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«Le microparticelle e le nanoparticelle che si originano dalla degradazione delle plastiche rappresentano oggi un fenomeno molto preoccupante. In questo contesto, la conoscenza rappresenta la più grande arma che abbiamo, che ci permette di gestire e conoscere il fenomeno». Queste le parole di Margherita Ferrante, direttrice dell’Unità Operativa Complessa di Igiene Ospedaliera del Policlinico “Rodolico-San Marco” e professoressa di Igiene generale e applicata dell’Università di Catania.
Nonostante la complessità e la rilevanza del problema, secondo Ferrante, non bisogna cedere all’allarmismo ma puntare sulla consapevolezza scientifica. E il Festival dell’Ambiente dell’Università di Palermo, che si è svolto dal 3 al 5 giugno, è stato anche l’occasione per fare il punto su questa minaccia che non riguarda più solo gli oceani, ma è entrata nella catena alimentare e, di conseguenza, riguarda anche la nostra salute.
Un ciclo globale: dalle “isole di plastica” alla platisfera
Margherita Ferrante ha tracciato un quadro molto chiaro della circolazione ambientale di queste sostanze. L’Italia, con i suoi 8.300 chilometri di coste, è costantemente esposta a rischi di inquinamento marino derivanti da attività marittime, urbane, agricole e industriali gestite in modo non corretto. Si stima che circa 222 milioni di tonnellate di plastica siano state rilasciate nell’ambiente, dando origine a una frammentazione incessante causata da raggi UV, temperatura e stress meccanico. Quello che un tempo veniva percepito come un problema macroscopico – le cosiddette “isole di plastica” – è solo la punta dell’iceberg.
La degradazione dei polimeri produce microplastiche (da 5 mm a 1 micron) e nanoplastiche (sotto 1 micron), particelle dotate di due caratteristiche critiche: sono vettori di sostanze chimiche già presenti nella produzione industriale (come catalizzatori metallici, ritardanti di fiamma e plastificanti come gli ftalati) e hanno la capacità di aggregarsi elettromagneticamente. Ferrante, che dirige il Laboratorio di Igiene ambientale e degli alimenti, ha spiegato come queste aggregazioni, note come “platisfera”, assorbano sulla loro superficie inquinanti ambientali e microrganismi, facilitandone il trasporto attraverso la catena alimentare fino a noi.
Il “Vaso di Pandora” analitico e il primato della ricerca italiana
Per lungo tempo, la reale entità della contaminazione è rimasta ignota a causa di limiti tecnici. Le metodologie tradizionali, infatti, non permettevano di rilevare adeguatamente le particelle inferiori al micron. «Il primo metodo al mondo che ha consentito aprire questo vaso di Pandora è stato il nostro metodo, validato e depositato come brevetto a livello sia nazionale che internazionale», ha dichiarato l’esperta.
Grazie a questa innovazione, che oggi permette di visualizzare particelle fino a 10 nanometri, gli studi hanno rivelato una realtà drasticamente diversa dalle stime precedenti. Mentre si pensava che nelle acque minerali fossero presenti circa 325 particelle per litro, i nuovi dati indicano la presenza di milioni di micro e nanoparticelle in diversi marchi commerciali.
Acqua potabile vs Acqua minerale: un verdetto inaspettato
Uno dei punti più controversi e discussi dell’intervento ha riguardato la sicurezza delle acque di consumo. Contrariamente alla percezione comune, l’acqua del rubinetto risulta essere significativamente più sicura di quella in bottiglia. I dati presentati nel corso dell’intervento mostrano che l’acqua minerale può contenere fino a 1,5 milioni di particelle per chilogrammo, con dimensioni medie molto piccole (1,2-3 micron), mentre l’acqua potabile si attesta su una media di 6.800 particelle, con dimensioni meno rilevanti dal punto di vista sanitario (2-7 micron).
Ferrante ha sottolineato come gli impianti di trattamento delle acque potabili, quando ben gestiti, siano efficaci nell’abbattere la concentrazione di plastiche. «Gli impianti, quando il trattamento è svolto bene, sono in grado di abbattere le microplastiche rendere le acque potabili più sicure», ha ribadito la docente dell’ateneo catanese, evidenziando che il problema principale risiede spesso nel rilascio da parte dei materiali di packaging.
