SOS inquinamento: l’Italia tra i Paesi UE più esposti. La call to action di Planetary Health

SOS inquinamento: l’Italia tra i paesi UE più esposti. La call to action di Planetary Health Alliance

di Alessandra Romano
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Alessandra Romano

Perché ne stiamo parlando
Chi fa scienza ragiona sul lungo termine. Chi prende decisioni politiche guarda al consenso e al breve termine. Questo è un limite difficilissimo da superare. Inquinamento, pandemie e antibiotico-resistenza non sono crisi separate. Bisogna agire adesso. Ne parliamo con Chiara Cadeddu.

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L’inquinamento atmosferico in Europa è in progressiva diminuzione, ma oltre il 94% della popolazione urbana continua a essere esposta a concentrazioni di particolato fine (PM2.5) superiori ai livelli raccomandati dalle linee guida dell’Organizzazione mondiale della sanità. In base agli ultimi dati dell’European Enviroment Agency (EEA), relativi alla qualità dell’aria del 2025, l’Italia è tra i paesi che hanno registrato le concentrazioni più alte di particolato fine, ozono e biossido di azoto.

«Abbiamo fatto passi avanti riguardo l’inquinamento atmosferico, ma i dati ci mostrano che c’è ancora tanto da fare» puntualizza Chiara Cadeddu, professoressa associata titolare della cattedra tematica di Planetary Health all’Erasmus School of Health Policy & Management dell’Università Erasmus di Rotterdam (Paesi Bassi). «Per allinearsi ai target dello Zero Pollution Action Plan europeo, l’Italia deve puntare su azioni che lo riducano a partire dalla fonte e ne mitighino gli impatti sulla salute. Tre priorità concrete e realistiche sono transizione rapida verso trasporti a basse emissioni, riduzione delle emissioni agricole e zootecniche, monitoraggio e bonifica dei siti critici di contaminazione. Queste azioni producono effetti tangibili su condizioni di vita e salute della popolazione, contribuendo a una transizione ecologica equa e misurabile».

L’impatto sulla salute in Italia

Sono noti, ormai, i danni causati dall’inquinamento atmosferico alla nostra salute. Cardiovascolare, e non solo. Un peso che grava, oltre che sulla salute del singolo, anche sul sistema sanitario. I principali inquinanti, tra cui PM2.5, PM10 e ozono (O3) sono infatti collegati all’insorgenza di asma e altre malattie respiratorie, malattie cardiache, ictus e diabete.

L’Italia si colloca nel gruppo dei paesi UE con un impatto sanitario significativo attribuibile al PM2.5, con un tasso di mortalità superiore alla media europea e valori comparabili a quelli osservati in diversi paesi dell’Europa sud-orientale. Secondo l’EEA, a livello regionale (classificazione NUTS3) nel 2023 la provincia di Padova figurava tra le tre aree UE con il più alto tasso di mortalità attribuibile al PM2.5.

Un Paese urbano e motorizzato

In Italia circa il 70% della popolazione vive nelle aree urbane, dove si concentra maggiormente l’inquinamento stradale, con una previsione di crescita nei prossimi anni. Secondo il report dell’European Automobile Manufacturers’ Association (ACEA), l’Italia detiene il parco auto più grande – dopo la Germania – e più vecchio d’Europa, con la maggior parte dei veicoli oltre i dieci anni di età e una forte dipendenza da diesel e benzina.

«Ridurre tutto a una scelta individuale sarebbe semplicistico. Il possesso di automobili non dipende dalla volontà o dalla pigrizia. Se non c’è un trasporto pubblico che consenta di arrivare ai luoghi di lavoro o infrastrutture che rendano facile usare la bicicletta, è chiaro che questo non aiuta» precisa Cadeddu. «E servono delle policy che aiutino anche a modificare il tipo di energia utilizzata dalle aziende e supportare di più l’utilizzo delle rinnovabili».

Ripensare le città diventa quindi una strategia sanitaria oltre che ambientale. «L’inquinamento urbano è anche una questione di progettazione dello spazio pubblico. Ci sono realtà che hanno migliorato la propria pianta urbana, anche in Italia. Pensiamo alle zone 30: interventi che fanno bene all’ambiente, alla salute e alla sicurezza stradale».

Cibo, ambiente e salute: un sistema interdipendente

«Se andiamo ad analizzare le aree geografiche del nostro paese – racconta Cadeddu – la Pianura Padana soffre delle emissioni legate all’industria e in particolare agli allevamenti intensivi, uno dei problemi principali sottovalutati nel dibattito pubblico».

«Il tema degli allevamenti intensivi – aggiunge – è forse quello che più di tutti implica un cambiamento di mentalità, coinvolgendo anche il consumatore. Se c’è meno domanda anche l’offerta si deve adeguare. Ci sono aziende in Italia che hanno riconvertito la produzione dalla carne a prodotti vegetali. Non tutte possono farlo, ma è importante rafforzare le politiche europee in questa direzione».

Il rischio è un circolo vizioso. «Se continuiamo a seguire un tipo di alimentazione che non fa bene né al pianeta né alla nostra salute, anche i sistemi sanitari saranno costretti a far fronte alle patologie conseguenti. Tutto è collegato, ma ancora si fatica a capirlo».

Dall’inquinamento alle pandemie: l’importanza dell’approccio One Health

L’approccio One Health riconosce proprio l’interconnessione tra salute umana, animale ed ecosistemica. «In Europa la One Health è stata presa in considerazione nei documenti e nei piani di adattamento climatico. A volte è solo citata, altre si traduce in azioni concrete».

