ESG, il Politecnico di Milano punta sull’impatto: dalla piattaforma Action For Non Profit alla misurazione dei risultati

Sostenibilità, il modello del Politecnico di Milano: con la piattaforma Action For Non Profit l’innovazione al servizio delle persone e dei territori

di Carlo Buonamico
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Carlo Buonamico

Perché l’abbiamo scelta
Il nuovo Piano di sostenibilità porta al centro dell’azione del Politecnico di Milano ambiente, inclusione, formazione e rapporto con il territorio. Con la rettrice Donatella Sciuto facciamo il punto sul ruolo che gli atenei possono assumere nella transizione verso modelli di sviluppo più sostenibili.

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La sostenibilità sta entrando in una nuova fase: alla dichiarazione degli obiettivi, occorre affiancare la dimostrazione dei risultati. Con questa prospettiva il Politecnico di Milano ha costruito il Piano di sostenibilità 2026-2028, che traduce gli impegni dell’ateneo in obiettivi, azioni e indicatori misurabili. Sul fronte ambientale, sociale e della governance, il Piano comprende sei obiettivi strategici, tre obiettivi strumentali e 33 azioni, accompagnati da 22 KPI per monitorarne l’avanzamento.

In questo quadro si inserisce Action For Non Profit (A4NP), la piattaforma nata per mettere in relazione le competenze del Politecnico con i bisogni e le esperienze del terzo settore. Il progetto punta ad arrivare ad almeno 500 enti non profit che utilizzino i servizi della piattaforma entro il 2028. Ma, come sottolinea la rettrice Donatella Sciuto, non sarà il numero delle organizzazioni coinvolte a misurarne il successo: occorrerà capire quali collaborazioni nasceranno, se dureranno nel tempo, quali competenze svilupperanno gli studenti e le studentesse e quale valore produrranno per comunità e territori.

Parlare quindi con la rettrice di questa nuova iniziativa è anche l’occasione per una riflessione su come un’università possa misurare il proprio impatto ESG, andando oltre la propria impronta ambientale per considerare diritto allo studio, inclusione, formazione, ricerca, relazioni con il territorio e qualità della governance.

«Per noi – spiega – la sostenibilità non è un ambito separato dalle altre attività dell’università. È un criterio con cui dobbiamo guardare a tutto ciò che facciamo: come formiamo, come facciamo ricerca, come trasformiamo i nostri campus e come costruiamo relazioni con la società». Un tema che riguarda non soltanto il Politecnico, ma il ruolo che gli atenei possono assumere nella transizione verso modelli di sviluppo più sostenibili.

Rettrice, Action For Non Profit nasce per mettere le competenze del Politecnico a disposizione del terzo settore e, allo stesso tempo, portare nell’ateneo le conoscenze maturate dalle organizzazioni e la loro capacità di leggere i bisogni dei territori. Quale impatto concreto vorrebbe che producesse la piattaforma?

«Vorrei innanzitutto che Action For Non Profit rendesse stabile e riconoscibile un rapporto che il Politecnico coltiva da tempo con il terzo settore. Ma vorrei anche che facesse qualcosa di più: che ci aiutasse a superare l’idea di un’università che semplicemente trasferisce le proprie competenze verso l’esterno.

Le organizzazioni non profit conoscono i territori, intercettano bisogni spesso prima di altri e maturano esperienze dalle quali noi possiamo e dobbiamo imparare. Per questo la relazione deve essere reciproca: mettiamo a disposizione conoscenze e competenze, ma nello stesso tempo ci lasciamo interrogare dalla società. È molto coerente con il principio Leading together che abbiamo scelto per il nostro nuovo Piano di sostenibilità: le grandi sfide non si affrontano da soli.

È proprio da questo incontro, di cui la piattaforma è uno strumento, che può nascere qualcosa di nuovo. Un bisogno concreto può diventare una domanda di ricerca, un laboratorio didattico, un tirocinio, un progetto o un’esperienza di volontariato. Gli enti possono trovare più facilmente le competenze di cui hanno bisogno e, nello stesso tempo, i nostri studenti e le nostre studentesse possono misurarsi con problemi reali, con persone reali e con le conseguenze sociali delle soluzioni che progettano.

Alla fine, l’impatto che considero più importante, è costruire relazioni che durino nel tempo e formare persone consapevoli che la qualità di un progetto non si misura soltanto nella sua efficacia tecnica, ma anche nella sua capacità di migliorare la vita delle persone e di contribuire a una società più equa e inclusiva».

