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Ad essere degno di nota non è soltanto il fatto che un candidato antimalarico scoperto e sviluppato in Africa sia arrivato alla sperimentazione clinica. Attorno allo sviluppo di quella molecola, hanno preso forma anche infrastrutture, piattaforme tecnologiche e una comunità scientifica capace di restare nel continente e di decidere le proprie priorità di ricerca. È questa la portata del lavoro di Kelly Chibale.
Chimico organico di formazione, professore all’University of Cape Town, dove nel 2010 ha fondato H3D, il centro per la scoperta e lo sviluppo di farmaci, Chibale è considerato uno dei protagonisti della chimica farmaceutica africana.
L’Università di Bologna gli ha appena conferito il dottorato di ricerca ad honorem in Scienze biotecnologiche, biocomputazionali, farmaceutiche e farmacologiche per i risultati ottenuti contro malaria, tubercolosi e altre malattie infettive, e per l’impatto che la sua attività di ricerca ha avuto sulla salute pubblica.
Da un villaggio dello Zambia a Cambridge
La storia di Chibale comincia a Muwele, un villaggio dello Zambia privo di elettricità e acqua corrente. Il padre muore quando lui ha appena due mesi; la madre, Elizabeth Malekano Chanda, cresce da sola la famiglia e gli trasmette, come ha ricordato lo stesso Chibale durante la cerimonia, un modo molto concreto di affrontare le difficoltà: cercare opportunità anche nelle situazioni più difficili.
L’incontro con la chimica arriva al liceo, attraverso un insegnante appassionato e alcuni semplici esperimenti di laboratorio. All’University of Zambia quella curiosità diventa una passione per la chimica organica. Dopo la laurea con lode lavora come chimico nell’industria degli esplosivi e continua a candidarsi per proseguire la formazione all’estero, finché ottiene una borsa per il dottorato a Cambridge con Stuart Warren, punto di riferimento nel mondo della chimica organica.
A Cambridge, però, l’inizio non è facile: Chibale si trova meno preparato di molti colleghi e deve adattarsi a un ambiente scientifico e culturale molto diverso, oltre che a un nuovo clima. Concluderà comunque il dottorato in tre anni, nel 1992. Da Warren, ha ricordato nella laudatio la coordinatrice del dottorato in Drug discovery and development, Maria Laura Bolognesi, non apprende soltanto la ricerca, ma anche un’idea di mentorship fondata su pazienza, comprensione e attenzione particolare per chi parte da condizioni svantaggiate. Seguono esperienze di ricerca all’University of Liverpool e allo Scripps Research Institute di San Diego.
Nel 1996 accetta un incarico di insegnamento di un anno all’University of Cape Town. Quell’anno provvisorio durerà, in realtà, oltre tre decenni.
La collaborazione con Medicines for Malaria Venture
Arrivato in Sudafrica, Chibale osserva due estremi: da una parte università capaci di produrre ricerca di base di livello mondiale, dall’altra clinici che possono condurre studi altrettanto avanzati. In mezzo, però, manca il ponte necessario a trasformare una scoperta in un candidato farmaco. Decide così di lavorare su questo.
La scelta nasce da tre spinte.
Il peso molto elevato delle malattie nel continente e la responsabilità, per gli scienziati africani, di contribuire alle soluzioni. (Chibale rifiuta tuttavia l’etichetta di problemi africani. «Non sono sfide sanitarie africane. Sono sfide per la salute umana»). L’idea di usare la scienza anche come leva di sviluppo, creando posti di lavoro qualificati e la capacità di attrarre, formare e trattenere talenti. E il contrasto a quello che definisce afro-pessimismo: la convinzione, più o meno esplicita, che dall’Africa possano arrivare bisogni, dati e pazienti, ma non innovazione competitiva.
