Cos'è l'innovazione sociale e perché investire nelle startup a impatto: il modello SocialFare

Cos’è l’innovazione sociale e perché investire nelle startup a impatto: il modello SocialFare

di Simona Regina
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Simona Regina

Perché lo abbiamo scelto
SocialFare è il primo centro italiano per l’innovazione sociale. SocialFare Seed il primo fondo che accompagna startup capaci di generare impatto in salute, inclusione e sostenibilità. Laura Orestano illustra il programma di accelerazione e la destinazione del loro capitale paziente.

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Laura Orestano parte dalla definizione di innovazione sociale contenuta nella “Guide to Social Innovation” realizzata dalla Commissione Europea nel 2013 per illustrare l’impegno di SocialFare: «l’innovazione sociale può definirsi come lo sviluppo e l’implementazione di nuove idee (prodotti, servizi e modelli) che incontrano bisogni sociali, che forniscono risposte a bisogni impellenti e perseguono fini sociali portando a un miglioramento della qualità della vita delle persone e delle comunità».

E alla domanda cosa significhi per lei innovare risponde così: «per me, per noi, l’innovazione deve essere impact driven, guidata cioè dall’intenzionalità di generare impatto positivo. L’innovazione per noi è tale se genera progresso sociale e rigenerazione ambientale, se fa compiere passi avanti nella salvaguardia della salute, nell’inclusione, nella sostenibilità ambientale, sociale ed economica, e può essere replicabile e scalabile».

Laura Orestano è la fondatrice e presidente di SocialFare Centro per l’innovazione sociale e vice presidente di SocialFare Seed, il primo veicolo di investimento italiano per le startup a impatto, a cui dedichiamo la rubrica ESG del mese.

Quando nasce e perché il Centro per l’innovazione sociale?

«Il Centro nasce nel 2013 sull’onda delle politiche di innovazione sociale promosse dalla Commissione Europea, quando in Italia non esisteva ancora una realtà dedicata verticalmente a questo ambito. Torino era il luogo naturale in cui farlo: è una città con una grande tradizione di economia sociale che affonda le radici nell’opera dei Santi Sociali Torinesi, che durante la rivoluzione industriale si occupavano delle persone più fragili e marginalizzate, escluse dall’istruzione e da condizioni di vita dignitose.

Questa cultura è stata poi alimentata dalle grandi famiglie imprenditoriali torinesi e dalle aziende che hanno affiancato al fare impresa l’impegno sociale, e più recentemente dalle fondazioni bancarie che agiscono come motori di sviluppo sostenibile e di inclusione. Questo rappresenta l’humus da cui è nato SocialFare».

Come si arriva al fondo di investimento?

«Il Centro SocialFare nasce per sviluppare nuovi modelli, prodotti e servizi capaci di rispondere alle sfide sociali contemporanee generando inclusione, nuova economia e sostenibilità. Nel 2017 abbiamo creato SocialFare Seed, il veicolo di investimento dedicato alle startup a impatto in fase seed, perché ci siamo resi conto che, per sostenere davvero una nuova economia, non bastavano il know-how, il networking e l’accelerazione: serviva anche il capitale. Con SocialFare Seed supportiamo con un capitale iniziale (seed) fino a 150mila euro le startup selezionate e accelerate da SocialFare».

Si riferisce al programma di accelerazione lanciato nel 2016?

«Sì, nel 2016 siamo stati i primi a lanciare un programma di accelerazione per imprese sociali e per startup a impatto. Da pochi giorni è aperta la call della diciottesima edizione del nostro Planet Foundamentals.

Si tratta di unprogramma full-time, intensivo, che dura quattro mesi, destinato a società costituite e costituende con sede legale in Italia, oppure che operano in uno stato estero ma che hanno intenzione di aprire anche la propria sede operativa in Italia, e che intenzionalmente vogliono sviluppare prodotti e servizi per contribuire a risolvere delle sfide sociali. Il programma accompagna e accelera l’innovazione attraverso la convergenza di know-how e investimenti».

Di fatto, quali caratteristiche devono avere le startup per essere intercettate dal vostro ecosistema?

«Le startup devono rispondere intenzionalmente a una sfida sociale: l’innovazione cioè deve essere orientata a migliorare concretamente la qualità di vita delle persone e delle comunità. E devono dimostrare, attraverso metriche chiare, che la soluzione proposta possa generare risultati concreti e che il modello ha potenziale di scalabilità.

Nell’attuale call di Planet Foundamentals le priorità riguardano sei macroaree. Per la dimensione “Persone”: salute, inclusione ed educazione. Per la dimensione “Pianeta”: transizione energetica, mobilità ed economia circolare».

