ESG Life Science Forum: Fabiola Riccardini, i sistemi di misurazione e gli indicatori della sostenibilità delle imprese

ESG Life Science Forum: Fabiola Riccardini, i sistemi di misurazione e gli indicatori della sostenibilità delle imprese

di Daniel Bonfanti
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Daniel Bonfanti

Perché ne stiamo parlando
Fabiola Riccardini, Dirigente di Ricerca ISTAT, approfondisce il percorso seguito dalla statistica ufficiale per misurare la sostenibilità nelle imprese. Ne discuterà martedì 29 ottobre a Roma.

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La misurazione della sostenibilità nelle imprese è una questione molto complessa, sia a causa dell’ampiezza di significato dei fattori ESG, sia per la mancanza allo stato attuale di un sistema di misurazione univoco che possa monitorare il reale impatto delle aziende in termini ambientali, sociale e di governance. In Italia l’Istat da anni analizza lo stato di sostenibilità nelle imprese attraverso le dichiarazioni che esse rilasciano in indagini appositamente predisposte, atte a evidenziare le pratiche introdotte da grandi e piccole aziende. In questa galassia in continua trasformazione fatta di nuove normative, criteri e standard spesso non univoci e alti costi per la transizione, si crea una differenziazione in termini sia settoriali sia di dimensione, tra aziende più attive nel campo della sostenibilità e altre che ancora faticano ad abbracciare questa rivoluzione. La Dott.ssa Fabiola Riccardini – Dirigente di Ricerca ISTAT – in questa intervista traccia il percorso adottato fino ad ora dalla statistica ufficiale al fine di monitorare questa trasformazione all’interno del tessuto produttivo italiano, e analizza le nuove sfide che attendono le imprese grandi e piccole.

Dott.ssa Riccardini, qual è stato il percorso seguito fino ad ora per l’introduzione e la diffusione dei sistemi di misurazione delle pratiche di sostenibilità delle imprese?

«Siamo partiti dalle misure per il benessere equo e sostenibile (BES) sviluppate in Italia e quelle in merito agli obiettivi di sviluppo sostenibile (SDGs), concentrandoci sul contributo delle imprese a questi macro-obiettivi. Dalla fine del 2017 stiamo monitorando questo fenomeno a livello di impresa attraverso vari strumenti di raccolta dati, conducendo analisi anche grazie ad altre basi dati preesistenti in Istat. Inoltre, abbiamo condotto due censimenti, uno nel 2019 e l’altro nel 2022. Abbiamo poi studiato anche le fonti di tipo amministrativo, come le Rendicontazioni non finanziarie che le imprese con oltre cinquecento addetti e quotate in borsa sono tenute a redigere e inviare al Consob dal 2016 in Italia. L’ultima esperienza che invece abbiamo condotto nel 2023 è quella che ha visto l’introduzione di tre moduli specifici per la sostenibilità ambientale, sociale ed economica all’interno dell’indagine mensile sulla fiducia nelle imprese, per i settori del manifatturiero e dei servizi di mercato (su un campione di 6.000 imprese). I risultati di queste tre tranches di indagini sono stati pubblicati all’interno del nostro sito istituzionale; l’ultima, quella con focus economico-governance, l’abbiamo pubblicata il 6 settembre scorso. Abbiamo seguito via via anche l’evoluzione degli standard di contabilità e di rendicontazione che si andavano perfezionando su queste tematiche, come i GRI E gli ESRS messi a punto dall’EFRAG e citati nella nuova direttiva comunitaria, la Corporate Sustainability Reporting Directive (CSRD) del 2023, recepita in Italia nel luglio 2024. Questo è un po’ il percorso e l’evoluzione che abbiamo dato a questa tematica».

Esistono indicatori standard che le imprese possono utilizzare per la misurazione delle pratiche sostenibili, anche nell’ambito del rispetto della normativa europea?

«Ho citato appunto i GRI, sviluppati i un po’ di tempo fa, e oggi parliamo degli ESRS. Anche se la loro completa attuazione da parte di tutte le imprese sarà graduale sia in termini di dimensione sia di specificità settoriale, questi sono i due pilastri in termini di standard di rendicontazione. Da non confondere con i fattori ESG, che sono categorie molto generali in campo ambientale, sociale e di governance, messi a punto nel settore finanziario e per i quali non ci sono definizioni univoche. Questi fattori ci aiutano solo parzialmente vista la loro grande ampiezza di significato; dobbiamo essere molto più specifici se vogliamo misurare adeguatamente questo fenomeno. A questo proposito è utile anche considerare il quadro normativo generale che regola queste tematiche: quindi, oltre alla già citata CSRD emanata nel 2023, va ricordata la Corporate Sustainability Due Diligence, che richiederà alle imprese di svolgere attività atte a prevenire, mitigare o ridurre al minimo gli impatti sociali e ambientali anche nell’ambito di tutta la catena del valore, compresi i fornitori diretti e indiretti. Le imprese interessate, per ora, da questa direttiva sono le grandi aziende che contano oltre mille dipendenti e oltre 450 milioni di euro di fatturato all’anno; ad esse si aggiungono però tutte le imprese collegate nella catena del valore, che sono chiamate a sviluppare strategie di reporting sulla sostenibilità e sugli impatti sociali».

