La finanza che cura: quando l’impatto sociale conta quanto il rendimento

La finanza che cura: quando l’impatto sociale conta quanto il rendimento

di Giulia Toniutti
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Giulia Toniutti

Perché ne stiamo parlando
All’Impact Day a Milano, organizzato nella sede di Orrick da Angelini Ventures e Panakès Partners, abbiamo incontrato Anna Finizio e Cristina Spiller: con loro facciamo il punto su come il Fondo europeo per gli investimenti e Fondazione Astorg integrano l’impatto nelle proprie strategie di investimento.

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«Trattiamo l’impatto con la stessa disciplina e lo stesso rigore della performance finanziaria», con queste parole Anna Finizio, Investment Manager del Fondo europeo per gli investimenti (FEI, parte del Gruppo BEI), esplicita il principio fondamentale dell’impact investing.

Il messaggio è chiaro: l’investimento nel settore della salute non è “a impatto” per definizione solo perché riguarda la cura, ma lo diventa quando esiste un’intenzione precisa di generare un cambiamento sociale misurabile e addizionale.

Su questo fronte, come osserva Federica Porcu, ESG Manager & Financial Controller di Panakès Partners, «si sta assistendo a una transizione fondamentale dall’ottica ESG (i parametri di valutazione della sostenibilità aziendale: Environmental, Social e Governance), spesso percepita come pura burocrazia e “over-regulation”, verso l’ottica di impact investing correlato al successo del business».

Ma che cos’è l’impact investing?

Si tratta di investimenti fatti con l’intenzione di generare un impatto sociale o ambientale, positivo e misurabile, oltre che un rendimento economico (ne abbiamo parlato qui con Angelo Italiano del Clud degli Investitori). A differenza della beneficenza pura, qui il capitale investito deve auspicabilmente tornare indietro, deve generare un guadagno. Ma a differenza della finanza tradizionale il successo non si valuta solo nel portafoglio, ma nel cambiamento reale (e dimostrabile con i dati) prodotto nella società.

Nel settore delle Life Sciences, l’impatto non è più solo un bollino di sostenibilità, ma «una leva strategica per creare valore, con l’obiettivo di dare risposte a pazienti che oggi non hanno soluzioni e rendendo l’innovazione davvero accessibile», spiega Porcu.

«La sfida più grande per fondi come Panakès – aggiunge – è misurare questo impatto nelle startup “early stage“, dove il beneficio per il paziente è ancora potenziale. Si investe oggi su un’idea tecnologica con la scommessa che, in futuro, possa trasformarsi in una cura concreta e accessibile a tutti: una sensibilità e un’attenzione maggiormente sviluppata nei paesi del Nord d’Europa».

Il rigore dell’EIF per un cambiamento scalabile

Il Fondo europeo per gli investimenti (FEI), parte del Gruppo della Banca europea per gli investimenti (Gruppo BEI), è stato creato nel 1994 in collaborazione con la Commissione Europea con l’obiettivo di sostenere lo sviluppo e la crescita delle piccole e medie imprese europee. È uno dei maggiori investitori in venture capital in Europa: supporta le Pmi e startup attraverso investimenti in fondi, con la missione di contribuire all’innovazione, digitalizzazione, sostenibilità ambientale e competitività per lo sviluppo economico e sociale in tutta l’UE. «Abbiamo investito in più di 1.600 fondi e supportato più di 700 manager» racconta Anna Finizio.

Finizio opera nel team Green Tech and Social Impact Equity Investment, una squadra pioniera nell’impact investing, che da più di dieci anni investe in fondi con una forte intenzionalità sociale e ambientale. «Investiamo in fondi che hanno l’obiettivo di generare un impatto sociale e ambientale misurabile, insieme ai rendimenti finanziari». L’idea alla base è che l’impatto conta tanto quanto la performance finanziaria.

