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«Innovare porta con se il valore della diversità. Perché significa fare magari le stesse cose ma in maniera differente, guardare oltre quello che è standard, introdurre cambiamenti che possano generare benefici reali. A noi non interessa l’innovazione fine a se stessa: per noi l’innovazione ha un senso se ha un impatto sociale positivo. Per questo non si può pensare di innovare se non si include, se non si pone attenzione alle pluralità».
Parte da questa premessa Manuelita Mancini nel raccontare la storia e l’attività della Fondazione Giacomo Brodolini di cui è direttrice. Fondazione che gestisce Innovit, il centro di innovazione italiano a San Francisco, nel cuore della Silicon Valley, per favorire lo sviluppo e l’internazionalizzazione dell’ecosistema italiano, e in Italia coordina percorsi di incubazione e accelerazione supportando startup e Pmi innovative.
«La Fondazione nasce oltre 50 anni fa, nel 1971, politicamente e culturalmente caratterizzata: per fare formazione ai figli degli operai e ricerca sulla storia sindacale. Poi intorno agli 2000 ha aggiornato il modello di business per occuparsi di studi e ricerche mettendo al centro le politiche pubbliche».
È così è diventata un centro studi e ricerca e di supporto all’imprenditorialità con lo scopo ultimo di creare inclusione, lavorativa e sociale, e favorire la crescita economica dei territori.
Di fatto, il filo conduttore delle vostre attività è l’innovazione sociale?
«Sì, l’impatto positivo dell’innovazione sulle persone e sui territori che le persone abitano. L’innovazione e lo sviluppo economico devono migliorare la qualità di vita e del lavoro: questo è il nostro obiettivo. Anche in quest’ottica si inseriscono le attività di accompagnamento delle startup e delle piccole medie imprese: puntiamo non solo a far crescere il business, ma l’attenzione alla sostenibilità del loro business.
E la recente qualifica di incubatore certificato dal MIMIT è un riconoscimento del lavoro svolto finora, che rafforza il nostro ruolo nell’ecosistema italiano dell’innovazione: essere un ponte tra ricerca, mondo dell’impresa e quello delle politiche, in settori trasversali, tra cui le life sciences, dove le competenze scientifiche e i modelli di business possono avere un impatto fortissimo sul miglioramento della vita e della salute delle persone».
In questi anni avete supportato più di mille imprese innovative: qual è il vostro modello di incubazione e accelerazione?
«Supportiamo startup e Pmi innovative attraverso un modello che integra competenze, networking e accesso ai mercati e ai capitali, tramite percorsi di incubazione e accelerazione strutturati e di affiancamento con mentorship differenziati in base al settore economico che supportiamo.
Lavoriamo con loro sulla validazione di mercato e del modello di business, ma anche sulla valorizzazione della proprietà intellettuale e sullo sviluppo commerciale, preparandole a intercettare i giusti investimenti.
Il nostro approccio è tailor-made: partiamo dal profilare bisogni e obiettivi, e accompagniamo le imprese in un percorso coerente con la loro visione, andando oltre la mera logica del profitto ma guardando all’impatto che vogliono generare. Non tutte le startup, per esempio, sognano di fare grandi exit e di essere acquisite da grandi corporate; molte vogliono costruire modelli solidi e radicati nei territori, con impatti di medio-lungo periodo».
La Fondazione si articola in diversi hub d’innovazione presenti in Italia e gestisce programmi di internazionalizzazione: come riuscite a connettere innovazione globale e sviluppo locale, generando impatto concreto su comunità e sistemi produttivi?
«Noi operiamo su tutta la filiera dell’innovazione, dall’educazione all’imprenditorialità, dalle politiche attive del lavoro a supporto dei soggetti fragili e dell’economia di prossimità, fino a percorsi di accelerazione e internazionalizzazione di startup innovative ad alto potenziale. Abbiamo una rete di hub distribuiti nel territorio italiano (a Milano, Torino, nel Lazio e in Valle d’Aosta) dove sperimentare, creare, imparare e abbiamo programmi internazionali che permettono di connettere l’innovazione globale con lo sviluppo locale.
Dal 2023, per esempio, gestiamo per conto del Ministero degli Affari Esteri e dell’ICE il centro di Innovazione italiano nella Silicon Valley: Innovit, che è una vetrina dell’innovazione italiana e un’opportunità per le startup e Pmi di entrare in contatto con il cuore dell’ecosistema dell’innovazione degli Stati Uniti. E ciò che osserviamo nella Silicon Valley cerchiamo poi di adattarlo ai territori italiani, anche nelle aree interne, trasformando così l’innovazione in uno strumento concreto di sviluppo economico e sociale sostenibile».
A proposito di sostenibilità, oggi ESG e innovazione è un binomio strategico. In che modo i principi ESG entrano nei percorsi di incubazione e nei progetti che sviluppate? E le startup oggi sono pronte a integrare sostenibilità ambientale, impatto sociale e buona governance fin dalle fasi iniziali?