Quale funzione assume, in questo contesto, il settore finanziario e la sua regolamentazione?

«In campo finanziario, il legislatore europeo ha emanato la Sustainable Finance Disclosures Regulation (SFDR), che è entrata in vigore nel Marzo del 2021 e che mira ad ampliare e uniformare le informazioni sui processi di investimento ESG e ad aumentare la trasparenza sulla finanza sostenibile. Questa normativa è particolarmente utile a stabilire alcuni standard, in quanto definisce quelli che sono gli investimenti sostenibili, mettendoli in comparazione tra loro. Sappiamo, infatti, che gli operatori finanziari devono riportare i rischi di sostenibilità, cioè gli impatti negativi che le decisioni di investimento potrebbero avere sui fattori di sostenibilità. Per questo motivo il settore finanziario gioca un ruolo abilitante e stimolante degli investimenti in sostenibilità, di cui le imprese ovviamente devono tener conto. È  utile, inoltre, citare la Tassonomia europea, la Eu Taxonomy Regulation, entrata in vigore nel luglio 2020, che è una pietra angolare del quadro finanziario sostenibile dell’Unione europea. Infatti, essa aiuta a indirizzare gli investimenti nella transizione green attraverso un sistema di classificazione che definisce i criteri per le attività economiche che sono allineate con una “traiettoria a emissioni zero (o impatto climatico zero)” entro il 2050 Questo è il quadro normativo che stabilisce diversi criteri sia per le imprese sia per chi si occupa di monitorare le attività sostenibili. All’interno di questo pacchetto normativo c’è dunque sia l’aspetto finanziario che fa da motore per un nuovo modello di sviluppo sostenibile, sia il tentativo di estendere la rendicontazione di sostenibilità a tutta la catena del valore e alle PMI».

Come si comporta la statistica ufficiale per quanto riguarda la dimensione delle imprese? Quali sono le differenze tra le grandi aziende quotate e le PMI?

«Istat ha indagato sia le grandi sia le piccole e medie imprese in modo uguale, somministrando gli stessi quesiti, proprio per poter operare un confronto. Da queste analisi emerge un comportamento differenziato che vede molto più impegnate le grandi rispetto alle piccole: una chiara conseguenza della maggiore attenzione che, ad oggi, la normativa ha dedicato alle grandi aziende. Ad esempio, nel settore manifatturiero, nel 2022 l’86,9% delle grandi imprese (almeno 250 addetti) era impegnato in qualche azione di sostenibilità, contro il 43,6% delle piccole (quelle con 5-49 addetti). Anche nei servizi di mercato, abbiamo l’87,4% delle grandi imprese (in questo caso oltre i 1000 addetti) contro il 49,4% delle piccole. Questo è dovuto sia – come si diceva prima – a una legislazione specifica dedicata alle grandi aziende, sia ai maggiori costi necessari per gli investimenti in sostenibilità, che le piccole spesso non si possono permettere».

A questo proposito, può essere utile l’introduzione di sistemi di premialità per le piccole e medie imprese?

«Sicuramente le piccole e medie imprese che oggi hanno avviato una transizione verso la sostenibilità, lo hanno fatto seguendo comportamenti spontanei, visto che la normativa ad oggi non impone una rendicontazione come per le grandi aziende, dove la legislazione è puntuale. Per favorire un cambiamento che interessi tutto il panorama delle imprese, è chiaro che un sistema di incentivi, ma anche di tassazione specifica, può essere utile, anche differenziando per settore e non solo per dimensione.  È necessario creare un mix di politiche che mirino a un generale cambiamento dei comportamenti da parte delle imprese, in quanto l’attivazione spontanea – visti i dati che ci dicono che le imprese fanno poco ricorso agli incentivi – non basta. Dobbiamo considerare che, in molti settori, le diverse riconversioni produttive implicano una quantità di investimenti davvero enorme, che le PMI non possono permettersi. Infine, un aspetto davvero molto importante per favorire questo cambiamento è quello della misurazione: è importante quantificare gli impatti che questi comportamenti causano a livello ambientale e sociale, altrimenti c’è il rischio di incorrere in attività meramente di green e social washing. La nostra Contabilità ambientale a livello macro calcola già gli impatti per settore ad esempio sulle emissioni, sul risparmio energetico sul consumo di materia, ma occorre poter misurare questi effetti a livello di impresa».

Proprio per quanto riguarda la specificità settoriale, qual è la situazione nel settore Pharma e Life Science?