Nel 2008 trascorre un periodo sabbatico in Pfizer per capire quali infrastrutture, tecnologie e professionalità servano davvero alla scoperta industriale di un farmaco. «Mi spaventava scoprire quanto non sapessi su ciò che serve per scoprire e sviluppare un medicinale, ma ho avuto la fortuna di riconoscere quello che non sapevo», ha raccontato a Bologna.
Tornato a Città del Capo, avvia una collaborazione con Medicines for Malaria Venture. Il gruppo locale, all’inizio, può occuparsi soprattutto della parte chimica. La rete internazionale permette di integrare le competenze mancanti. «Ci siamo concentrati su ciò che potevamo fare con quello che avevamo, senza desiderare di avere tutto», ha spiegato Chibale.
È una logica pragmatica, che consente di costruire autonomia scientifica attraverso partnership nelle quali la leadership, le capacità decisionali e una parte crescente della filiera restino nel continente.
H3D: un ecosistema locale di competenze globali
Nel 2010 nasce H3D, Holistic Drug Discovery and Development Centre, una piattaforma accademica integrata che riunisce chimica farmaceutica, screening biologico, farmacologia, valutazione della sicurezza, metabolismo e farmacocinetica. Il centro parte con cinque scienziati; oggi conta oltre settanta persone, un portafoglio esteso dalla malaria alla tubercolosi e ai nuovi antibiotici, piattaforme tecnologiche e programmi di formazione rivolti anche ad altre istituzioni africane.
Il risultato più noto è MMV390048, il primo antimalarico di piccola molecola scoperto in Africa da un gruppo a guida africana ad avere raggiunto lo sviluppo clinico, con le prime sperimentazioni condotte nel continente. È un composto amino piridinico nato dall’ottimizzazione di una molecola individuata mediante screening ad alta capacità e diretta contro la fosfatidilinositolo 4 chinasi di Plasmodium. Il programma è avanzato attraverso una collaborazione internazionale coordinata da H3D insieme a Medicines for Malaria Venture e altri partner.
«Nel processo abbiamo sviluppato infrastrutture, costruito piattaforme tecnologiche e formato una massa critica di talenti», ha sottolineato Chibale.
Nella sua attività di ricerca si è inoltre dedicato ad agenti antiprotozoari ad ampio spettro e composti multi-target, molecole progettate per agire su più bersagli biologici e potenzialmente utili nel contrasto alle resistenze. Un singolo composto potrebbe anche semplificare alcuni regimi terapeutici e ridurne i costi, un vantaggio tutt’altro che secondario nei contesti in cui l’accesso ai farmaci è limitato e le terapie complesse sono difficili da sostenere.
E all’uso dell’intelligenza artificiale, di tecniche chimiche che permettono di produrre rapidamente molte molecole diverse e selezionare quelle con caratteristiche interessanti, e di metodi informatici e modelli matematici per analizzarle e prevederne le proprietà, Chibale ha affiancato anche la valorizzazione di prodotti naturali e della medicina tradizionale come possibili fonti di diversità chimica e conoscenza biologica.
Perché il dottorato a Kelly Chibale
Come ha ricordato Barbara Monti, direttrice del Dipartimento di Farmacia e Biotecnologie, Chibale ha dato un contributo fondamentale alla lotta contro malaria e tubercolosi e ha raggiunto «un traguardo storico guidando il primo programma capace di portare nello sviluppo clinico un candidato antimalarico interamente scoperto e sviluppato nel continente africano». H3D ha inoltre attratto finanziamenti, costruito infrastrutture, creato lavoro qualificato e formato scienziate e scienziati africani, in piena coerenza con le priorità del Dipartimento e del corso di dottorato.
Maria Laura Bolognesi ha sottolineato la corrispondenza fra il lavoro di Chibale e la natura multidisciplinare del programma bolognese, che comprende l’intera filiera della scoperta farmacologica. «Ampiezza scientifica, collaborazione tra discipline e traduzione delle scoperte in soluzioni capaci di migliorare la salute umana sono i valori che Chibale ha portato al livello più alto».