Ma ripensare alla salute in ottica One Health è centrale. Un imperativo.

Le pandemie ne sono un esempio concreto. Negli ultimi decenni attività umane ed ecosistemi stressati hanno creato nuove opportunità per la diffusione di nuovi patogeni, molti dei quali zoonotici. Secondo l’OMS circa il 60% delle malattie infettive emergenti segnalate a livello globale è legata a zoonosi, malattie che partono dagli animali. «Come in una stanza piccola in cui basta una persona contagiata dal virus perché si diffonda, così gli allevamenti intensivi possono diventare zone ad altissimo rischio».

Lo stesso vale per l’antibiotico resistenza. «Gli antibiotici vengono utilizzati su larga scala anche negli allevamenti. Più ne somministriamo, più c’è il rischio che aumentino le resistenze con ripercussioni sugli individui e sui sistemi sanitari, già sotto pressione per la carenza di personale».

Dopo la pandemia, il concetto di spillover (il passaggio di un agente patogeno dagli animali alle persone) è entrato nel dibattito pubblico, «ma non sempre – evidenzia Cadeddu – si è tradotto in politiche strutturate e il rischio non può essere azzerato. Anche il fenomeno dello spillback (il passaggio inverso, dalle persone agli animali) è oggetto di studio, ma possiamo fare predizioni di rischio, non avere certezze assolute». E proprio in questa zona grigia si colloca l’approccio ecologico alla salute.

Oltre One Health: la prospettiva Planetary Health

In altre parole, dall’inquinamento alle zoonosi fino all’antibiotico-resistenza: non possiamo affrontare le crisi sanitarie senza uno sguardo sistemico. Cadeddu lavora nell’ambito della Planetary Health.

«La Planetary Health fa un passo in più rispetto alla One Health, che mette la parte animale più al centro, estendendo lo sguardo a tutti i sistemi naturali e all’equilibrio tra salute umana e del pianeta, con un forte orientamento alle soluzioni e alla transdisciplinarità: biodiversità, salute umana, inquinanti emergenti, microplastiche e nanoplastiche vengono esami entrano nello stesso quadro».

Cadeddu fa parte dello Steering Committee della Planetary Health Alliance, l’organizzazione mondiale più importante che si occupa di Planetary Health, con base accademica alla Johns Hopkins University (Baltimora, USA) e oltre 500 membri in tutto il mondo tra organizzazioni non governative, scienziati e privati.

«L’obiettivo è colmare il divario tra evidenze e politiche, favorendo un lavoro transdisciplinare tra scienziati, decisori e settore privato, con particolare attenzione al coinvolgimento dei giovani e alla sensibilizzazione della popolazione». Il messaggio è semplice e chiaro: non esiste sanità pubblica senza Planetary Health.

Il vero nodo: dalla scienza alle decisioni

«Il problema è passare da from evidence to action, ovvero dai risultati scientifici alle decisioni» osserva Cadeddu. «Chi fa scienza ragiona sul lungo termine, quindi per esempio per far sì che la popolazione sia in salute, che i sistemi sanitari non sovraccarichino. Chi prende decisioni politiche guarda al consenso e al breve termine. Questo è un limite difficilissimo da superare».

La chiave è nella comunicazione e nella collaborazione. «Serve volontà da entrambe le parti e un linguaggio specifico anche per parlare con i politici. Se i risultati scientifici vengono presentati in modo troppo tecnico, il gap resta».

Gli imperativi, ribadisce Cadeddu, restano la prevenzione e il superamento della frammentazione istituzionale, anche all’interno della comunità scientifica, per politiche efficaci. «Inquinamento, pandemie e antibiotico-resistenza non sono crisi separate, ma manifestazioni diverse della stessa interdipendenza. Le soluzioni ci sono, bisogna creare le condizioni per diminuire questi dati preoccupanti».

In questa direzione si inserisce una ricerca condotta con l’Association of Schools of Public Health in the European Region (ASPHER), in collaborazione con l’European Climate and Health Observatory, nell’ambito di un contratto con l’EEA, che mira a sostenere le regioni e le comunità europee verso la resilienza climatica entro il 2030. «L’obiettivo è esplorare le lacune e le esigenze di conoscenza che i responsabili politici devono affrontare quando integrano la salute nei piani di adattamento ai cambiamenti climatici. I risultati contribuiranno proprio a questo: definire linee guida pratiche a sostegno dell’integrazione delle considerazioni sanitarie nei piani di adattamento ai cambiamenti climatici». Perché la questione ambientale non può più essere trattata senza considerare insieme la componente salute, e viceversa.

Keypoints

  • In Europa l’inquinamento atmosferico è in calo, ma oltre il 94% della popolazione urbana resta esposta a livelli di PM2.5 superiori alle linee guida OMS. L’Italia presenta tassi di mortalità attribuibile al particolato sopra la media europea.
  • Inquinamento, antibiotico-resistenza, zoonosi e rischio pandemico sono manifestazioni della stessa interdipendenza. L’approccio One Health e la prospettiva Planetary Health chiedono politiche integrate.
  • L’approccio One Health e la prospettiva Planetary Health propongono una visione integrata tra salute umana, animale e ambientale.
  • Le evidenze scientifiche esistono. Il problema è trasformarle in azioni strutturali: dalla progettazione urbana alla transizione energetica, fino alle politiche agricole e alimentari.

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