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«Un dispositivo per rafforzare i muscoli del pavimento pelvico? È troppo di nicchia». Queste le parole che l’imprenditrice britannica Tania Boler si sentì rivolgere nel 2013 da un venture capitalist a cui presentò il primo prodotto progettato dalla sua startup Elvie. «Osservazione bizzarra – replicò lei – visto che circa il 50% della popolazione potrebbe farne uso: le donne».
Nonostante donne e ragazze rappresentino quasi la metà della popolazione mondiale (circa 3,9 miliardi di persone), i bisogni sanitari specifici femminili sono storicamente poco considerati. Farmaci e terapie sono sperimentati per l’80% sui maschi: fino al 1993 donne e ratte erano escluse dagli studi sulla sperimentazione dei farmaci, come racconta la ricercatrice in farmacologia Silvia De Francia nel libro La medicina delle differenze. Storie di donne, uomini e discriminazioni.
E la stragrande maggioranza dei prodotti e servizi sanitari è pensata per il corpo maschile. Eppure tanti sono i problemi specifici che le donne si trovano ad affrontare lungo tutto l’arco della loro vita: dal ciclo mestruale alla gravidanza, dal recupero post-partum alla menopausa, fino alle patologie ginecologiche, la salute pelvica e i disturbi ormonali (leggi qui l’approfondimento sull’endometriosi).
FemTech = tecnologia per la salute delle donne
A provare a invertire questa tendenza ci sta pensando il FemTech, l’insieme di prodotti, servizi e soluzioni tecnologiche pensati per la salute e il benessere femminile (per la definizione di FemTech leggi qui).
Nonostante soffra di una cronica carenza di investimenti da parte del venture capital, che in generale riserva alle iniziative fondate da donne solo una piccola parte degli investimenti (il record è di 2 miliardi di dollari nel 2021), il settore si sta espandendo rapidamente: entro il 2027 il suo valore supererà i 60 miliardi di dollari, con la gran parte di questa crescita concentrata in Nord America (SIE Ventures, European FemTech Report 2023-24). Quanto all’Europa, è ancora agli inizi e si prevede che raggiunga i 35 miliardi di dollari entro il 2032.
Oltre la disparità di genere nei Paesi a basso reddito
L’Unicef, l’agenzia delle Nazioni Unite che protegge i diritti dell’infanzia, ha visto proprio in questa categoria di innovazioni uno strumento per andare incontro a bisogni di donne e ragazze nei Paesi a basso e medio reddito. «Oltre 21 milioni di adolescenti in questi Paesi rimangono incinte ogni anno – si legge sul sito -. Inoltre in circa 30 paesi del mondo una ragazza su tre tra i 15 e i 19 anni ha subito mutilazioni genitali, e ogni anno 1,5 milioni di persone risultano colpite da nuove infezioni da HIV, con un numero significativo di casi che colpisce le adolescenti».
L’Agenzia sottolinea che a questi problemi sanitari si aggiungono quelli sociali: «il 31% delle donne non è inserito in percorsi di istruzione, formazione o lavoro. Inoltre nei Paesi a basso reddito, 9 ragazze e giovani donne su 10 non hanno accesso a Internet, mentre i loro coetanei maschi hanno una probabilità doppia di essere online».
Unicef FemTech Ventures per supportare le startup
Ecco perché lo scorso anno è stata lanciata Unicef FemTech Ventures, iniziativa quinquennale (2025-2030) che mette a disposizione ogni anno fino a 100mila dollari di finanziamento a 10 startup early stage attive in economie a basso e medio reddito (particolarmente incoraggiate quelle guidate da donne e under 35) che sviluppano soluzioni open source in grado di migliorare la salute, la partecipazione economica o l’accesso ai servizi di salute sessuale e riproduttiva a donne e ragazze nei mercati emergenti. L’iniziativa fornisce capitale equity-free, mentorship e percorsi per testare, accelerare e scalare tali soluzioni.
«Investire nel femtech è fondamentale per rafforzare le economie», spiega Thomas Davin, Global Director dell’ufficio Innovazione dell’Unicef. «Questa iniziativa rappresenta un’opportunità straordinaria per colmare il divario di finanziamento a favore di soluzioni tecnologiche dirompenti provenienti dai Paesi in via di sviluppo. Ci auguriamo di riuscire a mobilitare e ispirare gli investitori, affinché colgano appieno il potenziale del FemTech in questi mercati».
La prima call di Unicef FemTech Ventures ha raccolto oltre 1.100 candidature provenienti da 85 Paesi. Più della metà sono arrivate dall’Africa. La seconda si è chiusa il 19 marzo scorso e ha visto un totale investito di 640mila dollari in 10 startup.
Unicef Venture Fund è il “braccio venture” dell’agenzia
I capitali investiti sono quelli di Unicef Venture Fund, il “braccio venture” dell’Unicef, che investe in startup e tecnologie innovative (quelle che utilizzano tecnologie di frontiera come intelligenza artificiale, data science e blockchain) con un obiettivo sociale, non finanziario. L’idea è quella di rispondere ai bisogni dei bambini e delle bambine a livello globale, facendo leva su innovazione e imprenditorialità. Attivo dal 2014, il fondo ha finora effettuato 143 investimenti per circa 18 milioni di dollari.
L’ostacolo principale con cui si scontrano le FemTech consiste proprio nella raccolta di capitali, per due motivi. Il primo: la maggior parte di chi investe è rappresentato da maschi, che non comprendono i reali bisogni sanitari del genere femminile. Il secondo: le FemTech sono nella quasi totalità dei casi fondate da donne, categoria svantaggiata nella raccolta di capitali di rischio. Le startup fondate o cofondate da donne raccolgono circa il 13% dei finanziamenti di venture capital in Europa, e il 2% degli investimenti (leggi l’approfondimento su questo tema con i dati del Diversity VC Report e il Female Innovation Index).


