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Anthem – Advanced Technologies for Human-centric Medicine – è una delle iniziative di ricerca più significative finanziate in Italia negli ultimi anni: 120 milioni di euro stanziati dal Ministero dell’Università e della Ricerca nell’ambito del Piano Nazionale Complementare al PNRR, per sviluppare tecnologie e percorsi innovativi in ambito sanitario e assistenziale. Un progetto ampissimo, volutamente multidisciplinare, che intreccia medicina e ingegneria, fisica, informatica ed economia, articolato in 28 progetti pilota raggruppati in quattro macroaree di ricerca – i cosiddetti Spoke – coordinati rispettivamente dalle Università di Bergamo, di Milano-Bicocca, dal Politecnico di Milano e dall’Università di Catania.
A fare sistema attorno a questi poli universitari, una rete ampia di partner pubblici e privati: ospedali, imprese, istituzioni, associazioni di pazienti. In tutto, oltre 350 ricercatrici e ricercatori coinvolti, con una missione dichiarata: migliorare la cura e la qualità della vita di pazienti fragili, cronici, o colpiti da patologie che ancora non dispongono di una terapia efficace.
A spiegare meglio a che punto si trova Anthem a tre anni dal via è Guido Cavaletti, direttore scientifico della Fondazione e prorettore alla Ricerca della Bicocca.
Il totem multilingue trasforma il pronto soccorso
Il progetto più vicino a diventare realtà operativa – come riconosce lo stesso Cavaletti – riguarda una delle situazioni più critiche della sanità pubblica: il triage al pronto soccorso. Anthem aveva sviluppato un sistema di pre-triage basato su un totem interattivo multilingue che permetteva a chi arriva in pronto soccorso di descrivere il proprio problema nel proprio modo e nella propria lingua, fornendo le informazioni necessarie per assegnare la giusta priorità di accesso alle cure.
Il progetto ha poi preso una piega inaspettata e particolarmente fruttuosa: nel corso dei primi tre anni, Anthem ha allargato la propria rete di partner e ha incontrato un altro progetto parallelo, dedicato alla creazione di una cartella clinica informatizzata del pronto soccorso.
I due sistemi sono stati integrati, dando vita a qualcosa di più completo: il paziente arriva, inserisce i propri dati nel totem, e queste informazioni vengono automaticamente trasferite nella cartella clinica digitale, così che il personale medico che prenderà in carico il paziente abbia già a disposizione tutto il quadro della situazione. «Il paziente arriva in pronto soccorso, inserisce i dati che vengono passati direttamente in cartella, di modo che siano immediatamente disponibili in modo ordinato a chi di lì a breve gestirà il paziente», sintetizza Cavaletti.
Il sistema è già in sperimentazione sul campo: il primo test è stato condotto in Lombardia, al pronto soccorso dell’ospedale di Seriate. Da lì la sperimentazione si sta allargando, e sono arrivate richieste di test anche dall’estero, un segnale concreto dell’interesse che il progetto sta generando oltre i confini nazionali.
L’istologia 3D virtuale: guardare dentro i tessuti senza toccarli
Un secondo esempio in cui Anthem sta dando i suoi frutti è l’applicazione della microtomografia a raggi X all’istologia, cioè allo studio dei tessuti biologici. La microtomografia a raggi X è una tecnica consolidata nelle scienze dei materiali, dove viene utilizzata da anni per ottenere ricostruzioni tridimensionali ad alta risoluzione di oggetti solidi. Applicarla ai campioni biologici è invece una frontiera completamente nuova.
«Per me, che sono medico, quando ho iniziato a parlare di questo era fantascienza», ammette Cavaletti. E in effetti il cambio di paradigma che questa tecnologia introduce è radicale. Nel metodo istologico classico, il campione biologico – un frammento di tessuto prelevato da un paziente – viene tagliato in sezioni sottilissime, colorato chimicamente e osservato al microscopio. È una procedura che funziona, ma che distrugge o altera irreversibilmente il campione. Con la microtomografia a raggi X applicata alla biologia, invece, si ottiene una ricostruzione tridimensionale completa del campione senza alterarlo.
Questo significa che dopo l’analisi per immagini il campione può essere sottoposto ad altre indagini – le cosiddette tecniche omiche, che analizzano il patrimonio genetico, proteico o metabolico di un tessuto – senza che sia stato alterato da colorazioni o tagli. Un vantaggio enorme in termini di informazioni ottenibili da un singolo prelievo.
Le prime prove sono state condotte su frammenti di osso e su retine, proprio per testare la fattibilità dell’approccio. I risultati hanno convinto il team che la strada è percorribile.
Cavaletti: «Non possiamo continuare a dipendere dal finanziamento del Ministero»
Eppure, nonostante i risultati incoraggianti, Cavaletti non nasconde le preoccupazioni che riguardano il futuro. Anthem è attualmente nella sua fase principale di finanziamento, ed è previsto un secondo ciclo per il biennio 2026-2028. Cavalletti, però, mette in guardia dal rischio di costruire un ecosistema di ricerca che dipenda strutturalmente dal sostegno pubblico centrale.
«Non dobbiamo continuare a basarsi sul finanziamento del Ministero: bisogna avere altri finanziamenti internazionali, non possono essere confinati. Dobbiamo avere il coraggio di guardare oltre», dice con chiarezza. Anthem ha già stretto accordi con realtà simili in Europa, e questo è il modello che Cavaletti considera quello giusto: la vera difficoltà, e la vera sfida, è costruire questa rete di relazioni stabili. «Arrivare a produrre cento dispositivi in laboratorio è una cosa, produrne un milione – rendendoli piccoli, economici e fruibili – è tutt’altra storia, e richiede competenze e investimenti industriali che la sola università non può garantire».
Perché questo avvenga serve un rapporto organico e continuativo con il mondo delle imprese, regolato da norme chiare. Serve, in sostanza, la costruzione di veri ecosistemi e poli di ricerca e sviluppo stabili nel tempo. «Altrimenti – conclude – temo che l’entusiasmo iniziale si affievolisca, e si rischi un grande sviluppo iniziale senza un vero mantenimento nel tempo».


