Robot che “pensano a voce alta” per sensibilizzare all’Alzheimer: lo studio dell’università di Palermo

di Mario Catalano
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Mario Catalano

Perché ne stiamo parlando
Un team di ricercatori ha scoperto che l’interazione con questo tipo di robot stimola una maggiore attenzione verso le esigenze dei malati di demenza senile.

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Sviluppare un robot capace di “pensare a voce alta” mentre svolge compiti semplici, come apparecchiare la tavola. È il tema dello studio internazionale condotto dalla professoressa Arianna Pipitone, ricercatrice in Robotics, Artificial Intelligence and Computer Science dell’Università di Palermo del Dipartimento di Scienze Umanistiche e dal professore Antonio Chella, direttore del Laboratorio di Robotica “RoboticsLab” del Dipartimento di Ingegneria, in collaborazione con il professore John Sullins della Sonoma State University, esperto di saggezza artificiale.

L’obiettivo? Aumentare la consapevolezza e l’attenzione verso le esigenze dei malati di demenza senile. Lo studio, che ha coinvolto 40 studenti universitari, ha rivelato che l’interazione con il robot “pensante” stimola una maggiore sensibilità rispetto a quella generata da un robot tradizionale. Ma quali sono le implicazioni etiche e pratiche di questa scoperta? E come questa tecnologia può essere validata su larga scala per aiutare chi soffre di questa malattia?

«Lo studio è nato nel laboratorio di robotica di Palermo da un’indagine sull’abilità del discorso interno nei robot, ovvero la capacità di “pensare a voce alta” – spiega a INNLIFES Pipitone- Questa capacità ha suscitato un notevole interesse nella comunità scientifica. Il professor John Sullins della Sonoma State University, esperto di saggezza artificiale e problematiche legate all’Alzheimer e all’etica dell’Intelligenza artificiale, ha proposto un set sperimentale basato su questo lavoro».

L’obiettivo principale è diventato studiare come l’abilità di pensare a voce alta potesse influenzare l’etica delle persone e sensibilizzarle. Il coinvolgimento degli studenti ha permesso di ampliare la portata dello studio e di analizzare un campione più ampio e diversificato di partecipanti.

Quali sfide sono emerse nel processo di intersezione tra lo sviluppo tecnologico del robot e la comprensione delle esigenze psicologiche e sanitarie dei pazienti affetti da demenza?

«Il professor Sullins, esperto di Alzheimer, ha fornito indicazioni precise sulle caratteristiche che una tavola dovrebbe avere per facilitare un pranzo sereno per persone con demenza in stadio medio. Il robot è stato programmato con due modalità operative distinte: una tradizionale, in cui apparecchia la tavola fornendo feedback semplici, e una in cui “pensa a voce alta”. Questa duplice modalità ha permesso di confrontare l’impatto delle due diverse interazioni sui partecipanti, rivelando che chi interagiva con il robot che pensava a voce alta mostrava maggiore attenzione e consapevolezza verso le esigenze del malato».

Quali criteri sono stati utilizzati per selezionare i partecipanti allo studio?

«Un criterio fondamentale è stato l’assenza di conoscenze pregresse sulla demenza senile nei partecipanti, per evitare che influenzassero le loro risposte. Si è cercato di creare un campione omogeneo reclutando studenti universitari con background simili. Questo ha contribuito a minimizzare le variabili esterne e a garantire che i risultati riflettessero l’effettivo impatto dell’interazione con il robot».

In che modo i risultati ottenuti dallo studio potrebbero essere validati su una scala più ampia, quali sono le implicazioni economiche dell’adozione di queste tecnologie e come si potrebbero integrare le valutazioni economiche nel processo di sviluppo e implementazione?

«Per una validazione su larga scala, sarebbe interessante esplorare non solo l’influenza del discorso interno, ma anche altre capacità del robot. Si potrebbe valutare l’integrazione di tecnologie più economiche e accessibili, come applicazioni per smartphone, per trasferire il concetto del pensiero ad alta voce in contesti più ampi e diversificati. Questo potrebbe sensibilizzare un pubblico più vasto alla cura di persone con diverse difficoltà, non solo legate all’Alzheimer».

Quanto è cruciale la collaborazione multidisciplinare nella ricerca?

«La collaborazione multidisciplinare è fondamentale. In questo studio, la collaborazione con lo psicologo professor Sullins è stata essenziale per valutare gli aspetti psicologici dei partecipanti attraverso questionari specifici. L’intelligenza artificiale ha promosso un approccio sempre più multidisciplinare, come dimostra il nuovo corso di laurea in Digital Humanities a Palermo, che unisce discipline umanistiche e scientifiche. Dal punto di vista ingegneristico, molto è stato realizzato, ma ora è necessario un contributo filosofico per superare i limiti attuali dell’intelligenza artificiale».

Keypoints

  • L’Artificial Phronesis indaga i comportamenti e i processi decisionali degli artefatti in una nuova lente di discernimento ed etica
  • È il tema dello studio internazionale condotto da Arianna Pipitone e Antonio Chella dell’università di Palermo
  • In collaborazione con il professore John Sullins della Sonoma State University, esperto di saggezza artificiale
  • La ricerca ha esplorato gli effetti del discorso interno dei robot
  • Lo studio è stato realizzato con il coinvolgimento di circa 40 studenti dell’università di Palermo
  • Studenti e studentesse si sono interfacciati con il robot Pepper in dotazione al laboratorio

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