La sperimentazione della piattaforma ha convolto quasi 400 organizzazioni e il piano strategico fissa l’obiettivo di arrivare, entro il 2028, ad almeno 500 enti che ne usufruiscano. Con quali KPI misurerete il valore generato? Considererete il numero e la qualità delle collaborazioni, le competenze trasferite, l’occupabilità degli studenti o anche indicatori direttamente legati all’impatto sociale?

«Le quasi 400 organizzazioni rappresentano il punto di partenza: sono il risultato della mappatura delle relazioni che il Politecnico ha già costruito negli anni. Il Piano strategico ci pone un obiettivo preciso: arrivare entro il 2028 ad almeno 500 organizzazioni che usufruiscano dei servizi di Action For Non Profit.

Ma il numero, da solo, non ci dirà se avremo avuto successo. Per me la domanda più interessante è un’altra: che cosa è cambiato grazie a quelle relazioni?

Misureremo certamente quante collaborazioni si attivano nella didattica, nella formazione, nei tirocini e nel volontariato. Ma dovremo anche capire se continuano nel tempo, se rispondono davvero ai bisogni espressi dalle organizzazioni, quali competenze sviluppano i nostri studenti e quale valore producono per le comunità e per i territori.

È un tema che riguarda più in generale il modo in cui un’università misura il proprio valore pubblico. Nel Piano strategico abbiamo scelto di monitorare indicatori concreti proprio perché vogliamo verificare la capacità delle nostre azioni di produrre risultati per gli studenti e per la collettività.

Per A4NP vorrei che facessimo un passo ulteriore: costruire parte di questa valutazione insieme alle organizzazioni. Se parliamo di impatto sociale, dobbiamo anche essere disponibili ad ascoltare chi quell’impatto lo sperimenta direttamente».

A4NP intercetta soprattutto la dimensione sociale, la S di ESG, ed è inserita nel Piano di sostenibilità 2026–2028 del Politecnico. Quali sono le principali priorità dell’ateneo sul fronte ambientale, sociale e della governance? Come si traducono in progetti concreti nei campus, nella ricerca, nella didattica e nei rapporti con il territorio?

«Sul fronte ambientale abbiamo scelto obiettivi concreti e misurabili. Entro il 2028 vogliamo ridurre del 50% le emissioni pro capite di CO₂ da energia rispetto al 2015, diminuire del 30% i rifiuti indifferenziati e realizzare 50mila metri quadrati aggiuntivi di superfici pedonalizzate, verdi e drenanti. Il traguardo verso cui ci muoviamo è la neutralità climatica al 2040.

Ma la sostenibilità riguarda altrettanto le persone. Significa rendere effettivo il diritto allo studio, migliorare accessibilità e benessere, promuovere la parità di genere e creare occasioni di partecipazione. L’aumento dei posti nelle residenze, l’eliminazione delle barriere architettoniche, gli Off Campus (spazi di formazione, ricerca e incontro aperti in città, ndr) e Action For Non Profit sono espressioni diverse della stessa idea: un’università aperta, accessibile e capace di assumersi una responsabilità nei confronti della comunità di cui fa parte.

E poi c’è la governance, che per me significa soprattutto trasformare gli impegni in responsabilità, azioni e risultati verificabili. I sei obiettivi strategici, i tre obiettivi strumentali e le 33 azioni del Piano servono proprio a questo: trasformare una visione in responsabilità precise, risultati misurabili e, quando necessario, nella capacità di correggere il percorso.

In fondo, la sfida è tenere insieme due dimensioni: visione e concretezza. Sapere dove vogliamo andare, ma essere altrettanto rigorosi nel verificare ogni anno quanta strada abbiamo realmente percorso».

A4NP mette in rete scuole, dipartimenti, servizi e consorzi del Politecnico, mentre un Advisory Board esterno svolge funzioni di indirizzo, monitoraggio e supporto strategico. In che modo questo modello si integra nella governance della sostenibilità dell’ateneo?

«A4NP non introduce una governance alternativa, ma interpreta il modo in cui riteniamo debba lavorare oggi un’università pubblica: mettendo in relazione competenze diverse e aprendosi all’ascolto e al confronto con la società.