Tra le startup su cui avete investito, emblematico il successo di Unobravo.

«Un successo da manuale. Un gioco di squadra vincente. Una delle exit più importanti negli ultimi anni. Unobravo nasce da tre psicologhe che durante il percorso di accelerazione – che si è svolto in modalità ibrida perché in periodo pandemico – hanno costituito la startup. Avevano metriche solide, un modello altamente scalabile – la psicoterapia online inizialmente rivolta agli italiani all’estero – e si sono dedicate completamente al programma di lavoro costruito insieme.

Questo è un aspetto fondamentale, perché l’accelerazione richiede un certo ritmo: non vuol dire andare veloci, ma andare lontani attraverso pianificazione, metodo e continuità.

Le tre fondatrici non avevano background imprenditoriale, ma avevano individuato un angolo di accesso al mercato interessantissimo. Noi ci siamo assunti la responsabilità di sostenerle attraverso il capitale di rischio. È una storia di successo che continua a crescere».

Oltre a Unobravo avete investito in diverse startup healthtech, come per esempio DatAIMed e Restorative Neurotechnologies. Perché?

«DatAIMed sviluppa agenti di intelligenza artificiale che analizzano la letteratura scientifica trasformandola in raccomandazioni cliniche evidence-based. L’obiettivo è aiutare il personale medico a superare il sovraccarico informativo, migliorando il processo decisionale e gli outcome per i pazienti.

In altre parole, DatAIMed automatizza la ricerca, la selezione e la sintesi critica degli studi più rilevanti rispetto a una tematica specifica, rendendo l’informazione più accessibile nella pratica clinica giornaliera e migliorando, quindi, i percorsi diagnostici e terapeutici. Supporta una sorta di formazione continua sul campo degli operatori sanitari.

Restorative Neurotechnologies, invece, ha sviluppato una soluzione innovativa per la neuroriabilitazione che punta ad aumentare la neuroplasticità cerebrale dopo ictus ed eventi traumatici.

Ma in ambito life science abbiamo investito anche in Loqui, che offre supporto psicoterapeutico attraverso la messaggistica, rispondendo alle esigenze di persone che faticano a sostenere un percorso tradizionale, e Lilac-Centro DCA, dedicato alla presa in carico dei disturbi del comportamento alimentare attraverso un approccio multidisciplinare che integra nutrizione, psicoterapia e assistenza specialistica, online e ora anche in presenza.

Sono tutti esempi di realtà impegnate a generare un impatto reale positivo sulle persone. Noi con la nostra attività di impact investing, di investimento a impatto, sosteniamo la loro visione intenzionale e il loro potenziale scalabile: mettiamo a disposizione capitali pazienti. Il nostro ruolo non è di booster finanziario, il nostro intento non è di uscire velocemente per avere un ritorno sull’investimento, siamo un compagno di viaggio nella visione, nella trasformazione e nella sostenibilità, anche economica».

Come SocialFare avete in fondo fatto da apripista in Italia in questo settore: come sta evolvendo il panorama italiano dell’investimento a impatto?

«Il panorama italiano sta diventando maturo, negli anni sono nate altre realtà che si sono consolidate, altri soggetti che hanno iniziato a intraprendere questa strada investendo capitale di rischio in soluzioni impact driven. Uno studio della Commissione europea ha definito l’impact investing in Italia un ecosistema maturo. Bisogna però fare di più, bisogna accelerare anche a livello istituzionale affiancando agli investimenti privati strumenti pubblici capaci di sostenere l’innovazione sociale.

Su questo fronte si sta lanciando il Piano italiano dell’economia sociale: vedremo quali strumenti andranno ad affiancare e a sostenere l’impact investing, che deve diventare uno dei grandi motori per accelerare l’innovazione. Secondo me dobbiamo essere più propensi ad assumere il rischio di investire in innovazione intenzionale, cioè in quelle soluzioni che nascono per affrontare grandi sfide sociali, di salute e ambientali, in modo coerente con la visione Planetary Health: la salute è interconnessa».

Keypoints

  • SocialFare è il protagonista della rubrica ESG del mese di INNLIFES.
  • SocialFare è il primo centro italiano dedicato all’innovazione sociale e dal 2017 investe in startup a impatto attraverso SocialFare Seed.
  • Le startup selezionate devono sviluppare soluzioni innovative con un impatto misurabile sulla qualità di vita delle persone e delle comunità.
  • Tra i casi di successo sostenuti da SocialFare figurano Unobravo, DatAIMed, Restorative Neurotechnologies, Loqui e Lilac-Centro DCA.
  • Per Laura Orestano l’innovazione è solo se impact driven, guidata cioè dall’intenzionalità di generare impatto positivo, e deve essere scalabile.

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