Imprenditoria femminile: i pregiudizi che ostacolano il business delle donne. L'indagine di GammaDonna

GammaDonna: i pregiudizi ostacolano il business delle imprenditrici

di La Redazione
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Perché ne stiamo parlando
Un’indagine su 223 imprenditrici italiane evidenzia ancora una volta l’urgenza di un cambiamento culturale perché per innovare non ci si può permettere di lasciare nessun talento ai margini. Il 76% percepisce pregiudizi di genere da parte di investitori, clienti e stakeholder.

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Farcela, nonostante tutto. Potremmo sintetizzare così i risultati di un’indagine di GammaDonna, associazione che promuove la crescita del ruolo delle donne nel mondo dell’impresa, con l’obiettivo di contribuire a ridurre il gender gap e sostenere uno sviluppo economico sostenibile e inclusivo.

L’indagine, condotta insieme a wamo (azienda fintech europea), mappa le principali sfide, finanziarie e di crescita, affrontate dalle donne nel mondo del business e apre riflessioni sull’inclusività dell’ecosistema dell’innovazione.

Delle 223 titolari d’impresa italiane coinvolteil 76% percepisce pregiudizi di genere da investitori, clienti o stakeholder. Praticamente, una su due non viene riconosciuta subito come titolare (46%). Le fondatrici di startup risultano le più penalizzate nel rapporto con i venture capital (ne abbiamo parlato qui). «Tradotto – commenta la presidente di GammaDonna, Valentina Parenti – nel 2026, a molte donne che innovano, raccolgono capitali e guidano imprese viene ancora chiesto, implicitamente, di dimostrare di essere credibili».

Ma nonostante queste difficoltà, metà delle imprenditrici non ha mai pensato di rinunciare alla propria attività. Anche se al peso dei pregiudizi si aggiunge il peso del dover conciliare lavoro e carico familiare.

Le founder di startup pagano il prezzo più caro

Le titolari di imprese innovative sono le più penalizzate, secondo i dati (aprile 2026). Dall’indagine emerge che essere donne e imprenditrici significa confrontarsi con un mondo maschile che non sempre riconosce talento e professionalità: le fondatrici di startup sono quelle che dichiarano di subire più pregiudizi di VC o stakeholder: il 52% li percepisce “spesso” (rispetto al 36% della media) e il 37% (22% la media) si sente sottovalutata rispetto ai colleghi nel rapporto con i finanziatori.

Sono anche quelle che più probabilmente rinunciano o rimandano l’arrivo di un figlio per non compromettere la crescita della propria azienda. Interrogate sull’impatto sul business, il 41% delle madri-imprenditrici segnala un rallentamento della propria attività, mentre il 44% non ha figli (quasi il doppio rispetto alla media).

D’altro canto, tra le founder di startup, il carico della gestione familiare è condiviso equamente nel 52% dei casi: oltre tre volte di più rispetto alla media. «Forse perché chi costruisce il futuro tende anche a ridisegnare le regole de presente» osserva Valenti.

Le criticità operative superano quelle finanziarie

Non è questione di competenze. Ma di percezione altrui e self confidence che la società non aiuta ad alimentare.

Il 79% delle imprenditrici che hanno partecipato alla survey dichiara un livello medio-alto di sicurezza nella gestione finanziaria della propria impresa. Ma, quasi la metà (46%) almeno qualche volta si è sentita meno considerata rispetto ai colleghi nel rapporto con istituti di credito e investitori e il 38% ha evitato di candidarsi a bandi, premi o finanziamenti per timore di non essere all’altezza.

Alle difficoltà di accesso al capitale si affiancano le difficoltà in merito alla sostenibilità quotidiana della gestione aziendale.

Anzi, le criticità operative superano quelle finanziarie. L’“Insoddisfazione o difficoltà nella gestione del business” (46%), seguita da “burocrazia e complessità normativa” (40%) sono le criticità più citate per la sopravvivenza dell’azienda.

Anche trovare il giusto team e mantenerlo nel tempo risulta una sfida chiave. Le imprenditrici indicano questa criticità tra i motivi che hanno spinto almeno una volta a considerare la chiusura dell’attività (36%), ma soprattutto lo considerano l’ostacolo numero uno alla crescita (59%).

Sostenibilità e work-life balance sono bisogni centrali

La conciliazione vita-lavoro – è noto (lo conferma anche il rapporto annuale Istat) – è un problema sistemico nel nostro paese e i dati raccolti – puntualizza GammaDonna – «aprono importanti interrogativi sulla sostenibilità dei modelli imprenditoriali attuali, sul lavoro invisibile ancora svolto dalle donne e sulle implicazioni in termini di benessere e salute mentale».

Diventare madre ha segnato un rallentamento all’attività lavorativa per quasi un’imprenditrice su tre. Nello specifico, il 24% ha subito una “riduzione temporanea di attività” e l’8% una “riduzione significativa di fatturato”.

Tanto che la difficoltà nel conciliare lavoro e famiglia è il motivo per cui il 45% ha pensato di chiudere l’attività. E “avere più tempo per me stessa” (26%) supera di gran lunga i bisogni aziendali come “avere un/una socio/co-founder” e “trovare mentor o rete di supporto” (19%), “ottenere maggiore riconoscimento e credibilità nel mercato” (18%), “accedere più facilmente a finanziamenti o bandi” (15%).

Bisogna creare ecosistemi più inclusivi

«Questi dati – commenta Valentina Parenti, presidente GammaDonna – evidenziano un paradosso ancora profondamente italiano: imprenditrici competenti e innovative continuano a operare in un ecosistema che troppo spesso mette alla prova la loro credibilità più del loro talento». E se fare startup è un’impresa, per le donne è un’impresa ancora più ardua. «Le founder non chiedono corsie preferenziali. Chiedono di non dover partire ogni volta qualche metro indietro. Quindi condizioni eque per competere, crescere e generare impatto. Una sfida che riguarda non solo le donne, ma la capacità del paese di riconoscere, e trattenere, leadership e talento imprenditoriale e valorizzare l’innovazione».

Il messaggio è chiaro: serve un cambiamento culturale e servono azioni mirate per costruire ecosistemi più inclusivi. Anche il Rapporto Istat 2026 evidenzia come gli stereotipi di genere e i modelli culturali tradizionali continuino a condizionare pesantemente il mercato del lavoro e l’organizzazione familiare in Italia. Su questo fronte, GammaDonna lavora dal 2004 come ‘talent scout’ di modelli di business innovativi, valorizzando l’iniziativa imprenditoriale delle donne e giovanile e sostenendo i percorsi imprenditoriali con know-how, network e strumenti di business. Per innovare, rendendolo più inclusivo, l’ecosistema italiano dell’innovazione.

Partendo dall’analisi delle barriere che ancora oggi limitano la piena partecipazione delle donne all’economia digitale e imprenditoriale, l’associazione punta a ridurre il divario attraverso formazione online, networking, supporto alla conciliazione vita-lavoro e percorsi dedicati allo sviluppo di competenze digitali, imprenditoriali e finanziarie.

Keypoints

 

  • 76% delle imprenditrici subisce pregiudizi dagli investitori.
  • Le founder di startup sono le più penalizzate
  • 37% si sente sottovalutata “spesso” dai VC rispetto ai colleghi uomini
  • 41% riporta un calo di attività dopo la nascita di un figlio
  • 45% ha avuto ripercussioni sul proprio benessere personale

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