A Bologna la prima elettrochemioterapia su epatocarcinoma

A Bologna la prima elettrochemioterapia su epatocarcinoma: tecnica innovativa e minimamente invasiva

di Cristina Bellon
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Cristina Bellon

Perché ne stiamo parlando
È una procedura che combina impulsi elettrici controllati e farmaci chemioterapici per aggredire più efficacemente i tumori. Al Policlinico di Sant’Orsola è stata eseguita su un tumore maligno del fegato.

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A Bologna, per la prima volta in Italia, è stato trattato un tumore maligno del fegato (epatocarcinoma) attraverso elettrochemioterapia: una procedura che combina impulsi elettrici e farmaci oncologici per colpire in modo mirato le cellule tumorali. Il Policlinico Sant’Orsola entra così nel ristretto gruppo di centri nazionali in grado di offrire questa opzione terapeutica a pazienti finora privi di alternative.

Come funziona

Questa tecnica si basa sull’elettroporazione reversibile. «Impulsi elettrici generati da sottili aghi creano pori temporanei nella membrana cellulare ionica del tumore, facilitando l’infiltrazione del farmaco chemioterapico somministrato per via endovenosa» spiega Cristina Mosconi, direttrice della radiologia addomino-pelvica del Sant’Orsola e docente di diagnostica per immagini e radioterapia all’Università di Bologna (nella foto, la seconda da destra, accanto ad Andrea Zanoni, Antonio de Cinque, Federica Mirici, Lorenzo Braccischi e Makoto Taninokuchi Tomassoni).

Questa nuova tecnica provoca una drastica intensificazione dell’effetto citotossico sulle cellule neoplastiche, portandole alla morte, senza danneggiare i tessuti sani circostanti. Perché i varchi che gli impulsi elettrici aprono consentono al farmaco oncologico di entrare più facilmente all’interno delle cellule neoplastiche, potenziandone l’effetto.

Una nuova arma per casi clinici complessi

Fino a oggi, le lesioni epatiche venivano trattate con ablazioni termiche e terapie intra-arteriose, oltre a quelle chemioterapiche. «L’elettrochemioterapia è un’arma in più, pensata per quei pazienti che beneficiano di trattamenti loco-regionali ma che non risultano eleggibili per le tecniche classiche» aggiunge Mosconi.

Numeri e cause dell’epatocarcinoma

L’epatocarcinoma, o carcinoma epatocellulare (HCC), è la forma più comune di tumore primitivo del fegato e rappresenta circa il 90% dei casi. In Italia si stimano oltre 12mila nuove diagnosi all’anno e più di 33mila persone convivono con una diagnosi pregressa. Colpisce prevalentemente gli uomini, in particolare tra i 50 e i 70 anni, e presenta una sopravvivenza netta a 5 anni attorno al 22%: tra le più basse in ambito oncologico.

Alla base dello sviluppo di questo tumore del fegato vi sono condizioni che causano un danno epatico cronico: cirrosi, infezioni da virus dell’epatite B (HBV) e C (HCV), abuso di alcol. In crescita anche i casi legati alla steatosi epatica non alcolica (MASLD/NASH), associata a obesità e sindrome metabolica. Questi fattori alterano nel tempo la struttura del fegato, creando un terreno favorevole alla trasformazione tumorale.

Altri elementi di rischio includono l’esposizione a tossine ambientali, come le aflatossine, e malattie genetiche come l’emocromatosi. La diagnosi precoce è complessa, perché spesso asintomatico nelle fasi iniziali, e le opzioni terapeutiche tradizionali – chirurgia, ablazioni, chemioterapia sistemica – sono praticabili solo in una parte limitata dei pazienti.

Alta tecnologia al servizio della precisione

Fondamentale per il successo dell’intervento di elettrochemioterapia è stata la nuova sala angiografica, attiva al Sant’Orsola da ottobre grazie a un investimento di 800mila euro da fondi PNRR. «È un ambiente altamente specializzato che ci permette di eseguire approcci percutanei di precisione» sottolinea Mosconi. «La sala è dotata di sistemi di navigazione 3D, dispositivi che consentono la fusione di immagini ecografiche, di TAC e di risonanza, e software avanzati basati su intelligenza artificiale».

Il paziente deve rimanere completamente immobile per il corretto posizionamento di sottili elettrodi ad ago inseriti nel fegato e per gestire l’erogazione degli impulsi controllati ad alta energia.

Il primo intervento

L’intervento è stato eseguito dall’équipe guidata dai radiologi interventisti Antonio De Cinque, Lorenzo Braccischi e Francesco Modestino in collaborazione con gli specialisti dell’Anestesia polispecialistica e rianimazione diretta da Andrea Zanoni. Il paziente presentava un nodulo che, sia per la posizione sia per la peculiare vascolarizzazione, non poteva essere trattato con altre tecniche.

Dove si pratica in Italia

L’elettrochemioterapia epatica è attualmente disponibile solo in centri di terzo livello con un’équipe interventistica esperta e una forte specializzazione epatologica, come accade a Bologna. «È praticabile anche a Milano e Torino» spiega Mosconi, «dove sono attivi centri di trapianto e team multidisciplinari avanzati».

Cosa dicono gli studi

L’efficacia della tecnica è già stata dimostrata in molti ambiti, per altre patologie e in altri distretti oncologici. «Nelle patologie epatiche sia benigne sia maligne esistono studi retrospettivi, che pur non essendo ancora prospettici, mostrano sicurezza ed efficacia, e presto arriveranno nuove evidenze» precisa Mosconi.

Keypoints

  • L’elettrochemioterapia aumenta la penetrazione dei farmaci nelle cellule tumorali tramite impulsi elettrici.
  • È indicata per pazienti con epatocarcinoma non operabili o non trattabili con tecniche tradizionali.
  • Al Sant’Orsola è stata eseguita con successo grazie a una nuova sala angiografica ad alta tecnologia.
  • La tecnica è adottabile solo in centri di terzo livello con equipe specializzate e forti competenze epatologiche.
  • Studi retrospettivi supportano l’efficacia e sicurezza della procedura anche in ambito epatico.

 

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