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Avete mai sentito parlare della sindrome di Yentl?
È il 1991 e la cardiologa Bernardine Healy, prima Direttrice dei National Institutes of Health statunitensi, ne parla in un editoriale pubblicato sul New England Journal of Medicine. Così come Yentl, la protagonista di un racconto del premio Nobel Isaac B. Singer (ripresa poi da un famoso film con Barbra Streisand), deve rasarsi i capelli e vestirsi da uomo per poter studiare il Talmud, testo sacro dell’ebraismo, Healy si chiede se le donne debbano vestirsi da uomini per farsi curare.
In quell’editoriale, come raccontano Emanuela Griglié e Guido Romeo nel libro “Per soli uomini. Il maschilismo dei dati, dalla ricerca scientifica al design” (Codice Edizioni), Healy denuncia infatti che le donne, rispetto agli uomini, vengono ricoverate meno e più raramente sono sottoposte a indagini diagnostiche, interventi e terapie, come coronarografie, trombolisi, stent e bypass. Inoltre, sono poco o per nulla rappresentate nelle sperimentazioni cliniche condotte al fine di introdurre nuovi farmaci e nuove tecnologie per innovare diagnosi e cure.
Dopo oltre trent’anni da quell’editoriale che ha segnato la nascita della medicina genere-specifica, sono stati fatti enormi passi avanti (che vi abbiamo raccontato qui, qui, qui), ma bisogna ancora continuare a lavorare per far sì che questo approccio trovi reale e concreta applicazione nel quotidiano, in tutte le prestazioni sanitarie.
Applicazione necessaria per garantire a ogni persona l’appropriatezza terapeutica. Riconoscendo e accogliendo le differenze di ciascuno: biologiche, sessuali, ma anche quelle di carattere sociale, economico, culturali…
«È fondamentale la formazione di tutti i professionisti e le professioniste della salute» sottolinea Giovannella Baggio, Presidente del Centro Studi Nazionale su Salute e Medicina di Genere e Componente del Consiglio superiore di sanità del Ministero della Salute.
Dalla cattedra di Medicina di Genere al Piano Formativo Nazionale
Giovannella Baggio è stata una pioniera della Medicina di Genere in Italia. Direttrice, fino al 2017, dell’Unità Operativa Complessa di Medicina Generale dell’Azienda Ospedaliera di Padova, è stata Titolare della prima e unica cattedra di Medicina di Genere nel nostro Paese. «Necessaria allora, – commenta Baggio – oggi è ormai chiaro che la Medicina di Genere è e deve essere trasversale a tutti gli insegnamenti e a tutte le specialità».
È il 2006 quando nasce l’International Society of Gender Medicine con l’obiettivo di promuovere la Medicina di Genere nella ricerca, nella formazione e nella cura dei pazienti. E quando a Stoccolma si tiene il congresso internazionale, Giovannella Baggio vi partecipa insieme ad alcune colleghe di Padova. «Si parla della sottostima del rischio cardiovascolare nella popolazione femminile, di fattori di rischio ignorati e di pazienti non adeguatamente trattate».
Al rientro a Padova, fondano così il Centro Studi Nazionale su Salute e Medicina di Genere. È il 2009 ed è l’inizio di un’attività, intensa, che continua tuttora. «Cominciamo a organizzare conferenze, convegni, corsi, riunioni con le Società Scientifiche, incontriamo decisori politici, iniziamo a fare rete per far germogliare anche in Italia la Medicina di Genere».
In questo fermento germoglia anche l’idea di una cattedra dedicata a questa dimensione della medicina, «che riguarda non solo la clinica ma anche la ricerca di base» puntualizza Baggio, chiamata in cattedra per chiara fama.
Istituita nel 2012 all’interno del Dipartimento di Medicina Molecolare dell’Ateneo patavino, il corso è andato avanti dal 2013 al 2017, quando la Conferenza dei Presidenti dei Corsi di Laurea in Medicina e Chirurgia sollecita di inserire la Medicina di Genere, in modo trasversale, nell’insegnamento dei corsi di laurea al fine di strutturare l’approccio per genere come parte integrante del processo formativo.
A scuola di medicina di genere
La Medicina di Genere, del resto, come sottolinea Baggio, non è una branca a sé stante, ma un’integrazione trasversale di conoscenze e competenze mediche tali da formare una nuova cultura e una adeguata presa in carico della persona, che tenga conto delle differenze di sesso e genere, non solo sotto l’aspetto anatomico e fisiologico.
L’Istituzione, all’epoca, della cattedra in Medicina di Genere è stato però uno step importante per sensibilizzare, fare formazione e informazione: «Ha contribuito a far maturare la consapevolezza dell’impatto delle differenze di sesso e genere al fine di adattare a esse la pratica clinica. È stata una piattaforma per tutti gli specialisti e le specialiste chiamate a fare lezione, innescando l’approfondimento del ruolo delle differenze di sesso e genere sullo stato di salute e malattia».
Ora, con la Legge 3/2018, il successivo Piano per l’applicazione e la diffusione della Medicina di Genere e il recente Piano Formativo Nazionale per la Medicina di Genere, deve diventare materia di insegnamento in tutti i corsi delle Scuole di Medicina e delle Professioni Sanitarie.
«Lo scorso anno, il Ministro Schillaci e la Ministra Bernini hanno approvato il Piano per la Formazione, documento che chiama all’azione tutti gli enti coinvolti e impegnati nelle attività formative: università, regioni, aziende ospedaliere, società scientifiche, IRCCS, ordini professionali…».
È un documento molto importante, sottolinea Baggio, perché definisce l’importanza di declinare le varie patologie in base alle differenze di genere e la necessità di introdurre un approccio attento al sesso e al genere nella pratica clinica e nella ricerca. A tal fine, promuove specifici studi all’interno dei corsi di laurea e nell’ambito dei piani formativi delle aziende sanitarie per l’educazione continua in medicina.
Il Piano è stato predisposto dal Ministero della Salute, insieme al Ministero dell’Università e della Ricerca, con la collaborazione del Centro di Riferimento per la Medicina di Genere dell’Istituto Superiore di Sanità e di esperti ed esperte regionali in Medicina di Genere. Il documento è stato poi sottoposto al Consiglio superiore di sanità, che ha istituito un gruppo di lavoro ad hoc, di cui ha fatto parte anche la Professoressa Baggio.
«La formazione – spiega Baggio – è un tassello fondamentale per la concreta applicazione della Medicina di Genere. Proprio per questo, fin dalla sua nascita, il Centro Studi Nazionale su Salute e Medicina di Genere si è posto quattro obiettivi fondamentali: fare informazione e ricerca, promuovere la creazione di una rete e la formazione del personale medico, paramedico, sociosanitario».
A ottobre il Congresso Nazionale del Centro Studi su Salute e MDG
Oggi, conclude Baggio, con il Piano viene dunque riconosciuta e legittimata la necessità che la Medicina di Genere entri a far parte a pieno titolo dei percorsi formativi di ogni ordine e grado e della formazione continua dei professionisti, in modo che se tenga conto nell’organizzazione dei servizi, nella prevenzione, nella diagnosi e nella cura, nella ricerca scientifica (che costituisce il punto di partenza e la chiave di volta per un approccio ‘gender tailored’) e nelle relazioni di cura. «Di questo e delle nuove sfide che la Medicina di Genere deve affrontare, dall’Intelligenza Artificiale alla bioetica, dall’epidemiologia alla prevenzione, discuteremo anche in occasione del 5° Congresso Nazionale del Centro Studi che si svolgerà a Padova dal 3 al 5 ottobre».


