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Quando la robotica incontra la riabilitazione neurologica, il confine tra ingegneria e medicina diventa sempre più sottile. In questo spazio interdisciplinare si inserisce l’esperienza di Wearable Robotics, startup italiana nata dalla ricerca accademica e oggi impegnata nello sviluppo di soluzioni avanzate per il recupero neuromotorio. Al centro della proposta tecnologica dell’azienda c’è un approccio che integra robotica indossabile, realtà virtuale e monitoraggio dei parametri clinici per migliorare i percorsi riabilitativi dei pazienti.
Fondata nel 2014 come spin-off della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa, l’azienda ha recentemente chiuso un round Serie A da 5 milioni di euro guidato da CDP Venture Capital con la partecipazione, tra gli altri, della piattaforma europea di consulenza e trasferimento tecnologico Mito Technology (attraverso il fondo Mito Tech Transfer). L’obiettivo è rafforzare la presenza commerciale e accelerare lo sviluppo di nuove tecnologie per la riabilitazione neurologica. Ne abbiamo parlato con la CEO Lucia Lencioni, ingegnera e cofondatrice della società.
Dalla ricerca accademica alla startup
L’origine della società è strettamente legata al contesto scientifico da cui proviene. «La nostra startup nasce nel 2014 come spin-off della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa», racconta Lencioni. «L’università ha sempre attribuito grande importanza alla cosiddetta “terza missione”, cioè al trasferimento tecnologico verso il sistema industriale e il territorio». All’interno dell’ateneo operava infatti un laboratorio di ingegneria – il PercRo Lab, dedicato allo sviluppo di tecnologie immersive e robotiche – impegnato in ricerche su esoscheletri e realtà virtuale.
Da queste attività è maturata l’idea di valorizzare i risultati scientifici attraverso una società capace di portarli sul mercato. Il progetto ha ricevuto un primo impulso grazie a un seed capital ottenuto dopo la vittoria di un premio per la migliore idea di startup promosso dalla Fondazione Marzotto. «Con quel finanziamento abbiamo costituito la società e acquisito in licenza esclusiva – poi definitivamente – una famiglia di brevetti sviluppati nel laboratorio», spiega Lencioni.
Questa piattaforma tecnologica costituisce ancora oggi il nucleo dell’attività dell’azienda e consente di declinare le soluzioni robotiche in diversi ambiti applicativi. Il settore principale rimane quello biomedicale, mentre un secondo filone riguarda lo sviluppo di esoscheletri industriali, attualmente ancora in fase prototipale.
Il ruolo dei capitali per la crescita
Secondo la CEO, l’ingresso di nuovi capitali è stato decisivo per la maturazione industriale della startup. «Il round ha rappresentato un passaggio fondamentale per consolidare la struttura aziendale e rafforzare le funzioni commerciali». Prima dell’investimento, Wearable Robotics aveva già sviluppato e certificato il proprio dispositivo principale. Il nuovo capitale ha permesso invece di costruire una vera organizzazione di vendita e di avviare la distribuzione del prodotto sui mercati internazionali. E i risultati iniziano a essere tangibili anche dal punto di vista economico.
«Stiamo in questi giorni approvando il bilancio 2025 con un valore della produzione di circa 3 milioni di euro e un EBITDA positivo di circa 200 mila euro», sottolinea Lencioni. «Questo significa che oggi siamo una società che non solo sviluppa tecnologia, ma vende prodotti sul mercato».
Alex RS: un nuovo paradigma nella riabilitazione neurologica
Il cuore della proposta tecnologica di Wearable Robotics è l’esoscheletro robotico Alex RS, progettato per la riabilitazione dell’arto superiore in pazienti con danno neurologico, in particolare dopo un ictus. «La principale innovazione è la bilateralità», spiega Lencioni. «È il primo dispositivo sul mercato che consente di riabilitare simultaneamente entrambe le braccia e la loro coordinazione».
Questo elemento è tutt’altro che secondario dal punto di vista clinico. Molte attività quotidiane richiedono infatti la cooperazione delle due braccia: secondo le stime riportate dall’azienda, oltre il 55% delle azioni della vita quotidiana coinvolge movimenti coordinati bilaterali. I sistemi robotici tradizionali, invece, consentono generalmente di trattare un arto alla volta. «Con il nostro robot è possibile riabilitare il braccio destro, il sinistro e soprattutto la coordinazione tra i due», precisa la CEO. «E gli studi clinici indicano che è possibile ottenere lo stesso livello di recupero in circa metà del tempo rispetto alla riabilitazione tradizionale».
