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Oltre 4.600 imprese, quasi 134mila occupati, 5,1 miliardi di export e 7,8 miliardi di import. Con questi numeri la filiera dei dispositivi medici è strategica per la politica industriale italiana, ma servono politiche industriali che accompagnino la crescita del settore. Lo ha ribadito il presidente di Confindustria Dispositivi Medici, Fabio Faltoni, ieri in occasione dell’evento ospitato dal Ministero delle Imprese e del made in Italy.
Le sfide della supply chain
«Oggi le imprese segnalano difficoltà legate ai costi di trasporto nel 71,2% dei casi e alle tensioni geopolitiche nel 48,5%, mentre i costi di produzione sono aumentati in media del 22%, con punte superiori al 50% per il 10% delle aziende» ha puntualizzato, evidenziando il peso della sovrapposizione di più tensioni contemporaneamente: energia, logistica, materie prime, frammentazione commerciale e instabilità geopolitica. Molte componenti strategiche (semiconduttori, polimeri industriali e componentistica plastica) transitano infatti attraverso aree interessate da tensioni geopolitiche e instabilità delle rotte commerciali internazionali.
Cosa chiedono le imprese
«Le imprese chiedono una governance stabile del settore, una soluzione strutturale al tema del payback e politiche industriali dedicate a una filiera composta in larga parte da Pmi innovative e ad alta specializzazione» ha puntualizzato Faltoni, ricordando che l’industria dei dispositivi medici offre «un contributo concreto all’innovazione, alla sostenibilità e all’efficienza del sistema sanitario, contribuendo a migliorare la qualità delle cure e supportando una gestione più efficace dei pazienti, in un contesto in cui la crescita della spesa è trainata anche dall’aumento dei bisogni di salute legati all’invecchiamento della popolazione e alla diffusione delle cronicità».
«Una filiera con queste caratteristiche – ha aggiunto Marco Nocivelli, vicepresidente di Confindustria con delega alle politiche industriali e made in italy – è candidata naturale a una politica industriale dedicata, al pari di automotive e aerospazio. È in questa direzione che chiediamo al Mimit un impegno strutturato». Nel dirlo ha evidenziato che «la filiera delle scienze della vita, di cui fa parte il comparto dei dispositivi medici, è una filiera industriale strategica, che purtroppo spesso è considerata soltanto una voce di spesa pubblica.
Vale il 13% del PIL e occupa oltre 3 milioni di persone e ha, inoltre, una funzione estremamente rilevante sia per il ruolo svolto per la salute pubblica sia per l’elevato livello di attività di ricerca e di innovazione tecnologica realizzata dalle imprese che ne fanno parte».
«La resilienza deve ora trasformarsi in sviluppo» ha concluso Faltoni. «Servono politiche industriali coordinate, una governance stabile del settore e strumenti che accompagnino la crescita» .
Le iniziative del Mimit
Il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, ha così sintetizzato le iniziative a supporto del settore: l’istituzione, insieme al Ministero della Salute, del Tavolo per la farmaceutica e il biomedicale; il nuovo Atto di indirizzo strategico 2026-2028 condiviso tra Mimit e Mur, pensato per ridurre la frammentazione dell’ecosistema nazionale della ricerca e del trasferimento tecnologico; il nuovo Piano Transizione 5.0, programma triennale che mette a disposizione quasi 10 miliardi di euro e il cui decreto attuativo sarà operativo entro giugno.
E nel ribadire l’importanza di rafforzare la sicurezza delle filiere strategiche, ha annunciato che «l’Italia, con l’area di Porto Marghera, si candida a ospitare uno dei primi siti strategici europei per lo stoccaggio di materie prime critiche e terre rare, indispensabili per l’industria del continente e per la transizione energetica e digitale del nostro sistema produttivo».
I numeri del settore
Dal Rapporto PRI – Produzione, Ricerca e Innovazione presentato dal Centro studi di Confindustria Dispositivi Medici, emerge che il settore in Italia genera un mercato che vale circa 18,5 miliardi di euro tra export e mercato interno e conta 4.618 aziende, che occupano 133.627 dipendenti.

Sono 2.743 le imprese di produzione che, insieme alle 1.499 di distribuzione e alle 376 di servizi producono o distribuiscono i dispositivi medici nel nostro Paese. Un tessuto industriale eterogeneo, dove le piccole aziende convivono con i grandi gruppi: prevalgono le Pmi (circa il 94% del totale).

13 i comparti principali.

Il settore dei dispositivi medici è caratterizzato da un’occupazione altamente qualificata. Superiore alla media generale del Paese il numero di donne occupate, addetti alla ricerca e personale con dottorato di ricerca. A livello territoriale, forte la concentrazione in Lombardia, Emilia-Romagna e Veneto.

303 sono le startup e Pmi innovative attive nel settore. Imprese caratterizzate da un forte profilo innovativo, occupazione estremamente qualificata e investimenti in Ricerca e Sviluppo.

Nel 2024 il settore nel suo complesso ha investito 1,1 miliardi di euro circa in Ricerca e Sviluppo, confermando la forte vocazione all’innovazione, «nonostante l’effetto disincentivante dato dall’insieme di regolamenti e delle imposizioni fiscali che grava su di esso» evidenzia il Rapporto.

La spesa pubblica in dispositivi medici e servizi ammonta a 10 miliardi di euro e rappresenta il 7,3% della spesa sanitaria pubblica.
La spesa pubblica pro capite è in media di 137 euro circa, con evidenti differenze tra le regioni: la regione con la spesa pro capite maggiore è caratterizzata da una spesa più che doppia rispetto alla regione con la spesa pro capite minore.