Scuole, dipartimenti, servizi e consorzi mantengono naturalmente le proprie competenze e specificità. La piattaforma ci permette però di collegarle meglio, rendendo più semplice per un’organizzazione esterna capire a chi rivolgersi e, per noi, riconoscere e valorizzare esperienze che magari esistono già ma non sono ancora sufficientemente connesse tra loro.

In questo senso considero particolarmente importante l’Advisory Board. Uno sguardo esterno può porci domande che dall’interno non sempre siamo in grado di porci, aiutarci a cogliere prima l’evoluzione dei bisogni e anche dirci quando una strada intrapresa non sta producendo gli effetti attesi. L’ascolto non indebolisce la responsabilità dell’ateneo: la rende più consapevole. E credo che questo sia un elemento essenziale di una buona governance della sostenibilità.

È la stessa logica della governance complessiva del Piano di sostenibilità, che mette insieme strategia ed esecuzione, innovazione diffusa e coinvolgimento, relazioni esterne.

Governare, quindi, non significa soltanto decidere. Significa anche creare le condizioni per ascoltare, mettere in relazione competenze e correggere il percorso quando l’evidenza ci dice che è necessario farlo».

Uno degli elementi più interessanti di Action for non profit è l’integrazione della sostenibilità nella formazione: sono già 48 i corsi messi a disposizione degli enti non profit, mentre 29 corsi della Scuola del Design collaborano con organizzazioni del terzo settore. Ingegneria, architettura, design: quanto è cambiato il modo di formare alla luce delle sfide ESG?

«È cambiata innanzitutto la nostra idea di competenza. Oggi non possiamo considerare davvero ben progettata una soluzione solo perché è tecnicamente efficace. Dobbiamo chiederci quali risorse utilizza, quale impatto ambientale produce, chi può accedervi, quali comportamenti modifica e, qualche volta, anche chi rischia di rimanerne escluso.

Per questo preferisco pensare alla sostenibilità non come a una specializzazione per pochi, ma come a una competenza che deve appartenere a ogni professionista che formiamo. È esattamente la direzione indicata sia dal Piano strategico sia dal Piano di sostenibilità: integrarla in modo trasversale nei percorsi formativi, attraverso strumenti come la Libreria Zero e i MOOC, ma anche attraverso didattica attiva, laboratori e interdisciplinarità.

Ed è qui che il rapporto con il terzo settore diventa particolarmente prezioso. I 48 corsi messi a disposizione degli enti non profit e i 29 corsi della Scuola del Design che collaborano con queste organizzazioni non rappresentano soltanto un trasferimento di conoscenze.

Quando uno studente incontra un problema reale, scopre che quasi mai esiste una soluzione perfetta e che progettare significa confrontarsi con vincoli, bisogni, persone e conseguenze inattese. Noi condividiamo conoscenza con la società, ma da quell’incontro anche l’Università impara. Credo che questa reciprocità sia una delle esperienze formative più importanti che possiamo offrire».

Quali competenze ritiene oggi indispensabili perché i futuri professionisti dell’ESG sappiano non soltanto progettare soluzioni sostenibili, ma anche valutarne l’impatto sociale e ambientale?

«La prima competenza è la capacità di leggere la complessità. Le sfide che chiamiamo ambientali, sociali e tecnologiche sono in realtà profondamente connesse.  Una soluzione può essere tecnicamente eccellente e, nello stesso tempo, avere conseguenze inattese sui comportamenti, sull’accessibilità o sulle disuguaglianze.

Servono quindi basi tecnico-scientifiche molto solide, ma anche la capacità di attraversare i confini tra discipline e di dialogare con competenze diverse dalla propria.

C’è poi un secondo elemento fondamentale: saper misurare. Significa utilizzare dati affidabili, costruire indicatori, valutare il ciclo di vita di una soluzione e distinguere gli effetti immediati da quelli che emergeranno nel tempo. Senza questa capacità, la sostenibilità rischia di diventare una buona intenzione anziché un criterio di progetto.

Ma aggiungerei altre competenze che considero altrettanto importanti: pensiero critico, responsabilità etica e capacità di ascolto. Un buon professionista deve saper spiegare perché ha compiuto determinate scelte, riconoscere i compromessi e dichiarare anche i limiti della soluzione che propone.

E soprattutto deve imparare a progettare con le persone, non soltanto per le persone. È una competenza che difficilmente si apprende soltanto sui libri: nasce dall’incontro con bisogni, vincoli ed esperienze reali. L’innovazione ha valore quando riesce a comprendere le persone sulle quali avrà un impatto».