Definendolo «un chimico, un medicine maker e un leader», Bolognesi ha evidenziato il fatto che H3D, oltre ad essere un centro di ricerca di livello internazionale, è uno strumento di indipendenza scientifica, capace di trasformare l’eccellenza in opportunità.
Studiare i farmaci nelle popolazioni a cui sono destinati
Uno degli aspetti più rilevanti di H3D è l’attenzione al metabolismo dei farmaci nelle popolazioni africane. Dietro c’è un principio di medicina di precisione tanto semplice da sembrare ovvio, e proprio per questo spesso trascurato. «I farmaci devono essere studiati nelle popolazioni alle quali sono destinati», ha sottolineato Chibale. «Genetica, ambiente fisico e condizioni sociali possono influire sulla malattia, sulla risposta terapeutica e sulla sicurezza e condurre la ricerca vicino ai pazienti significa quindi produrre conoscenze più pertinenti, non abbassare gli standard».
Bolognesi lo ha sintetizzato nella laudatio: l’innovazione scientifica deve servire le persone che hanno maggiormente bisogno di quei farmaci. Accessibilità e sostenibilità economica sono criteri che orientano domande di ricerca, progettazione delle molecole e organizzazione dei percorsi terapeutici. «L’impegno per l’accessibilità non ha mai significato accettare qualcosa di meno dell’innovazione scientifica al più alto livello».
È anche il motivo per cui il rettore Giovanni Molari ha letto nel lavoro di Chibale una concezione della ricerca in cui eccellenza e responsabilità procedono insieme: produrre conoscenza, formare le persone che potranno svilupparla e domandarsi come quella conoscenza risponda ai problemi della società. Creare competenze dove sono maggiormente necessarie significa rendere l’impatto durevole oltre la durata di un finanziamento o il destino di una singola molecola.
Una rete africana per la drug discovery
La sfida successiva di Chibale è stata ampliare in modo sostenibile l’ecosistema africano della drug discovery. Nel 2019 è nata la H3D Foundation e, alla fine del 2023, la rete Grand Challenges African Drug Discovery Accelerator, sostenuta con 7,2 milioni di dollari dalla Gates Foundation e da LifeArc. La rete connette oggi otto Paesi africani e oltre venti istituzioni di ricerca impegnate in quattro progetti di punta, condividendo infrastrutture, risorse ed expertise. L’obiettivo è creare centri regionali di eccellenza e raggiungere una scala che nessuna istituzione isolata potrebbe sostenere.
Il passaggio dall’afro-pessimismo all’afro-ottimismo – titolo scelto da Chibale per la sua lectio all’Università di Bologna – racconta «un cambiamento nella geografia del sapere»: l’Africa non è più un luogo in cui le malattie vengono osservate o le sperimentazioni reclutano pazienti, ma uno spazio in cui si definiscono priorità, si progettano molecole, si assumono decisioni e si costruiscono istituzioni capaci di sostenere l’innovazione. «H3D ha corretto la percezione sbagliata secondo cui l’Africa non possa essere una fonte di innovazione sanitaria, dimostrando il contrario a standard competitivi internazionali», ha detto Chibale.
Durante la cerimonia ha insistito più volte sul carattere collettivo dei risultati e sull’importanza dei mentori, dei finanziatori, delle collaborazioni e soprattutto dei gruppi di ricerca. La scoperta di un farmaco, del resto, è un processo lungo e ad altissimo tasso di insuccesso. Con la sua ironia, lo ha riassunto così: «bisogna baciare molte rane prima di incontrare il principe: allo stesso modo, prima di trovare una molecola che funzioni, se ne attraversano molte che falliscono».
La chiusura della lectio l’ha affidata a un proverbio africano, che per H3D e per la nuova ricerca farmaceutica africana, ha detto, è un programma di lavoro: «se vuoi andare veloce, vai da solo. Se vuoi andare lontano, vai insieme».


