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La notizia arriva da Shanghai: NeuroXess, una startup cinese, ha condotto trial clinici su un impianto cerebrale potenziato dall’intelligenza artificiale capace di aiutare persone con paralisi a controllare dispositivi con il pensiero.
Un uomo di 28 anni con una lesione al midollo spinale ha mosso un cursore sullo schermo con la mente, controllando elettrodomestici tramite un’app, mentre una donna di 35 anni con epilessia ha “parlato” attraverso un modello linguistico che decodificava il mandarino in tempo reale, a 300 caratteri al minuto, più della velocità media di conversazione di un madrelingua.
La sfida a Neuralink di Elon Musk è aperta. Come si legge su Nature, le startup cinesi stanno accelerando i loro sforzi per sviluppare algoritmi per interfacce cervello-computer che aiutino le persone a camminare e parlare.
Vent’anni di ricerca
«Il primo impianto corticale sulle persone risale a vent’anni fa», spiega Silvestro Micera, professore di Bioelettronica e Neural Engineering alla Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa. «Il primo impianto corticale per stimolare i non vedenti è di cinquant’anni fa. Le protesi cocleari e i sistemi di deep brain stimulation per il Parkinson sono già pratica clinica consolidata».
La neuroingegneria, insomma, non è una novità. Quello che è cambiato in modo significativo è la traiettoria delle applicazioni. Fino a pochi anni fa, il paradigma dominante nel campo delle brain-computer interface (BCI) era quello emerso dalla storica pubblicazione su Nature del 2006: una persona pensa, e un cursore si muove sullo schermo. Un’applicazione importante, ma circoscritta. «Un’applicazione molto importante ma specifica», la definisce Micera.
Le novità più recenti (anche in Italia)
Negli ultimi quattro o cinque anni vari gruppi di ricerca, fra cui i neuroingegneri dell’Università della California Davis – con il lavoro di Sergei Stavisky e del suo gruppo – hanno dimostrato la decodifica del parlato direttamente dall’attività cerebrale. Una svolta che apre scenari clinici radicalmente nuovi, in particolare per pazienti con SLA nella fase terminale della malattia, quando anche i movimenti degli occhi vengono meno e la persona è completamente “locked-in”, senza alcun canale di comunicazione con il mondo esterno.
«Le applicazioni delle brain-computer interface sono cresciute nel tempo – sottolinea Micera – e stiamo passando dal ‘first in human’, il proof of concept, a qualcosa di sempre più clinico».
Un esempio concreto: in collaborazione con l’équipe del professor Pietro Mortini al San Raffaele di Milano, sono stati impiantati venti pazienti paraplegici con lesione al midollo spinale nel giro di tre anni (ne abbiamo parlato qui). «Siamo fra i primi gruppi al mondo come numero di pazienti impiantati e a breve partiranno due nuove sperimentazioni», racconta Micera. Una crescita significativa, che riflette la maturazione di un intero settore.
Tre forze che stanno ridisegnando il campo
Micera, che ha illustrato nel libro Possiamo (ri)costruirlo (Apogeo) come le neurotecnologie stiano riscrivendo i limiti del corpo umano, individua tre dinamiche convergenti che spiegano l’accelerazione attuale.
La prima è proprio l’allargamento delle applicazioni cliniche: non più un’unica dimostrazione di principio, ma una gamma crescente di condizioni – dalla paralisi alla perdita del linguaggio – per cui le BCI offrono oggi risposte concrete.
La seconda è l’ingresso dei grandi player industriali. Neuralink di Elon Musk ha portato visibilità, capitali e una narrativa potente attorno alla fusione tra cervello e macchina. Questo ha generato un effetto moltiplicatore sull’interesse globale, sia scientifico sia mediatico.
La terza è geopolitica, spiega Micera. «La Cina non è ancora al livello degli Stati Uniti, ma è abbastanza concorrenziale». Da un lato ci sono finanziamenti governativi massicci: Pechino ha dichiarato l’obiettivo di diventare leader mondiale nelle BCI entro fine decennio, con traguardi tecnici fissati al 2027 e la creazione di due o tre aziende di livello mondiale entro il 2030. Dall’altro, esiste un substrato scientifico e accademico già presente, ulteriormente rafforzato dal rientro di ricercatori formati all’estero.
La rivoluzione scientifica che riscrive i limiti del corpo umano
L’integrazione dei modelli linguistici di grandi dimensioni nelle BCI rappresenta il salto più recente: permette di decodificare l’attività cerebrale con una precisione superiore rispetto alle tecnologie tradizionali di analisi del segnale.
Restano però alcune criticità aperte, a partire dai dati. Dispositivi che leggono l’attività cerebrale e la processano con modelli di intelligenza artificiale sollevano domande serie sulla privacy. In Cina, il governo ha emanato nel 2024 linee guida etiche per le BCI, che prevedono il consenso scritto dei partecipanti ai trial e una valutazione etica preliminare. Ma sul tema delle normative per i trial clinici, il quadro è ancora in evoluzione, scrive Nature.
Quello che è certo è che il campo sta cambiando pelle. Non più solo laboratori e dimostrazioni su singoli pazienti: la neuroingegneria, conclude Micera, è uscita dalla fase sperimentale. E queste tecnologie sono già clinicamente rilevanti (leggi qui l’articolo sulla neonata Italian Society of Neuromodulation and Neurotechnologies).


