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L’indagine ha coinvolto ricercatrici senior in campo biomedico con un h-index pari o superiore a 60, indice di una produzione scientifica continuativa e di elevato impatto di citazioni. Delle 100 scienziate invitate, 82 hanno risposto al questionario. Le partecipanti hanno alle spalle, in media, 32 anni di carriera e operano prevalentemente nelle università e negli Istituti di Ricovero e Cura a Carattere Scientifico (IRCCS) del Paese, in settori quali biologia, immunologia, genetica, oncologia, farmacologia, neuroscienze ed epidemiologia.
«Il dato più significativo è che a raccontare questi ostacoli non sono donne rimaste ai margini della ricerca, ma scienziate che hanno raggiunto risultati importanti. Significa che il problema non riguarda le capacità, la preparazione o la determinazione delle donne, ma il contesto nel quale devono costruire la propria carriera.
Il successo individuale non può diventare un alibi per non intervenire sulle barriere strutturali, culturali e organizzative ancora presenti» evidenzia Adriana Albini, co-presidente del Club Top Italian Women Scientists, scientific advisor della Direzione scientifica dell’Istituto Europeo di Oncologia (IEO).
Il merito non basta
Il quadro che emerge mostra come il talento, la produttività scientifica e il riconoscimento internazionale non siano ancora sufficienti a garantire pari opportunità.
Il 57% delle intervistate riferisce maggiori difficoltà nell’accedere a posizioni di leadership; il 52% nella progressione di carriera e il 39% segnala stereotipi o pregiudizi nei confronti delle donne nella ricerca biomedica. Tanto che il 37% ha pensato almeno una volta di lasciare la ricerca.

A pesare è anche l’organizzazione del lavoro. Il 56% fatica a disconnettersi completamente dagli impegni professionale e lamenta la mancanza di tempo da dedicare a sé. Tra le ricercatrici con figli, 9 su 10 hanno incontrato difficoltà da moderate a severe nel conciliare la cura dei bambini con la carriera e il 72% delle intervistate ha inoltre prestato assistenza ad altri familiari.
Cosa chiedono le ricercatrici
Il 65% chiede maggiori strumenti per conciliare vita privata e lavoro; il 59% una più adeguata valorizzazione del contributo delle scienziate attraverso riconoscimenti e opportunità di visibilità; il 56% maggiore flessibilità lavorativa; il 54% politiche concrete per favorire avanzamenti di carriera e promozioni e il 74% considera estremamente importante aumentare la presenza femminile nei ruoli decisionali.

«Questi risultati confermano che la piena valorizzazione del talento femminile richiede un cambiamento sistemico» commenta Francesca Merzagora, presidente di Fondazione Onda. «Servono criteri di selezione e promozione trasparenti, modelli organizzativi sostenibili, supporto alla genitorialità e al caregiving, mentoring e una maggiore presenza delle donne nei luoghi in cui si assumono le decisioni». Perché una ricerca più inclusiva è una ricerca capace di integrare prospettive diverse, innovare e rispondere meglio ai bisogni di salute.
Secondo gli autori dello studio – tra cui Giovanni Corso, presidente della European Cancer Prevention Organization, Eva Negri, Delia Goletti, Sara Gandin, afferenti al Club Top Italian Women Scientists, e la ricercatrice di Onda Elisabetta Veresi – investire nella valorizzazione del talento femminile costituisce anche un’opportunità per migliorare la qualità della ricerca scientifica e dell’innovazione.


