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Da sempre le donne rappresentano la colonna portante della sanità italiana. Sono la maggioranza nei reparti ospedalieri, nei laboratori, nei pronto soccorso e nelle aule universitarie delle facoltà mediche. Ma quando si arriva alle stanze dei bottoni, ai tavoli delle decisioni strategiche, la loro presenza si assottiglia fino quasi a sparire.
Il paradosso è evidente: un sistema che si regge in gran parte sul lavoro femminile, ma che affida la leadership prevalentemente agli uomini. A dimostrarlo non sono percezioni, ma dati sistematici raccolti dall’Osservatorio sull’Equità di Genere della Leadership nel Settore Sanità.
L’edizione 2025, presentata a giugno all’Università degli Studi di Milano da LEADS (associazione Donne Leader in Sanità), mette nero su bianco lo squilibrio che attraversa l’intera filiera della salute – pubblica, privata, accademica – offrendo uno spaccato puntuale sulla diseguaglianza di genere nei ruoli apicali.
La situazione nelle aziende sanitarie pubbliche
Nelle aziende sanitarie pubbliche, le donne rappresentano il 69,26% degli occupati (quasi 48mila su un totale di 67.596), ma solo il 34,13% dei ruoli di top management. Al contrario, gli uomini — che costituiscono il 30,74% del personale — occupano il 65,87% delle posizioni apicali. Se si osserva la serie storica, si nota un lento ma costante progresso: nel 2001 le donne erano appena il 10,07% dei vertici, salite al 20,52% nel 2011, fino all’attuale livello. Ma il ritardo resta significativo, e si ripropone con la stessa logica in tutte le fasce della leadership clinica.

Anche tra i medici, dove nel 2022 la distribuzione di genere tra gli occupati è quasi paritaria (51mila uomini contro 56.330 donne), il gap nei ruoli di responsabilità è evidente. Solo il 31,14% delle posizioni di leadership clinica – direzioni di struttura semplice o complessa – è affidato a donne. Nel 2001 la quota era del 20,97%, salita al 24,11% nel 2011: segni di una lenta apertura, che però ancora non riflette la composizione reale del personale. Lo stesso vale per il personale sanitario non medico (infermieri, ostetriche, tecnici, riabilitatori, ispettori), dove la presenza femminile è ancora più marcata.
In questi ambiti l’Osservatorio introduce una distinzione importante tra leadership formale e leadership sostanziale, sottolineando come molte donne, pur non ricoprendo ruoli ufficiali di vertice, esercitano responsabilità e funzioni strategiche all’interno delle strutture. Ma anche qui le posizioni dirigenziali restano in prevalenza maschili, segno che il riconoscimento formale continua a essere disallineato rispetto ai ruoli effettivamente svolti.
L’indice GLIH e il racconto numerico della sottorappresentazione
Per andare oltre la conta grezza delle presenze, l’Osservatorio adotta un indice sintetico: il Gender Leadership Index in Health (GLIH), calcolato come rapporto tra la percentuale di donne leader e la percentuale di donne presenti nel totale del settore. Il valore 1 indica equilibrio perfetto. Nessuno dei comparti analizzati lo raggiunge. Nel 2022, il GLIH si attesta a 0,51 nelle aziende sanitarie pubbliche, 0,49 nel settore farmaceutico, 0,70 in quello dei dispositivi medici e 0,74 nelle università.
In altre parole, anche dove la componente femminile è ampia, la probabilità che una donna acceda alla leadership è sensibilmente più bassa rispetto a un uomo. Il GLIH, in quanto indice normalizzato, consente non solo di confrontare settori diversi, ma anche di cogliere l’entità della sottorappresentazione in modo oggettivo e continuativo nel tempo. È il termometro più fedele dello squilibrio strutturale che attraversa tutto il sistema salute.
Un focus anche su Farmindustria e dispositivi medici
L’Osservatorio prende in esame anche il settore privato e, nello specifico, quello della farmaceutica e dei dispositivi medici: due ambiti in cui la situazione non cambia granché. Nell’industria farmaceutica, per esempio, su 68mila occupati rilevati da Farmindustria nel 2023, il 46,2% sono donne. Tra i quadri, le donne hanno finalmente raggiunto la parità numerica: nel 2023 sono il 52%, con un GLIH vicino allo 0,54. Ma salendo nella scala gerarchica, la quota si riduce: tra i dirigenti le donne restano il 43%, e il relativo GLIH è di 0,43. Nel 2012, era 0,32: un miglioramento lento, che però non ha ancora scardinato gli equilibri di potere.
Nel comparto dei dispositivi medici, la dinamica è analoga. A fronte di una forza lavoro femminile pari al 42% nel 2023, solo il 24,25% delle posizioni di vertice è occupato da donne. Il divario si amplia ulteriormente osservando le singole funzioni apicali: l’84,1% delle presidenze è detenuto da uomini, così come il 77,4% dei ruoli di audit, il 75,1% dei componenti dei consigli di amministrazione, il 79,6% dei vertici aziendali, e il 68% delle rappresentanze legali. La presenza delle donne cresce nella base e nei livelli intermedi, ma resta debole e isolata nei vertici strategici.
L’università e la lenta scalata della carriera accademica femminile
Il mondo accademico non fa eccezione. Anche se le donne costituiscono ormai il 43,2% dei docenti nell’ambito delle scienze mediche, le posizioni più alte sono ancora a forte dominanza maschile. Nel 2023, i professori ordinari erano per il 78,2% uomini e solo per il 21,8% donne. Tra gli associati, la quota femminile è del 38,1%, mentre tra i ricercatori a tempo determinato le donne sono la netta maggioranza: 64,7%. Questa fotografia suggerisce un forte effetto imbuto, dove le donne entrano nei percorsi accademici in misura crescente, ma trovano difficoltà strutturali a salire.
Il GLIH universitario conferma questa dinamica, crescendo molto lentamente da 0,19 nel 2012 a 0,27 nel 2023. L’Osservatorio segnala anche un focus specifico su un ambito particolarmente ostico: la cardiologia interventistica, specializzazione a prevalenza maschile, dove è in corso un’indagine internazionale rivolta a donne medico in Italia, Francia, Germania, Regno Unito, Libano, Svezia, Slovenia e Serbia, per esplorare i fattori culturali e organizzativi che impediscono l’accesso femminile a questo ambito specialistico.
L’Osservatorio tornerà a ottobre al Ministero della Salute con un’analisi più ampia, che metterà a fuoco anche fattori come età, geografia e discipline. Un passaggio utile per capire se e come la sanità italiana potrà superare un modello di leadership ancora troppo sbilanciato rispetto al ruolo reale delle donne nel sistema.