Oltre il mare: la plastica nei vegetali e nella carne
La contaminazione non risparmia nessun comparto alimentare. Di fatto, come abbiamo raccontato qui, ovunque siano stati fatti campionamenti, sono state rilevate tracce di microplastiche: latte, carne, olio, sale, miele e persino nell’aria che respiriamo.
Studi condotti su filetti di pesce acquistati regolarmente al mercato hanno confermato la presenza di micro e nanoplastiche, ponendo un paradosso per la dieta mediterranea che ne incoraggia il consumo. Ferrante ha indagato anche la frutta e la verdura, scoprendo che le piante assorbono le nanoplastiche dalle radici, concentrandole specialmente nei frutti, come mele e pere.
Questo accade perché il mesocarpo carnoso (lo strato intermedio della parete del frutto situtato tra la buccia e il nocciolo o la parte interna) agisce come una sorta di placenta che nutre il seme, accumulando particelle durante il processo di assorbimento dei nutrienti.
Impatto sulla salute: fertilità, obesità e malattie croniche
Le conseguenze fisiologiche di questo “mix” chimico e meccanico sono oggetto di diversi studi epidemiologici.
Dai quali sta emergendo che l’introduzione di microplastiche nel corpo umano genererebbe stress ossidativo, tossicità per il fegato, l’apparato digerente, il sistema immunitario e aumenterebbe il rischio di cancro. Ferrante ha presentato dati inediti su campioni di donne afferenti a centri di procreazione medicalmente assistita, rilevando una correlazione diretta tra l’aumento di microplastiche nel liquido follicolare e la disregolazione dell’ormone follicolo-stimolante (FSH), un chiaro indicatore di problemi di infertilità.
Inoltre, è emerso un possibile effetto obesogenico: le plastiche, essendo liposolubili, tendono ad accumularsi nel tessuto adiposo e sembrano in grado di stimolare la trasformazione di altri tessuti in grasso. «Maggiore è la quantità di microplastiche che i soggetti hanno assorbito, maggiore è il BMI (indice di massa corporea)», ha spiegato Ferrante, suggerendo che il tessuto grasso venga incrementato proprio dalla presenza di questi contaminanti.
Nuove frontiere: resistenza antibiotica e salute mentale
Le implicazioni più recenti della ricerca riguardano settori come la neurologia e l’infettivologia. Le “platisfere” agirebbero come hub per lo sviluppo della resistenza agli antibiotici, poiché espongono i germi ambientali a sostanze chimiche che favoriscono mutazioni, poi trasmesse ai germi patogeni nel corpo umano.
Sul fronte della salute mentale, studi su soggetti con depressione maggiore hanno rivelato non solo una concentrazione più alta di microplastiche nell’organismo, ma anche una ridotta efficacia dei farmaci antidepressivi come l’escitalopram, che verrebbe assorbito dalle plastiche presenti nel sangue prima di poter agire. Attualmente sono in corso ricerche analoghe per indagare il legame con l’Alzheimer e il Parkinson.
Come riportato dal Guardian all’inizio dell’anno però, e da Richard Thompson su Science 20 anni dopo il suo articolo che aveva introdotto il termine “microplastica”, c’è ancora molto da indagare per capire gli effetti delle microplastiche sulla salute umana. Intanto per ridurne la diffusione (e la nostra esposizione) è necessaria una combinazione di interventi scientifici, economici e sociali.
Verso una gestione sostenibile e consapevole
Nonostante lo scenario complesso, la via d’uscita secondo Ferrante risiede nell’innovazione e nel cambiamento degli stili di vita. L’esperta ha raccomandato di prediligere l’acqua di rubinetto e una dieta mediterranea varia, che grazie alle sue sostanze bioattive può aiutare l’organismo a contrastare lo stress ossidativo provocato dalle plastiche.
Sul piano tecnologico, la ricerca sta avanzando verso packaging sostenibili derivati dalle microalghe e filtri avanzati da applicare agli impianti di depurazione per trattenere anche le particelle più infinitesimali. «Dobbiamo avere un approccio One Health», ha concluso Ferrante, ricordando che la salute umana è indissolubilmente legata a quella degli animali, delle piante e dell’intero ecosistema.