La sostenibilità è sempre più una questione di responsabilità e trasparenza: non basta dichiarare gli obiettivi, occorre dimostrare i risultati. Quali indicatori utilizza il Politecnico per verificare l’effettivo avanzamento del Piano di sostenibilità 2026–2028?

«Abbiamo voluto che il Piano fosse verificabile, perché penso che assumere un impegno significhi anche accettare di essere misurati sui risultati.

I sei obiettivi strategici e i tre obiettivi strumentali si articolano in 33 azioni, ciascuna associata a indicatori, mentre i 22 Key Performance Indicators consentono una lettura sintetica dell’avanzamento a livello degli obiettivi. Ogni anno verifichiamo con delegati e dirigenti dove siamo arrivati, quali criticità sono emerse e dove è necessario intervenire diversamente.

Gli indicatori riguardano naturalmente emissioni, rifiuti e qualità degli spazi, ma anche inclusione, partecipazione, formazione, ricerca responsabile e rapporto con il territorio. Per Action For Non Profit, per esempio, abbiamo fissato il target di 500 enti che usufruiscano della piattaforma; per la formazione prevediamo di analizzare tutti gli insegnamenti rispetto ai temi della sostenibilità e agli obiettivi di sviluppo di sostenibile.

Stiamo inoltre rafforzando la strategia sui dati e vogliamo arrivare a uno strumento pubblico attraverso il quale sia possibile visualizzare i principali KPI.

Per me la trasparenza ha valore proprio quando non mostra soltanto ciò che abbiamo raggiunto, ma rende visibile anche la distanza che ancora ci separa dagli obiettivi. La sostenibilità non richiede di dichiararsi perfetti: richiede di assumere impegni, misurare i risultati e rendere conto con chiarezza del percorso».

Ritiene che nei prossimi anni gli atenei debbano rendicontare il proprio impatto ESG con un rigore paragonabile a quello richiesto alle imprese, pur tenendo conto della diversa missione istituzionale? Più in generale, come si misura la sostenibilità di un’università?

«Credo che anche le università debbano rendicontare il proprio impatto con un rigore crescente, senza però dimenticare la specificità della loro missione. Un’università non produce soltanto servizi: forma persone, genera conoscenza, orienta l’innovazione, gestisce spazi e infrastrutture e costruisce relazioni con istituzioni, imprese e territori. Il suo impatto è quindi più ampio e, per alcuni aspetti, anche più difficile da misurare.

Dobbiamo certamente conoscere la nostra impronta diretta: energia, emissioni, mobilità, acqua, rifiuti, qualità degli spazi. Ma questo non basta. Dobbiamo chiederci se l’università è accessibile, se rende effettivo il diritto allo studio, se promuove benessere, parità e inclusione.

E poi c’è forse l’impatto più importante e più difficile da racchiudere in un indicatore: che cosa lasciano nella società le persone che formiamo e la conoscenza che produciamo? Quali competenze portano con sé i nostri laureati? Quali problemi sceglie di affrontare la nostra ricerca? Quali trasformazioni siamo capaci di accompagnare?

Infine, c’è la governance: la capacità di assumere impegni chiari, ascoltare gli stakeholder, misurare i risultati e rendere pubbliche anche le criticità. Ranking e standard internazionali sono strumenti importanti di confronto, ma non possono sostituire questa responsabilità.

Per questo, se dovessi sintetizzare, direi che misurare la sostenibilità di un’università significa verificare nel tempo la coerenza tra i valori che dichiara, le scelte che compie e il valore che siamo capaci di generare per le persone, per i territori e per le generazioni future».

Keypoints

  • Sul fronte ambientale, il Politecnico di Milano punta entro il 2028 a ridurre del 50% le emissioni pro capite di CO₂ da energia, del 30% i rifiuti indifferenziati e a realizzare 50mila metri quadrati aggiuntivi di superfici pedonalizzate, verdi e drenanti.
  • La sostenibilità entra nella formazione in modo trasversale: 48 corsi sono messi a disposizione degli enti non profit e 29 corsi della Scuola del Design collaborano con organizzazioni del terzo settore, portando studentesse e studenti a confrontarsi con problemi e bisogni reali.
  • Per l’ateneo, misurare la sostenibilità di un’università significa considerare non solo energia, emissioni, mobilità e rifiuti, ma anche diritto allo studio, inclusione, formazione, ricerca, rapporto con i territori e qualità della governance.

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