Il valore dell'innovazione: oltre il profitto, verso l’impatto sociale

Il valore dell’innovazione: oltre il profitto, verso l’impatto sociale

di Simona Regina
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Simona Regina

Perché l’abbiamo scelto
Angelo Italiano è il protagonista della nostra rubrica ESG. Capofila del gruppo di soci del Club degli investitori che punta sull’impact investing, ci racconta il primo investimento che sarà formalizzato a giorni e l’impegno nel sostenere l’imprenditoria che affronta problemi sociali.

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Angelo Italiano è il capofila del gruppo di soci del Club degli investitori che sta lavorando sul fronte dell’impact investing (investimenti a impatto). L’obiettivo? Andare oltre il mero ritorno economico per guardare anche all’impatto sociale dei propri investimenti.

«Siamo circa una settantina di business angel, siamo pronti a formalizzare il primo investimento e stiamo facendo scouting di altre realtà su cui investire, iniziative che possano fare la differenza per la società». In altre parole, il cosiddetto “give back” non è rivolto soltanto nei confronti di chi vuole fare impresa, mettendo a disposizione competenza, esperienza e risorse finanziarie, ma alla società.

Manager con un’esperienza trentennale nel mondo della consulenza e oggi business angel del Club degli Investitori – network di oltre 400 soci che investono in startup, scale-up e Pmi innovative – Angelo Italiano ha le idee molto chiare su quale debba essere la direzione degli investimenti che hanno un occhio di riguardo ai fattori ambientali, sociali e di governance (ESG).

Per lui, l’impatto è un valore strategico che si misura nella capacità di un’impresa di generare benessere collettivo restando economicamente sostenibile. E proprio da questa visione è nato il gruppo di lavoro dedicato all’investimento a impatto, con l’obiettivo di sostenere l’imprenditoria che affronta problemi sociali con soluzioni innovative.

Quando è nata l’idea di creare un gruppo dedicato agli investimenti a impatto all’interno del Club degli Investitori?

«Avevamo già fatto qualche investimento con una matrice a impatto: per esempio in Algor, startup EdTech che ha sviluppato uno strumento didattico per ragazzi e ragazze con la dislessia; e WeGlad che ha sviluppato una piattaforma per la mobilità delle persone con disabilità.

Lo scorso anno poi è maturata la consapevolezza dell’importanza di focalizzarci su questo tipo di investimenti, prediligendo in particolare l’impatto sociale ed educativo. Abbiamo quindi iniziato a confrontarci con i principali player italiani del settore, come Oltre Venture (oggi Oltre Impact, ndr) e SocialFare, per capire come strutturare un’azione che andasse oltre l’investimento tradizionale. Non vogliamo fare charity: il nostro obiettivo è fare impresa. E ora siamo pronti a formalizzare il primo investimento insieme al fondo di impatto francese Phitrust che ha già investito in Italia».

Su chi siete pronti a investire?

«Panaté: una società benefit che ha creato una rete di laboratori di panificazione all’interno delle carceri italiane. Oggi impiega circa 80 detenuti in cinque carceri. Un’iniziativa di valore. Le statistiche del Ministero di giustizia dicono che la recidiva arriva fino al 70%, cioè 7 persone su 10 dopo la detenzione rientrano in carcere. Fra coloro che hanno un impiego stabile la recidiva scende al 10%. Nel caso di Panaté, che opera già da qualche anno, addirittura a 0, con diversi ex detenuti che continuano a lavorare nei forni Panaté. È un progetto che scala un modello di business solido, con un impatto umano che tocca il cuore: contribuisce a riscrivere un destino già segnato per le persone detenute. Il lavoro stabile è l’antidoto alla recidiva e Panaté dimostra che dal carcere possono uscire cose buone».

State considerando già altre realtà per altri investimenti a impatto?

«Per il primo anno ci siamo dati l’obiettivo di fare un investimento, di conoscere i principali attori del mondo dell’impact investing e di creare occasioni formative per i nostri soci. Una cosa è chiara: l’impact investing è ben altra cosa dalla charity. Noi vogliamo fare impresa, cerchiamo imprese che grazie all’impatto sociale che generano siano sostenibili economicamente e, auspicabilmente, generino anche un ritorno per chi ha investito. Abbiamo analizzato una ventina di aziende e ne stiamo approfondendo un paio».

Guardando al panorama italiano, come si sta muovendo l’ecosistema dell’investimento a impatto?

«L’Italia ha attori ormai maturi. Oltre Venture, per esempio, ha un’esperienza decennale e si sta spostando su round più strutturati. Dopo il primo fondo dedicato a investimenti preseed e seed, il secondo è focalizzato su iniziative più mature, quindi ticket più alti e imprese che hanno già validato il modello di business. Poi c’è SocialFare, che ha lanciato un primo fondo ormai diversi anni fa per avere un ritorno sociale sul territorio, e che investendo in realtà come Unobravo ha dimostrato che l’impact investing può dare ritorni in linea con il mercato.

