Salute circolare, sostenibilità e antibiotico-resistenza: Ilaria Capua lancia la sfida per il futuro

Salute circolare, sostenibilità e antibiotico-resistenza: la call to action di Ilaria Capua

di Cristina Bellon
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Cristina Bellon

Perché ne stiamo parlando
All’ERC Annual Conference a Bruxelles, la scienziata italiana propone un salto di paradigma: da One Health a Circular Health, per affrontare crisi globali, negazionismi e tagli alla sanità, seguendo la rotta tracciata dagli obiettivi di sostenibilità.

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Una salute sola, per un pianeta in crisi. La virologa Ilaria Capua, Senior Fellow of Global Health alla Johns Hopkins School of Advanced International Studies (SAIS Europe) di Bologna e figura di riferimento per il modello One Health, è intervenuta oggi, 28 gennaio, alla conferenza annuale dell’European Research Council: Frontier research for One Health.

Il suo talk, Circular Health: Advancing Health and Sustainability. Un titolo che è già un manifesto. Perché la salute, secondo Capua, non può più essere affrontata in modo settoriale, ma va ripensata come un sistema interconnesso, da difendere con azioni concrete e investimenti coraggiosi. L’abbiamo intervistata, per fare il punto sulle sfide da vincere per la tutela della salute globale.

Professoressa, come nasce e cosa significa il concetto di “circular health”?

«È un modello innovativo che ho sviluppato quando ero negli Stati Uniti per rispondere a un’urgenza globale. Viviamo in un sistema chiuso, che ha perso i suoi bilanciamenti naturali. Gli antichi greci sostenevano che aria, acqua, terra e fuoco governano la nostra salute. Quegli equilibri oggi sono saltati. Da questa consapevolezza nasce il concetto di salute circolare, che amplia One Health e lo rende ancora più multidisciplinare, dando per scontato che il perno è rappresentato dalle interazioni umani, animale e ambiente, ma si apre a competenze che spaziano dall’urbanistica all’ingegneria, dalla sociologia e persino alla religione.

La salute circolare si alimenta di big data e, grazie all’intelligenza artificiale, produce letture complesse e utili nella gestione delle crisi sanitarie. Vuole diventare una bussola per riorientare le azioni collettive e individuali, promuovendo una convergenza tra sanità, ambiente e politiche pubbliche, affinché gli obiettivi di sviluppo sostenibile diventino anche obiettivi di salute».

Perché oggi è cruciale investire in programmi di salute circolare?

«Le sfide complesse non si possono affrontare con un approccio settoriale, e One Health comprende una visione troppo ristretta per le sfide del nuovo millennio. Se vogliamo contrastare efficacemente le malattie trasmesse da insetti, per esempio, dobbiamo coinvolgere non solo medici, veterinari e operatori di sanità pubblica, ma anche urbanisti, esperti di clima e di edilizia, e ovviamente la cittadinanza. Dobbiamo avere il coraggio di affiancare alle azioni per la sostenibilità, politiche concrete di tutela della salute: solo così sarà possibile rispondere a questa complessità».

Quanto è urgente questo cambio di paradigma?

«È urgentissimo. Fino a prima del Covid si prevedevano 10 milioni di morti nel 2050 per antibiotico-resistenza. Ma un recente studio pubblicato su Nature indica che, già oggi, siamo vicini ai 40 milioni. L’antibiotico-resistenza è un problema serissimo. Se non cambiamo rotta, arriveremo al punto in cui anche un intervento chirurgico di routine potrebbe mettere a rischio la vita a causa di infezioni da batteri resistenti. Serve un cambio culturale profondo, e serve adesso».

Qual è la responsabilità politica in tutto questo?

«Enorme. Gli Stati Uniti, sotto la presidenza Trump, sono usciti dall’OMS e hanno smantellato la sanità pubblica nazionale. Il CDC di Atlanta era un presidio di eccellenza globale, ora è stato svuotato. Senza gli USA, chi interverrà nei futuri focolai di Ebola o in una nuova pandemia? L’Europa deve colmare questo vuoto, affermare i propri valori e conoscenze, contrastando il negazionismo scientifico, che riguarda non solo il Covid, ma anche il cambiamento climatico, l’inquinamento e grandi conquiste come i vaccini. I nodi arriveranno al pettine e se mancano i fondi pubblici, per via di tagli draconiani, servono investimenti filantropici e privati. È il momento di un’alleanza strategica per la salute globale».

Che ruolo può giocare la filantropia in questo scenario?

