Mangiacavalli (FNOPI): “Transizione digitale? Un’occasione per l’evoluzione dei sistemi sanitari”

Mangiacavalli (FNOPI): «Transizione digitale? Un’occasione per l’evoluzione dei sistemi sanitari»

di Maria Mezzetti
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Maria Mezzetti

Perché ne stiamo parlando
A capo della Federazione Nazionale Ordini Professioni Infermieristiche, Barbara Mangiacavalli descrive la situazione attuale delle infermiere.

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Presidente dal 2015 della FNOPI, che riunisce e coordina i 102 Ordini provinciali delle professioni infermieristiche, Mangiacavalli è inoltre Direttrice Socio-Sanitario della ASST Milano Nord dal febbraio 2019.

In qualità di membro della community “Donne protagoniste in sanità”, come spiega il fenomeno in corso per il quale le donne medico sono oltre il 50%, ma solo poco meno del 20% ricopre ruoli apicali?

«Le donne medico sono il 50% ma solo il 20% ha un ruolo apicale, invece le infermiere nei ruoli apicali sono il 66% sul totale della popolazione infermieristica che ha un contratto dirigenziale. Le infermiere sono il 78% della categoria, quindi la loro prevalenza generale si rispecchia nella presenza della leadership aziendale. Lo stesso però non accade  nella presidenza degli Ordini provinciali – 102 in Italia- dove c’è una predominanza maschile tra i presidenti: le donne presidente a livello regionale sono mediamente una o due. E in alcune regioni non ce n’è nemmeno una.

Io sono una donna, e da sempre, almeno finora, la presidenza nazionale è stata in capo a una donna, però oggettivamente negli Ordini provinciali c’è una scalata maschile e sono molto poche le colleghe che si impegnano nella rappresentanza professionale. Quanto alla presenza femminile nel sindacato le donne infermiere sono circa 450, ma se tra loro c’è una prevalenza di donne al Nord, spostandosi al Sud, per la maggior parte sono uomini».

Come mai?

«I motivi sono tanti e sono quelli che vanno combattuti culturalmente,  come l’errata convinzione che una donna non possa gestire una famiglia e fare carriera, o che, se lavora devo essere lei a sacrificarsi chiedendo il part-time o la riduzione oraria. Ci sono delle norme, ad esempio, nella composizione degli Ordini, per garantire un equilibrio di genere. Tuttavia questo fenomeno (evidente leadership femminile in un settore professionale che riguarda il management pubblico e privato e scarsa leadership femminile nel settore ordinistico e sindacale) merita sicuramente un’analisi più approfondita.

Nonostante la professione infermieristica nasca come una professione femminile, il lavoro infermieristico è un lavoro su turni, h24, sette giorni su sette. È una professione che rende difficile una serena gestione del tempo nella vita privata e familiare e diventa ancora più difficile con i figli o con i genitori sempre più anziani. Per altro, proprio con l’aumento delle 104 e dell’assistenza domiciliare di un familiare in condizioni di bisogno, svolgendo una professione sanitaria così importante si tende a delegare proprio all’infermiera in famiglia. Per questo accade che molte colleghe chiedano la riduzione di orario».

Come mai ci sono pochi infermieri oggi? È solo questione di retribuzione?

«Essa contribuisce alla perdita di attrattività per una professione complessa e impegnativa: un infermiere in media guadagna 1.700 euro al mese.

Da uno studio recente sul benessere organizzativo (studio BENE), realizzato dall’Università di Genova con il sostegno dalla FNOPI, è emerso infatti che il 59% degli infermieri in servizio negli ospedali italiani è molto stressato e il 36% sente di non avere il controllo sul proprio carico di lavoro. Il 47,3% si percepisce privo di energia e nel 40,2% dei casi si ravvisa un esaurimento emotivo elevato. Il 45.4% ritiene che l’impegno professionale non lasci abbastanza tempo per la propria vita personale e familiare.

E questo porta a conseguenze che potrebbero aggravare ancora di più la carenza: alla domanda sulla possibilità di lasciare entro il prossimo anno l’ospedale a causa dell’insoddisfazione lavorativa, quasi la metà degli infermieri ha risposto in modo affermativo (45.2%)».

