanali. La prima fascia riguarda chi assiste per 91 ore a settimana» ma solo chi ha un reddito lordo annuo sotto i 3mila euro e ISEE fino a 15mila potrà avere diritto al contributo (erogato dall’INPS) fino a un massimo di 400 euro mensili.

«Di cosa stiamo parlando?» chiede Corradi, denunciando il fatto che i caregiver non si possono discriminare in base all’ISEE, alle ore di assistenza e alla convinvenza. «In questo modo i beneficiari reali saranno circa 52mila persone su una platea di 8 milioni. Può essere questa una legge fatta bene?».

«Non sono le mancette che aiutano i caregiver»

Il punto più contestato è l’impostazione del provvedimento. «Non sono le mancette che aiutano i caregiver» ribadisce Corradi. «Noi chiediamo servizi veri: sostegno psicologico, assistenza domiciliare, servizi territoriali che funzionano. Invece i consultori sono stati smantellati e avete mai messo piede in una neuropsichiatria infantile? Siamo soli e abbandonati. Anche per una banale pratica, ci viene chiesto di portare i moduli in presenza: e a me, che sono l’unica caregiver, chi paga un sostituto che mi consenta di assolvere a questa incombenza burocratica?».

La richiesta è chiara: una legge che riconosca i caregiver H24 come lavoratori a tutti gli effetti. «In un Paese civile – spiega – chi è costretto ad assistere un familiare per mancanza di servizi deve essere riconosciuto e avere adeguate tutele, come lo stipendio, l’assicurazione e, un domani, la pensione. Ci sono mamme che da 50 anni assistono da sole i propri figli e non hanno nulla». 

Una legge che discrimina

Critica, nei confronti del disegno di legge approvato dal Consiglio dei ministri «che dovrà essere pubblicato ed entrare nell’iter della procedura d’urgenza parlamentare richiesta dal governo», anche Loredana Ligabue, segretaria dell’associazione Caregiver Familiari (CARER). «Dalle dichiarazioni della ministra emerge una legge molto centrata su una sola tipologia di caregiver: il familiare convivente che assiste per almeno 91 ore un proprio caro».

Secondo Ligabue, la distinzione tra conviventi e non conviventi crea una frattura ingiustificata. «Un figlio, un fratello o una sorella che vive a un numero civico diverso dell’assistito ma garantisce spesso oltre 30 ore settimanali di assistenza resta escluso dal supporto economico. E 30 ore non sono poche».

Inoltre evidenzia la criticità «del vincolo a non svolgere alcuna attività lavorativa per ricevere il contributo di 400 euro. Dietro c’è una visione del caregiver come soggetto da assistere economicamente perché povero, non come persona che ha bisogno di essere sostenuta per sollevare il peso di cura». 

Servizi lasciati alle Regioni, disuguaglianze garantite

Le politiche di sostegno ai caregiver dovrebbero basarsi, come in tutta Europa, dice Ligabue, su investimenti importanti sui servizi di informazione, ascolto, orientamento, sostegno psicologico. «Nel disegno di legge sono citati, ma non con risorse e riconoscimenti dello Stato, quindi sarà discrezionalità delle regioni decidere cosa fare, e questo manterrà e amplificherà il divario territoriale».

Inoltre, «sollevare i caregiver vuol dire servizi di prossimità, interventi di affiancamento e complementarietà nella domiciliarità. Ma questo è previsto solo per i conviventi. Perché chi ha un nucleo abitativo diverso dal familiare assistito non ha diritto alla possibilità di avere interventi di emergenza e sostegno psicologico? Provate a pensare cosa succederebbe se i caregiver non conviventi, che oggi sostengono milioni di persone non autosufficienti, si fermassero».

La legge deve interpretare i bisogni di tutti

Una legge, dicono, dovrebbe essere in grado di interpretare i bisogni di tutti i caregiver. «Non cogliamo invece un approccio strutturale finalizzato realmente a sostenere gli otto milioni di persone che ogni giorno danno un contributo di cura» puntualizza Ligabue, evidenziando il tema cruciale della conciliazione tra la cura e il lavoro. «Perché i ventilati elementi di tutela, come la possibilità di ricorrere al lavoro agile, sono contemplati solo per i caregiver conviventi. Non considerando che sempre più tanti anziani non autonomi hanno un sostegno di cura, fondamentale, da parte di una persona amica con cui hanno una relazione affettiva e non di parentela: di tutto questo la legge non tiene conto».

È una legge miope, concludono Corradi e Ligabue, e questa miopia pesa soprattutto sulle donne, «che rappresentano circa il 90% dei caregiver familiari».

«Nel nostro Paese si dà per scontato che una donna smetta di lavorare per accudire un familiare» puntualizza Corradi. E il lavoro, aggiunge Ligabue, «non è solo reddito: è autonomia, è futuro». 

Ora la palla passa al Parlamento. «Auspichiamo che nel pur breve dibattito parlamentare possano emergere elementi in grado di interpretare questa realtà del nostro Paese che non può continuare a essere ignorata».

Keypoints

  • Il DDL caregiver è giudicato inadeguato da chi cura: criteri restrittivi, poche risorse e nessun reale coinvolgimento dei caregiver nel percorso legislativo.
  • I fondi stanziati (257 milioni di euro) sono ritenuti insufficienti e sottratti ad altri ambiti fragili, senza una visione strutturale del bisogno di cura.
  • La suddivisione dei caregiver per ore di assistenza, ISEE e convivenza esclude la maggioranza degli 8 milioni di caregiver e limita i benefici a poche decine di migliaia di persone.
  • Il disegno di legge punta su contributi economici marginali, ma ignora la richiesta centrale: servizi territoriali funzionanti, sostegno psicologico e assistenza domiciliare.
  • La legge rischia di aumentare le disuguaglianze, penalizzando soprattutto le donne e i caregiver non conviventi, senza favorire la conciliazione tra cura, lavoro e vita personale.

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