Ci sono anche Opes, Sefea e la Fondazione Giordano Dell’Amore che ha dedicato una specie di cassaforte per investimenti di tipo sociale. È un settore in crescita, ma bisogna saper distinguere tra investimento e beneficenza».

In altre parole, supportate realtà che possano generare benefici alla collettività, ma in ogni caso anche un ritorno economico a voi che investite?

«Da questo punto di vista è stato molto interessante il confronto con Oltre Venture e SocialFare. Secondo Oltre Venture bisogna essere pronti ad avere ritorni inferiori rispetto a quelli attesi da investimenti non a impatto. SocialFare, dopo Unobravo, ha fatto altri investimenti di successo e sostiene che l’impact investing debba dare ritorni in linea con l’investimento di tipo venture. Vediamo chi avrà ragione.

Nel caso di Panaté non mi aspetto un ritorno come un investimento di successo in una biotech o medtech: è un’iniziativa che ha bisogno di equity per aumentare i volumi e aprire nuovi laboratori, il modello è già scalato e l’impatto sociale è evidente. In definitiva il ritorno economico non è la prima motivazione che muove il nostro investimento. Panaté offre percorsi di crescita umana e professionale creando lavoro e favorendo l’inclusione sociale di chi sta scontando una pena».

Quali caratteristiche deve avere un’impresa affinché possa intercettare i vostri piani di investimento?

«Due in particolare. La prima vale non solo per gli investimenti a impatto. Noi finanziamo l’impresa, non l’idea. E se l’impresa non è già costituita, deve esserci almeno il team, il business plan. Oltre a questo, l’impresa deve dimostrare la sostenibilità economica e il forte impatto sociale. Nel caso di Panaté, ogni laboratorio aperto in carcere aumenta il numero di detenuti che grazie a questa esperienza può migliorare la propria vita e quella della propria famiglia, con la prospettiva di non tornare in carcere».

Personalmente cosa l’ha spinta a puntare su questo tipo di investimento?

«I business angels, come raccontano anche i manuali americani, sono mossi da diversi fattori, tra cui quello che oltreoceano chiamano il give back, cioè il voler restituire qualcosa alla società. Mi anima la prospettiva di un ritorno, non solo economico, ma sociale. Ed è ciò che condivido con il gruppo di soci: analizziamo come funziona una tecnologia, una strategia di go to market, se la strategia di pricing è giusta. Analizziamo insieme un’azienda, con l’idea di contribuire a costruire qualcosa che possa generare benefici sulla società».

Qual è finora l’investimento che le ha dato maggiore soddisfazione?

«Da un punto di vista finanziario, Evergreen Theragnostics: è stata la migliore exit del Club degli investitori. Parliamo di una società che sviluppa radiofarmaci per il trattamento oncologico e che dopo cinque anni dall’investimento è stata acquisita da una società quotata al Nasdaq.

Dal punto di vista personale sono molto affezionato a Algor, startup nata nell’incubatore del Politecnico di Torino che ha sviluppato una piattaforma di studio che usa l’intelligenza artificiale per persone con la dislessia. Ho intercettato il team quando i founder si stavano laureando e oggi fanno 5 milioni di fatturato: parliamo di un’azienda con 15 dipendenti che vende in 5-6 paesi in giro per il mondo. Sono stato il loro mentore, e il rapporto oggi va oltre la consulenza».

L’impatto sta diventando un valore strategico, ma c’è il rischio di una sorta di “ESGwashing”?

«Il rischio c’è ed è alto. Non vorrei che diventasse una sorta di moda, come i Piani qualità negli anni Novanta, quando eravamo sepolti da indicatori che non servivano a niente. Dobbiamo far sì che l’investimento a impatto non rimanga imbrigliato in una serie di parametri che misurano ben poco il reale impatto sociale di un’impresa innovativa».

Keypoints

  • Angelo Italiano è il capofila di un gruppo di business angel del Club degli Investitori che vuole investire in aziende capaci di generare sia ritorni economici sia benefici concreti per la società.
  • Il primo investimento sarà in Panatè, una società benefit che crea laboratori di panificazione nelle carceri e aiuta i detenuti a trovare lavoro stabile dopo la pena.
  • L’impact investing non è beneficenza, ma un modo di fare impresa puntando su progetti sostenibili e con un forte impatto sociale.
  • Secondo Angelo Italiano, il vero valore di un investimento si misura nella capacità di migliorare la vita delle persone e in generale avere un impatto positivo sulla società, restando economicamente sostenibile.

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