Come si commenta tutto questo?

«Le cifre delle retribuzioni fotografano un percorso di carriera praticamente inesistente, legato solo agli scatti automatici di stipendio che, tra l’altro, è tra i più bassi tra i Paesi dell’Ocse (tra il 25 e il 40% in meno). La retribuzione è quindi un vulnus che colpisce la professione, che con i suoi 10 milioni di ore di straordinari all’anno, regge in piedi il servizio sanitario.

Il nodo però è anche il mancato riconoscimento di carichi di lavoro e responsabilità: per questo la FNOPI, insieme al ministero della Salute, sta lavorando a nuove lauree magistrali di specializzazione clinica per gli infermieri proprio per costruire dei percorsi di carriera.

Anche perché, già oggi, solo il 45% si laurea in tempo (nei tre anni), il 25% ci mette fino a 10 anni e gli altri  abbandonano il corso di studi perché si rendono conto di avere scelto una professione che non ha grandi sbocchi. Un fatto di cui si accorgono anche quelli che già lavorano, visto che sono 15.450 gli infermieri che, tra il 2021 e il 2022, hanno lasciato la sanità pubblica con alle spalle un contratto a tempo indeterminato».

Qual è la situazione delle infermiere?

«Le infermiere iscritte agli Ordini in Italia sono 339.470 (dato aggiornato a febbraio 2024) rispetto a 107.230 infermieri, mentre per l’infermieristica pediatrica, su 9.121 iscritti, 8.930, ovvero il 98% del totale, sono donne. A livello regionale, la presenza femminile – che comunque è sempre superiore al 50-60% – è massima in Trentino-Alto Adige (86,1%), Friuli-Venezia Giulia (85,1%) e in Piemonte (84,4%), mentre le percentuali minori sono in Sicilia (59,5%), Campania (64%) e Basilicata (69,8%).

Negli Ordini provinciali è diversificata. Le percentuali maggiori si registrano a Sondrio (89,1%), Pordenone (88,5%) e Bolzano (87,6%), che si assottigliano scendendo fino a Palermo, Trapani (59.8%), Enna (57.1%) e Agrigento (54,8%).

Diverso il discorso per le infermiere pediatriche che in molti Ordini (64 su 102) raggiungono il 100% delle iscrizioni (anche in quelli che contano una minore presenza femminile, come ad esempio ad Agrigento) e, in generale, non scendono mai al di sotto del 90%. I numeri relativamente più bassi riguardano Biella (88,5%), Catania (88,1%), Siracusa (86,7%), Livorno e Caltanissetta (83,3%).

Secondo il consorzio interuniversitario Almalaurea, dal punto di vista retributivo, però, le donne, rispetto agli uomini, guadagnano circa il 12,8% in meno, se si considera l’alto tasso di part time tra il sesso femminile. Differenza che scende al -2,6% se invece si considerano solo i professionisti a tempo pieno. Va considerato che le differenze di genere spesso incidono sul corretto andamento dei ritmi familiari e che comunque ci sono da colmare differenze, anche economiche, del tutto ingiustificate, vista l’assoluta parità di formazione e tipologia di lavoro svolte.

Una delle particolarità delle donne nell’area infermieristica, infatti, è sempre stata quella di un maggiore ricorso al part time, spesso per conciliare il lavoro con la vita familiare. Nel 2021 (ultimo anno di cui sono disponibili i dati ufficiali della Ragioneria generale dello Stato), le donne in part time sono state il 97,5% di chi ha lavorato in part time nel SSN e oltre l’82% sono in part time superiore al 50% del tempo pieno di lavoro. Situazione che, ancora una volta, le penalizza dal punto di vista retributivo.

C’è un capitolo, poi, che va sottolineato quando si parla di infermiere: quello della violenza sul posto di lavoro. Secondo lo studio CEASE-IT promosso dalla FNOPI e svolto in otto Università italiane, il 75,4% delle infermiere dichiara di averla subita, in forma verbale o fisica, nel corso della carriera».