Un secondo elemento distintivo riguarda l’architettura meccanica. Il sistema utilizza una tecnologia proprietaria che colloca i motori nella parte posteriore del dispositivo, mentre il movimento viene trasmesso alle braccia tramite cavi. «Questa soluzione è più complessa dal punto di vista ingegneristico, ma consente di aumentare lo spazio di lavoro del robot», spiega Lencioni. «Il nostro sistema raggiunge circa il 92% dello spazio di movimento di un braccio sano, mentre altri dispositivi si fermano intorno al 70%».
Il ruolo della realtà virtuale nella terapia
Un ulteriore componente della piattaforma è l’integrazione con sistemi di realtà virtuale. Durante la riabilitazione il paziente interagisce con una serie di “serious game”, progettati per stimolare l’attenzione e la partecipazione attiva. «Nella riabilitazione neurologica l’engagement del paziente è fondamentale», sottolinea Lencioni. «La realtà virtuale permette di mantenere alta la concentrazione sul compito da svolgere, migliorando l’efficacia del trattamento». La tecnologia robotica non sostituisce il terapista, ma ne modifica il ruolo.
Il robot si occupa della componente più ripetitiva e fisicamente impegnativa della terapia, mentre il professionista sanitario mantiene il controllo del percorso riabilitativo. «Il terapista diventa un supervisore. È lui che definisce il protocollo terapeutico e che adatta gli esercizi alle condizioni del paziente». La personalizzazione è infatti un aspetto cruciale nella riabilitazione neurologica. «Ogni ictus è diverso», ricorda Lencioni. «Grazie al robot possiamo monitorare i progressi del paziente seduta dopo seduta e modificare il trattamento in modo mirato».
Come cambierà la strategia aziendale dopo il round Serie A?
Secondo Lencioni, l’obiettivo principale è duplice: espansione geografica e ampliamento della gamma di prodotti. Sul fronte commerciale, la priorità è il mercato nordamericano. «Il nostro dispositivo è certificato secondo il regolamento europeo MDR e questo ci permette di vendere in Europa e in diversi altri Paesi», spiega. «Abbiamo già installato circa 50 unità tra Europa e Asia». Tra i mercati raggiunti figurano Thailandia, Hong Kong e Arabia Saudita. Tuttavia, il vero traguardo resta l’ingresso negli Stati Uniti, che richiede l’approvazione della Food and Drug Administration.
«La certificazione FDA è una condizione imprescindibile», afferma Lencioni. «Ma oltre all’aspetto regolatorio dovremo costruire anche una rete commerciale e distributiva adeguata». Parallelamente, la società punta ad ampliare il proprio portafoglio tecnologico. Oggi Alex RS è il prodotto principale, ma il piano industriale prevede lo sviluppo di nuovi dispositivi. «Vorremmo creare un ecosistema completo per la riabilitazione dell’arto superiore», chiarisce Lencioni.
Tra le possibili evoluzioni: sistemi dedicati alla riabilitazione della mano, dispositivi più semplici per l’uso domiciliare e soluzioni per l’arto inferiore. L’obiettivo è coprire l’intero continuum riabilitativo, dalla fase acuta ospedaliera fino alla riabilitazione a lungo termine.
Impatto sociale e sostenibilità
«Il nostro obiettivo è creare una realtà industriale sostenibile che produca innovazione e occupazione», spiega Lencioni, chiarendo che la sostenibilità di una startup medtech non riguarda solo gli aspetti ambientali, ma anche il valore sociale generato.
L’azienda conta oggi circa venti dipendenti, un numero ancora limitato ma significativo per un’impresa tecnologica in crescita. Dal punto di vista ambientale, il design dei dispositivi tiene conto della riciclabilità dei materiali. «Le componenti sono principalmente in alluminio, plastica e acciaio, e possono essere completamente disassemblate e riciclate alla fine del ciclo di vita».
Ma l’impatto più rilevante riguarda la qualità della vita dei pazienti. Le patologie neurologiche sono infatti in aumento, anche a causa dell’invecchiamento della popolazione. «Restituire autonomia alle persone significa ridurre il costo sociale della disabilità», osserva Lencioni. «Non riguarda solo il paziente, ma anche le famiglie e il sistema sanitario».
In prospettiva, l’azienda sta valutando l’estensione delle indicazioni terapeutiche del dispositivo oltre l’ictus, includendo condizioni neurodegenerative come Parkinson o Alzheimer. «Se riuscissimo a ritardare il declino funzionale anche in queste patologie, potremmo contribuire in modo significativo alla sostenibilità dei sistemi sanitari», conclude.


