|
Getting your Trinity Audio player ready... |
Nonostante le donne rappresentino circa il 70% del personale del comparto sanitario (Ministero della Salute), non si può dire che il settore sia un’eccezione per quanto riguarda la presenza femminile in posizioni apicali. Secondo Openpolis, infatti, anche in Sanità si ripropongono le stesse dinamiche di altri ambiti: sono solo il 31,5% le donne che ricoprono ruoli di vertice e appena il 21% quelle che svolgono la funzione di Direttore generale nelle aziende sanitarie e ospedaliere. D’altra parte, l’Italia è maglia nera in Europa in termini di occupazione femminile che, seppur in leggero aumento negli ultimi anni, si attesta ora al 52,6%: un dato che posiziona il nostro Paese all’ultimo posto in Unione Europea. Questi numeri dimostrano che in Italia esiste un problema sistemico che riguarda la possibilità di fare carriera per le donne, che inizia già dall’accesso all’istruzione, ad esempio, per le materie scientifiche: in Italia ci sono solo il 16,5% di donne laureate in materie STEM contro il 37% di uomini (dati Istat 2021).
Il Women7 italiano
In occasione della Presidenza dell’Italia del G7 nel 2024, anche Women7, il gruppo d’impegno civile ufficiale del G7 che lavora sulla parità di genere, sarà guidato da una delegazione italiana. Annamaria Tartaglia, fondatrice di Angels4Women e manager impegnata nella formazione e nel mentoring di giovani imprenditrici, sarà co-chair della delegazione insieme con Martina Rogato e Claudia Segre. Proprio la Dott.ssa Tartaglia ci ha parlato di parità di genere, delle barriere che ancora ostacolano l’accesso delle donne alle posizioni di vertice e delle iniziative che Women7 metterà in campo per definire azioni concrete con i governi del G7.
Dott.ssa Tartaglia, per quanto in aumento, il dato sull’occupazione femminile in Italia è ancora il più basso di tutta Europa. Quali sono, secondo lei, i principali motivi?
I problemi sono molteplici e stratificati. In primo luogo, in Italia – molto più che in altri Paesi – c’è poco sostegno alle famiglie e c’è molta disomogeneità a livello territoriale per tutti quei servizi, come asili nido e scuole a tempo pieno, che consentirebbero a una donna di lavorare full time. In secondo luogo, soprattutto in un Paese che sta invecchiando, sono sempre di più le donne che assumono la funzione di caregiver familiare. Questo vuol dire che molte donne, oltre ad essere madri, si devono occupare anche dei genitori anziani. Se sommiamo queste responsabilità, e queste spese e costi, capiamo in parte perché molte donne di trovano costrette a lasciare il proprio lavoro. La maggior parte delle dimissioni, infatti, avviene dopo la maternità, soprattutto dopo il secondo figlio. Infine – ma non è un tema secondario – il gender pay gap, che nel nostro Paese è un problema davvero serio. Le donne guadagnano mediamente il 20% in meno degli uomini, e spesso sono costrette a scegliere in funzione di quella che è la loro possibilità economica.
Da donna impegnata nel mentoring e nella formazione, quali passi in avanti sono stati fatti in termini di empowerment femminile in Italia?
Sicuramente in questi anni c’è stato un miglioramento in questo senso. Sono state create una serie di organizzazioni che si occupano di supportare le giovani donne che entrano nel mondo del lavoro, cercando di creare maggiore consapevolezza in termini di conciliazione tra la vita privata e il lavoro. La maggior parte di queste iniziative, però, a differenza che in altri Paesi, si sviluppa a livello privato, tramite finanziamenti volontari di donne che nella loro vita hanno dovuto affrontare discriminazioni nel mondo del lavoro, perché guadagnavano meno e, in quanto donne, sono sempre state considerate un po’ meno capaci. Questo percorso formativo, però, dovrebbe essere fatto già a partire dalle scuole, per spiegare che la parità di genere è un processo complesso, che riguarda le pari opportunità, e dunque pari salario, nel mondo del lavoro, ma anche la condivisione del carico e delle responsabilità familiari all’interno di una coppia.
Anche in Sanità, dove la presenza femminile è superiore a quella maschile, sono ancora poche le donne ai vertici.