Gli strumenti tecnologici e l’innovazione possono aiutare?

«La transizione digitale rappresenta una grande occasione per l’evoluzione dei sistemi sanitari e per migliorare la risposta dei bisogni di salute dei cittadini. Richiede di rivedere gli standard organizzativi e la presa in carico delle persone. Dobbiamo, quindi, tenere conto della fragilità dei cittadini, prevedere adeguate competenze da parte dei professionisti e inserire questa transizione in un modello di cambiamento. Non si può quindi soltanto introdurre la componente tecnica, è necessario introdurla facendo evolvere il sistema.

Si devono snellire i processi di lavoro, e non solo nelle strutture ospedaliere, ma anche verso la prossimità e verso il domicilio. Il 34% degli infermieri ha utilizzato soluzioni di AI generativa (GenAI) per ricercare informazioni scientifiche. Per i professionisti sanitari può essere un modo per migliorare l’accuratezza e la personalizzazione delle cure, a patto che non venga mai meno l’aspetto umano della presa in carico della persona assistita.

La Sanità Digitale è, a certe condizioni, un’occasione per la tutela della salute nel Paese, alla quale le professioni infermieristiche possono dare un importante contributo ed essere a loro volta valorizzate. Per questo la Federazione ha esplicitato in un recente Position Statement la propria posizione per il successo della sanità digitale, in particolare di tutta quella parte che si attua sul territorio».

Di che si tratta esattamente?

«Lo sviluppo delle competenze relazionali digitali deve diventare parte dei percorsi formativi delle professioni di cura e, in questo ambito, la partecipazione della persona assistita e del caregiver al processo di cura sono un elemento centrale; la sua consapevolezza rappresenta un’opportunità perché influisce sugli esiti di cura, migliorando al contempo la sua percezione del servizio ricevuto.

Il documento definisce “ultimo miglio” il luogo di prossimità che ha inizio dal domicilio della persona assistita (“la casa come primo luogo di cura”) e si sviluppa attorno a esso con servizi in forma diretta per i cittadini, facilmente accessibili e con il minor impatto possibile sulla loro organizzazione di vita, determinando il criterio guida nelle scelte di investimento, organizzative e tecnologiche di sanità digitale.

È necessario sviluppare un modello organizzativo che preveda la partecipazione attiva della persona assistita e della sua rete privata in una logica di co-progettazione, perché la sua partecipazione e quella del caregiver al processo di cura sono centrali: la consapevolezza è un’opportunità, influisce sugli esiti di cura e migliora anche la sua percezione del servizio ricevuto.

I nuovi setting di sanità digitale devono sviluppare la reciprocità dei processi di cura. La qualità della relazione è strumento di fiducia, motivazione, aderenza terapeutica ed esito generale del processo di cura. Lo sviluppo delle competenze relazionali digitali deve diventare parte dei percorsi formativi delle professioni di cura e, da queste, deve essere “insegnato” ai cittadini, specie ai più fragili, altrimenti la diffusione di servizi digitali e dei sistemi online rischia di aprire, nel breve e medio periodo, un nuovo divario, escludendo molti cittadini con forme di fragilità (deficit sensoriali, di reddito, di istruzione, di connettività, di lingua)».

Keypoints

  • Nella presidenza degli Ordini provinciali – 102 in Italia- c’è una predominanza maschile tra i presidenti
  • Nel sindacato le donne infermiere sono circa 450, con una prevalenza di donne al Nord
  • Spostandosi al Sud, per la maggior parte sono uomini
  • Le cifre delle retribuzioni fotografano un percorso di carriera inesistente, legato agli scatti automatici di stipendio, tra i più bassi tra i Paesi dell’Ocse
  • Lo sviluppo delle competenze relazionali digitali deve diventare parte dei percorsi formativi delle professioni di cura e, in questo ambito, la partecipazione della persona assistita e del caregiver al processo di cura sono un elemento centrale
  • La Federazione ha esplicitato in un recente Position Statement la propria posizione per il successo della sanità digitale

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