«In generale dalle dichiarazioni che ci hanno fatto le imprese, sulle quali noi ad oggi ci basiamo per le nostre analisi, emerge una chiara differenziazione sia settoriale sia all’interno delle tre dimensioni ESG. Abbiamo infatti condotto un’analisi, che colloca le imprese al di sotto o al di sopra della media nazionale, e abbiamo visto, ad esempio, che le aziende che operano nei settori del legno, della carta e stampa, della metallurgia, abbigliamento e pelli e altre industrie sono sotto la media. Poi ci sono i settori vicini alla media nazionale, quelli della gomma plastica, meccanica, chimica, elettronica. Infine, ci sono i settori al di sopra della media nazionale, cioè quelli più attivi, proprio come la farmaceutica, gli alimentari e la meccanica. Nel settore farmaceutico il 77,5% delle imprese ha dichiarato di aver svolto nel 2022 qualche azione sostenibile, di gran lunga al di sopra della media nazionale. Per questo anche in generale, il farmaceutico si colloca tra i settori più attivi in termine di singole azioni sostenibili, anche in prospettiva per le intenzioni del triennio 2023-25».

Di quali azioni si tratta, nello specifico?

«Le azioni specifiche riguardano in particolare l’aumento dell’utilizzo di energia da fonti rinnovabili, il riciclo di acqua, l’aumento dell’efficienza energetica, la riduzione di materiali pericolosi per i fattori ambientali. E ancora, le imprese farmaceutiche sono particolarmente attive nello smart working, nella salvaguardia delle pari opportunità, nel welfare aziendale, nel congedo parentale, nella sicurezza dei luoghi di lavoro. Infine, per la sostenibilità economica e di governance le imprese di questo settore sono particolarmente attive negli investimenti in digitalizzazione, nell’adozione di procedure per le politiche anticorruzione, negli investimenti in formazione professionale, nella gestione etica e negli investimenti in ricerca e sviluppo. Questo è il quadro che emerge da quanto ci hanno dichiarato le imprese. Lo sottolineo nuovamente, noi ancora ci basiamo su quanto le aziende ci dichiarano; quindi, siamo a livello di monitoraggio dei comportamenti e non ancora degli impatti puntuali. Questa sarà, come dicevo prima, proprio la sfida per il futuro».

Infine, le chiedo: quali sono i vantaggi di medio e lungo periodo per le aziende che decidono di intraprendere questa trasformazione?

«Nel corso delle nostre analisi abbiamo già potuto osservare che le imprese che adottano maggiormente queste pratiche sostenibili hanno impatti positivi sulla produttività del lavoro e sulla redditività. Ovviamente la redditività va monitorata nei tempi successivi all’investimento fatto, però poter già notare livelli crescenti di produttività del lavoro all’aumentare delle azioni sostenibili significa identificare un primo vantaggio. Ce n’è poi un altro, importantissimo, che riguarda il tentativo di limitare possibili rischi futuri, e di questo ce ne stiamo già rendendo conto con le alluvioni e i disastri naturali che molte imprese stanno affrontando. Bisogna sempre cercare di avere una visione di medio e lungo periodo del valore dell’impresa: non la mera visione del profitto, ma considerare il valore generale per il futuro. Le due cose vanno di pari passo: durante il periodo pandemico, ad esempio, abbiamo visto che le imprese che ci hanno dichiarato di essere più propense a investire in sostenibilità ambientale e sociale, erano le stesse che perseguivano strategie di espansione. Dunque, ci sono aspetti vantaggiosi che sono già evidenti, e altri che lo saranno ancor di più nel futuro. Ecco perché diventa cruciale – ed è quello che Istat si aspetta dalla normativa – poter contare su sistemi di misurazione dell’impatto puntuali e specifici, che possano dare un impulso maggiore alla capacità di rendicontare questo tipo di attività da parte delle imprese».

La partecipazione a ESG Life Science Forum è libera, previa registrazione qui.

Keypoints

  • I GRI e gli ESRS messi a punto dall’EFRAG sono ad oggi gli standard di misurazione della sostenibilità d’impresa di riferimento, citati anche dalla normativa europea
  • Il pacchetto normativo europeo ha l’obiettivo di estendere la rendicontazione anche alle imprese più piccole che fanno parte della catena del valore e alle PMI
  • È fondamentale, in questo contesto, l’impulso che può dare il settore finanziario per la diffusione di un modello di sviluppo sostenibile
  • Considerando gli alti costi della transizione, è necessaria una legislazione dedicata alle PMI, oltre che sistemi di premialità e di tassazione specifica
  • In Italia è evidente una differenziazione settoriale: il farmaceutico è tra i più attivi nell’adozione di pratiche sostenibili, anche per le intenzioni future
  • Ciò che ci si aspetta urgentemente dalla normativa è la definizione di un sistema di misurazione atto a monitorare l’impatto reale delle azioni sostenibili delle imprese, anche con l’obiettivo di combattere il green e social washing

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