«Un ruolo fondamentale. Mentre gli Stati investono in difesa e sicurezza, come dimostrano gli 800 miliardi destinati al riarmo in Europa, rischiamo che la sanità pubblica venga tralasciata e ulteriormente impoverita. È per questo che progetti come “L’antibiotico si cura”, lanciato a Torino e finanziato da una fondazione bancaria, rappresentano un esempio virtuoso. Le grandi fondazioni devono capire che possono contribuire in modo decisivo, andando oltre i progetti descritti nel loro statuto e puntando a rafforzare le infrastrutture della salute pubblica, e coinvolgendo la popolazione. Non possiamo più permetterci che la filantropia sia solo una piccola parte dei finanziamenti destinati alla sanità pubblica: dovrebbe diventare un motore della ricerca a tutto campo».

Da Torino parte quindi la lotta all’antibiotico-resistenza. Cosa si sta facendo?

«Abbiamo creato, con la Fondazione Compagnia di San Paolo insieme all’ASL Città di Torino, un’alleanza di stakeholder: ospedali, farmacie, medici di famiglia, veterinari, tecnici ambientali, ordini professionali e istituzioni. Stiamo lavorando su tre fronti integrati: empowerment del cittadino, formazione di medici e farmacisti per assumere il ruolo di ambassador, interventi mirati di comunicazione in ospedali e servizi territoriali. E sono tre le azioni chiave: promuovere l’igiene delle mani, lo smaltimento corretto dei farmaci e l’uso prudente degli antibiotici.

Puntiamo sul coinvolgimento diretto della popolazione, grazie a campagne informative online e offline e a una rete di ambassador attivi nei diversi ambiti. Come ci ha insegnato la pandemia, senza il contributo dei cittadini, le buone pratiche non attecchiscono».

Come si può replicare questo modello?

«L’Italia è il fanalino di coda in Europa sull’uso corretto degli antibiotici. Se Torino è il primo passo, vorremmo che altre città colgano la sfida e replichino il modello. È lo stesso percorso che ha reso il riciclo una prassi diffusa: anche sulla salute possiamo imparare comportamenti nuovi, condivisi e responsabili. Questo approccio è in linea con il nostro studio pubblicato su Frontiers in Cellular and Infection Microbiology, dove dimostriamo come le dieci raccomandazioni del report O’Neill del 2015 possano essere messe a terra attraverso gli Obiettivi di sviluppo sostenibile (l’economista Jim O’Neill era stato incaricato dal governo britannico di analizzare il problema dell’antibiotico resistenza e di proporre soluzioni attuabili su scala globale, ndr). Unendo sanità pubblica e sostenibilità, si crea una convergenza d’azione».

Cosa si può fare a Bologna?

«Bologna ha un potenziale enorme per diventare un hub europeo della prevenzione sanitaria integrata. Si trovano il datacenter del Centro europeo per le previsioni meteorologiche a medio termine (ECMWF), il Centro euro-mediterraneo sui cambiamenti climatici (CMCC) e uno dei supercalcolatori più potenti al mondo. C’è un’università antichissima che copre moltissime discipline con aree di eccellenza nelle malattie infettive.

Mettendo insieme questi strumenti, si potrebbero integrare le previsioni climatiche con i dati sanitari per anticipare, per esempio, i picchi di attività degli insetti vettori di malattie e quindi essere preparati ai focolai di malattia che arriveranno nelle settimane a seguire. Sarebbe un’applicazione concreta di salute circolare: preparare ospedali e strutture sanitarie sulla base delle condizioni climatiche e ambientali previste».

A proposito di ricerca, crede che ci sarà un ritorno dei cervelli fuggiti all’estero?

«Ne sono convinta, perché negli Stati Uniti la ricerca biomedica è sotto attacco. Ma dobbiamo farci trovare pronti. Serve un piano per accogliere ricercatori e ricercatrici, creare incubatori, laboratori, reti. Oggi in Italia non attraiamo cervelli né nostri né stranieri: mancano cultura del merito, programmi universitari in lingua inglese, percorsi di carriera aperti. Eppure, con l’uscita degli USA dalla scena globale, l’Europa ha un’occasione irripetibile per diventare leader nella ricerca biomedica e ambientale».

Keypoints

  • One Health evolve in salute circolare per rispondere alla complessità dei problemi globali
  • L’antibiotico-resistenza è una bomba a orologeria: servono azioni locali e politiche globali
  • Torino diventa laboratorio di buone pratiche grazie a una rete di stakeholder
  • L’Europa deve reagire al disimpegno degli USA investendo su sanità pubblica e ricerca
  • La filantropia deve diventare motore strutturale della salute pubblica
  • Il rientro dei cervelli è possibile solo con un sistema accogliente e strutturato

 

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