«Ci basiamo su tre pilastri fondamentali: intenzionalità (la volontà autentica di creare un beneficio), scalabilità (l’impatto deve crescere insieme all’azienda) e sostenibilità finanziaria (la capacità dell’impresa di sorreggersi da sola nel lungo periodo)».

ll modo in cui rendono operativi questi principi si basa su tre dimensioni. «La prima è la cosiddetta “Theory of Change”, uno strumento che permette sia al fondo che all’azienda di tracciare un percorso logico che spieghi come le loro attività portino a alla creazione dell’impatto».

La seconda dimensione è la misurazione dell’impatto. «I nostri fondi, insieme alle società in portafoglio, definiscono KPI specifici (Key Performance Indicator) che vengono monitorati per tutto il periodo dell’investimento».

La terza dimensione è il legame tra impatto e incentivi economici. Il FEI ha infatti introdotto meccanismi che collegano una parte della remunerazione dei gestori ai risultati di impatto conseguiti. Una quota dei loro guadagni extra (carried interest) viene corrisposta solo al raggiungimento di obiettivi misurabili, creando così un allineamento tra performance finanziaria e performance d’impatto.

In definitiva, chiarisce Finizio, l’impact investing non è un settore, è un approccio per investire con l’intenzione di voler fare la differenza per le comunità dove i fondi e le aziende operano. E misurare l’impatto non è un esercizio di reporting, ma una responsabilità.

Fondazione Astorg e l’inclusione: investire dove gli altri non arrivano

Se il FEI è il motore istituzionale, Astorg è un peso massimo del Private Equity globale, una società internazionale che investe capitali in aziende private, ma anche in fondi di investimento, e ha uffici in tutto il mondo (da Londra a Milano), 24 miliardi di euro in gestione e una reputazione costruita su un guadagno medio annuo del 27%.

La Fondazione Astorg, guidata da Cristina Spiller, nasce per portare questo rigore e questa competenza nel mondo della filantropia e dell’impatto.

La Fondazione ha un raggio d’azione molto preciso: supporta realtà che migliorano la vita di persone con patologie croniche e disabilità, settori spesso trascurati dai finanziamenti pubblici o dai grandi capitali tradizionali, e che, attraverso i prodotti e i servizi che offrono, migliorano gli esiti di salute e favoriscono l’inclusione.

«Non guardiamo al biotech puro, ma a soluzioni che migliorano la vita quotidiana», spiega Spiller. Un esempio concreto è il supporto al Fondo Montana, il primo fondo di finanziamento specializzato che si concentra esclusivamente sulla pediatria in Europa. E ad altre realtà, focalizzate soprattutto sulla salute femminile: come, per esempio, una startup francese impegnata a migliorare la diagnosi e la gestione dell’endometriosi, o la charity Action on Postpartum Psychosis nel Regno Unito, che promuove la salute mentale materna.

Il criterio guida di Spiller è l’addizionalità: non si tratta solo di mettere capitali, ma di capire cosa la Fondazione possa offrire in più rispetto al mercato tradizionale. «Valutiamo il ‘peso‘ della malattia sulla vita delle persone e interveniamo in settori sottofinanziati».

La Fondazione utilizza infatti i DALYs (Disability-Adjusted Life Years), una metrica che calcola gli anni di vita in salute persi a causa di una malattia o di una disabilità. Questo dato permette di dare un valore numerico al ‘peso’ reale di una patologia e di scegliere dove investire in base alla gravità del bisogno dei pazienti.

Per Spiller, la misurazione deve essere flessibile e utile all’azienda stessa. «Selezioniamo solo realtà dove il successo economico e l’impatto sociale sono indissolubilmente legati; se non raggiungono risultati per i pazienti, il business stesso non può funzionare».

Keypoints

  • L’impact investing unisce rendimento economico e impatto sociale intenzionale e misurabile.
  • Nelle Life Sciences l’impatto è una leva strategica, ma resta difficile da misurare nelle fasi early stage.
  • L’EIF valuta gli investimenti su intenzionalità, scalabilità e sostenibilità finanziaria.
  • L’impatto viene misurato con KPI e incide anche sugli incentivi economici dei gestori.
  • Fondazione Astorg investe in ambiti sottofinanziati dove impatto sociale e business coincidono

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