Purtroppo, anche nel settore sanitario si ripetono le stesse dinamiche. Bisogna infatti chiedersi quali sono le posizioni che occupano le donne: sono infermiere costrette per la maggior parte del tempo a turni massacranti oppure ricoprono posizioni apicali caratterizzate da un alto livello di managerialità? Anche in questo caso, per i motivi appena citati, è difficile per una donna impostare un percorso di carriera che le porti ai vertici. Anzi, in questo settore assistiamo a un’ulteriore discriminazione, che riguarda la salute di genere. I bias che noi troviamo rispetto al mondo femminile vengono replicati anche nella mappatura dei dati sanitari, nelle ricerche, nella possibilità di cura delle donne, in quanto nella maggior parte dei casi i farmaci vengono mappati in un’ottica sempre di risultato maschile. Questo genera un grande problema di accesso alla cura della salute per le donne, non solo ai percorsi di carriera. Su questi temi l’Associazione “Donne Leader in Sanità”, che fa parte dello Steering Committee di Women7, sta facendo un importante lavoro di mappatura e analisi, che ci sarà davvero utile per proporre soluzioni che riguardano da un lato la consapevolezza e l’empowerment, dall’altro le pari opportunità legate al contesto nel quale viviamo.
Per quanto riguarda l’istruzione, esiste ancora un gender gap nell’accesso alle materie scientifiche e alla ricerca nel nostro Paese. Come si riflette questo tema nella presenza di donne nel settore Innovazione e Life Science?
Ciò che noi stiamo osservando è che nell’ambito dell’Innovazione e del Life Science moltissime delle nuove aziende sono create da donne, che spesso collaborano anche con le Università. Molte donne fanno ricerca con l’obiettivo poi di trasformare il proprio lavoro in un progetto specifico, che possa contribuire al miglioramento della salute delle persone in più segmenti. Anche in questo caso, però, scontiamo un gender gap. I dati ci dicono che in Italia ci sono più donne laureate e che, anche nelle materie STEM, le donne quando si laureano hanno punteggi più alti. Non è bello dirlo, ma sono più brave, ci mettono meno tempo. Poi però quando si tratta di ricevere borse di studio e finanziamenti per la ricerca, le donne affrontano ostacoli enormi causati da una visione ben radicata per cui sono considerate non ancora complete nel loro ruolo. È come se ci fosse una remora nel dare alle donne la possibilità di completare determinati percorsi, come quelli scientifici, che sembrano essere solo prerogativa maschile. Per questo dico che le iniziative di formazione e mentoring nel privato hanno aiutato molto in questi anni a migliorare la condizione femminile, ma la lotta agli stereotipi non si fa all’Università, ma molto prima. Dovremmo partire dall’asilo, attraverso un patto formativo scuola-famiglia che prosegue nel tempo e che educa alla condivisione dei ruoli in una coppia, all’indipendenza economica delle donne, all’accesso alle materie scientifiche e così via.
Come si concilia tutto questo con gli obiettivi di Women7?
Women7 è un gruppo di interesse della società civile all’interno del G7; quindi, quello che noi possiamo proporre è una spinta all’adeguamento delle politiche di genere e, a questo proposito, abbiamo anche un’area che si occuperà di lavoro per fare in modo che i paesi del G7 adottino politiche comuni. I temi che andremo ad affrontare riguardano proprio questi aspetti nel complesso: c’è una parte di empowerment finanziario, c’è il contrasto alla violenza di genere, le migrazioni, le discriminazioni nel mondo del lavoro. Il nostro obiettivo, grazie alla collaborazione con advisor provenienti da 40 Paesi in tutto il mondo, e grazie ai contributi di strutture internazionali come l’OCSE e il confronto con diverse Associazioni femminili, è quello di arrivare ad avere un communiqué da consegnare alla Premier Giorgia Meloni nel corso del summit che si terrà l’8 e il 9 maggio. Successivamente partirà un intenso lavoro di advocacy e di pressione insieme agli altri engagement Group, affinché i punti chiave del Documento vengano inglobati nella Leaders’ Declaration del G7 a giugno. Infine, il nostro compito sarà quello di monitorare che la road map di attività venga effettivamente seguita e che le indicazioni date vengano in qualche modo rielaborate, fatte proprie dai Paesi: quindi, che non restino solo parole ma diventino fatti più concreti.
L’Italia, in occasione della Presidenza del G7, ha dunque l’occasione di guidare la delegazione di Women7 e di portare al tavolo delle Istituzioni iniziative concrete per una piena parità di genere. L’appuntamento è per il mese di maggio in occasione del summit con la Presidente Meloni, auspicando che le indicazioni di Women7 non rimangano solo parole, ma possano contribuire nel concreto a raggiungere una piena parità di genere.


