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Negli ultimi mesi il dibattito sulle politiche ESG (Environmental, Social, Governance) ha attraversato una fase di profondo cambiamento. Da un lato, negli Stati Uniti il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca ha riacceso le critiche verso le politiche di sostenibilità e spinto alcune grandi aziende finanziarie a rivedere il proprio impegno su questi temi. Dall’altro, in Europa la discussione si è concentrata sulla necessità di rendere più sostenibili – anche dal punto di vista economico e operativo – gli obblighi normativi per le imprese. In questo contesto il Consiglio Affari Generali dell’Unione Europea ha ratificato in via definitiva il Pacchetto Omnibus I, la direttiva che modifica i requisiti di rendicontazione e di due diligence sulla sostenibilità aziendale.
L’intesa, già raggiunta con il Parlamento europeo, è stata approvata dai ministri degli Stati membri nonostante l’opposizione della Repubblica Ceca e l’astensione di Belgio, Bulgaria e Austria. L’obiettivo della riforma è chiaro: ridurre la complessità burocratica e gli oneri amministrativi per le imprese, mantenendo però un quadro normativo capace di guidare la transizione verso modelli economici più sostenibili.
Il quadro normativo europeo
In Europa la sostenibilità aziendale è regolata principalmente da due direttive: la Corporate Sustainability Reporting Directive (CSRD) e la Corporate Sustainability Due Diligence Directive (CSDDD). La CSRD rafforza gli obblighi di rendicontazione delle imprese sulle proprie performance ambientali, sociali e di governance, aumentando il livello di trasparenza nei confronti di investitori, clienti e stakeholder. La direttiva introduce alcune novità rilevanti: l’analisi della doppia materialità, l’integrazione del bilancio di sostenibilità nella relazione di gestione, l’obbligo di assurance, l’adozione di un formato elettronico unico e l’inclusione della catena del valore nella rendicontazione.
La CSDDD, invece, stabilisce obblighi di due diligence per garantire che le aziende identifichino e affrontino gli impatti negativi delle proprie attività sui diritti umani e sull’ambiente lungo l’intera catena del valore globale.
Il Pacchetto Omnibus: meno imprese e requisiti più mirati
Il Pacchetto Omnibus I interviene su entrambe le direttive con l’obiettivo di semplificare il quadro normativo e ridurre gli oneri amministrativi per le imprese. Per quanto riguarda la CSRD, le nuove disposizioni innalzano le soglie di applicazione. Gli obblighi di rendicontazione riguarderanno le imprese con più di mille dipendenti e un fatturato netto annuo superiore a 450 milioni di euro. Per le imprese extra-UE, i requisiti si applicheranno alle società con oltre 450 milioni di fatturato per la capogruppo nell’Unione Europea e oltre 200 milioni per le controllate. Anche la direttiva sulla due diligence viene ridimensionata.
La CSDDD sarà applicabile alle imprese con più di 5mila dipendenti e un fatturato netto superiore a 1,5 miliardi di euro. Le aziende dovranno valutare gli impatti negativi concentrandosi sui partner diretti e sulle aree considerate a rischio elevato, utilizzando le informazioni ragionevolmente disponibili. Secondo le stime della Commissione Europea, queste modifiche porteranno a escludere circa l’85% delle imprese che, secondo i criteri precedenti, sarebbero rientrate nel campo di applicazione delle direttive.
Sanzioni e tempistiche
La direttiva introduce anche ulteriori semplificazioni. Tra queste, l’eliminazione dell’obbligo per le aziende di adottare un piano di transizione climatica, strumento pensato per allineare le emissioni aziendali agli obiettivi climatici europei e a quelli dell’Accordo di Parigi. Per quanto riguarda le sanzioni, le violazioni saranno gestite a livello nazionale. Gli Stati membri potranno applicare sanzioni alle imprese che non rispettano gli obblighi previsti, con un tetto massimo pari al 3% del fatturato mondiale.
Il Pacchetto Omnibus interviene anche sulle tempistiche di attuazione. La direttiva posticipa di un anno il termine entro cui gli Stati membri dovranno recepire la normativa sulla due diligence nei rispettivi ordinamenti, fissandolo al 26 luglio 2028. Le imprese dovranno quindi adeguarsi alle nuove disposizioni entro luglio 2029.
Una nuova fase per l’ESG europeo che non mette tutti d’accordo
Il Pacchetto Omnibus segna l’inizio di una nuova fase per la sostenibilità d’impresa in Europa. Se negli ultimi anni l’attenzione si è concentrata sull’estensione degli obblighi ESG, oggi il tema centrale diventa trovare un equilibrio tra ambizione normativa e sostenibilità economica delle regole. In un contesto internazionale in cui l’agenda ESG appare meno uniforme e più influenzata da dinamiche politiche e geopolitiche, l’Europa sceglie quindi una strada intermedia: non ridimensionare gli obiettivi di sostenibilità, ma rendere il percorso regolatorio più pragmatico e gestibile per il sistema produttivo.
Eppure contro il Pacchetto si sono dapprima schierate 350 organizzazioni, sotto l’egida CONCORD, e successivamente oltre 80 economisti europei. Entrambi respingono la tesi centrale del pacchetto Omnibus: quella secondo cui le normative sulla sostenibilità di impresa potrebbero minacciare la competitività dell’economia europea. Se la riforma sarà stata lungimirante si capirà solo dai bilanci, dalle filiere industriali e dai risultati sul campo.