«La valorizzazione delle persone e l’impatto sociale dell’innovazione sono parte integrante della nostra mission fin dalle origini. Il primo incubatore che abbiano avviato a Milano, circa 13 anni fa, è stato FabriQ, nel quartiere di Quarto Oggiaro: un progetto nato per supportare iniziative imprenditoriali che avessero un impatto concreto e misurabile sul territorio.
Da allora abbiamo riscontrato che le startup oggi sono molto più consapevoli dell’importanza dell’ESG e tendono a integrarne i principi fin dalle fasi iniziali, anche perché l’attenzione internazionale va in questa direzione: l’ESG quale leva strategica per il successo. Il nostro ruolo è accompagnarle nel trasformare questi principi in obiettivi concreti.
La sostenibilità può essere nel prodotto, nella tecnologia o nel modello di business: una startup che scala e basta non è pari a una che crea occupazione nei territori, include giovani, donne, persone con disabilità nello staff. In altre parole un’impresa può essere innovativa non solo per ciò che fa, ma per come genera valore sociale».
A proposito di inclusione, con il progetto ‘Prossima. Il futuro delle donne’ avete affrontato il tema del gender gap nell’ecosistema dell’innovazione. Come prosegue il vostro impegno per una maggiore valorizzazione di tutti i talenti al fine di rendere l’innovazione più inclusiva e rappresentativa?
«Prossima ha gettato le basi per creare qualcosa di più grande, un osservatorio che stiamo costruendo con altri stakeholder, perché il gender gap è un tema cruciale. L’innovazione non è neutra e una serie di stereotipi che tuttora persistono – si pensi per esempio all’idea che gli startupper siano uomini e nerd – creano ancora delle barriere che rendono più difficile per le donne far parte di questo ecosistema. Stiamo lavorando quindi sugli stereotipi culturali e sulle barriere strutturali che ne conseguono: la maggiore difficoltà di accedere al credito, la minore disponibilità di capitali iniziali, il fatto che i venture capitalist investono meno sulle imprese femminili, una totale assenza di attenzione al tema della cura.
In particolare stiamo lavorando sulla formazione e all’integrazione, negli attuali criteri di valutazione dell’eccellenza della ricerca, della prospettiva che tiene conto della diversità e dell’inclusione, per esempio focalizzandoci sull’inclusion by desgin che consente di integrare attenzione ai bisogni e desideri plurali, e non soltanto di un genere, fin dalle prime fasi di progettazione di un prodotto e un servizio. Perché l’innovazione non è “one size fits all”. Insomma, c’è molto da lavorare sui fattori culturali».
Per supportare la trasformazione sociale la formazione è fondamentale. Sia per sviluppare competenze adeguate sia per creare un ecosistema fertile per l’innovazione sostenibile.
«Sì, la formazione è fondamentale. Fondazione Brodolini ha avviato nel 2012 il master in Diversity & Inclusion, che prosegue con grande successo: è giunto alla sua ventesima edizione ed è adatto sia alle organizzazioni tradizionali che vogliono innovare in una prospettiva di inclusione sia a startup che vogliono generare un’innovazione più sostenibile, più plurale.
Fornire strumenti per leggere la complessità con lenti diverse cambia il modo in cui le persone interpretano il proprio lavoro. L’attività formativa è essenziale per scalfire stereotipi e generare impatto reale anche sul business che vogliono sviluppare.
Oggi, con l’avvento dell’intelligenza artificiale, il tema è ancora più rilevante. L’IA non è una tecnologia neutra: può amplificare stereotipi e disuguaglianze. È un game changer del mercato del lavoro: modifica i contesti, i ruoli, le competenze, i criteri di decisione, ma anche l’accesso alle opportunità professionali. Se si viene profilati da un algoritmo e questo è pieno di stereotipi, ne posso venir danneggiata in quanto donna, o migrante, o persona con disabilità o trasngender.
Per questo è sempre più cruciale investire in formazione, per comprendere le implicazioni etiche e sociali di una tecnologia di questo tipo. Dobbiamo governarla, altrimenti rischia di perpetuare e amplificare disuguaglianze sociali. A tal fine abbiamo sviluppato anche il corso “HR tech” per accompagnare questo cambiamento, supportando cioè gli HR che dovranno supportare il cambiamento, anche promuovendo percorsi di upskilling e reskilling, partendo dalla consapevolezza che le tecnologie devono migliorare il nostro benessere, come lavoratori, come persone, come membri di un’organizzazione e del territorio che la comprende».
Guardando ai prossimi anni, quali le vostre priorità per un ecosistema dell’innovazione competitivo, inclusivo e sostenibile?
«Siamo sempre più convinti della necessità di integrare dimensione sociale e attenzione alle diverse pluralità nei percorsi di sostegno all’innovazione, rendendole misurabili, concrete e scalabili. Stiamo quindi lavorando alla definizione di criteri e indicatori per valutare quanto l’innovazione tenga realmente conto dell’impatto sociale e dell’inclusività».


