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Trasformare una scoperta in un’impresa. INNLIFES racconta la storia dei progetti vincitori della quinta edizione di Seed4Innovation, il programma di scouting dell’Università degli Studi di Milano che sostiene il trasferimento tecnologico dalla ricerca accademica allo sviluppo di soluzioni innovative. Un percorso che accompagna le migliori idee nate in laboratorio verso applicazioni che possano avere un impatto reale sulla società.
Oggi conosciamo Liverdeg, una soluzione che nasce dall’integrazione tra biologia e chimica computazionale per colpire il “motore” molecolare del tumore al fegato. Ne abbiamo parlato con il responsabile del progetto, Carlo Matera, professore di Chimica Farmaceutica al Dipartimento di Scienze Farmaceutiche dell’Università di Milano.
Professore, come nasce Liverdeg?
«Il progetto nasce nel 2021 dall’incontro tra la mia attività di chimico farmaceutico e l’expertise di Stefano Biffo, professore di Biologia cellulare del mio stesso ateneo e massimo esperto della proteina target del nostro progetto, che ha storicamente contribuito a scoprire e caratterizzare. A noi si è unito il collega Giovanni Grazioso, chimico computazionale che si occupa della progettazione delle molecole.
Siamo partiti dallo studio del ruolo del target scelto, che regola il funzionamento del fegato e l’accumulo di grasso corporeo. Le ricerche del professor Biffo hanno dimostrato che questa proteina ha un ruolo primario nella trasformazione della malattia epatica metabolica in epatocarcinoma».
Qual è il problema clinico su cui intervenite e quale soluzione proponete?
«Affrontiamo la malattia epatica steatosica associata a disfunzione metabolica (MASLD), una patologia spesso silenziosa nelle fasi iniziali, che interessa circa un terzo della popolazione adulta mondiale. La sua diffusione è favorita dall’aumento di obesità, insulino-resistenza, diabete di tipo 2 e sedentarietà, e si prevede che il carico globale di malattia crescerà ulteriormente nei prossimi anni.
Nel 20% dei casi, la malattia evolve in una forma infiammatoria severa (MASH), che rappresenta oggi la causa di epatocarcinoma con il ritmo di crescita più alto. Parliamo di un tumore che causa circa un milione di nuovi casi all’anno e ha un impatto sociale ed economico di 4 miliardi di euro solo in Europa. La nostra soluzione consiste nello sviluppo di un nuovo trattamento farmacologico basato su small molecules dirette al nostro target».
Dal punto di vista pratico, che tipo di farmaco o prodotto immaginate?
«Immaginiamo una terapia basata su piccole molecole in grado di colpire selettivamente la proteina bersaglio, centrale nei meccanismi di sintesi proteica. Inibendone la funzione, o favorendone la degradazione, potremmo impedire l’attivazione di programmi cellulari dannosi e intervenire precocemente sui processi che portano allo sviluppo della patologia.
Abbiamo già progettato diverse molecole attive in vitro. In parallelo, i dati ottenuti con approcci genetici in modelli animali dal gruppo del professor Biffo sono stati molto incoraggianti: si è osservato un miglioramento del quadro metabolico, una riduzione della massa grassa e dell’infiammazione, senza segnali evidenti di tossicità».
Qual è l’elemento di vera innovazione rispetto ai farmaci già esistenti?
«La differenza fondamentale risiede nel target e nel meccanismo biochimico che vogliamo andare a colpire. Esistono già farmaci per queste patologie, ma agiscono esclusivamente sugli aspetti metabolici e sugli eventi fibrotici. Liverdeg, invece, ha come obiettivo intervenire direttamente sui meccanismi oncogenici, ovvero sulla trasformazione dell’epatocita malato in cellula tumorale.
Colpendo la proteina target, blocchiamo il processo che porta dal “fegato grasso” al carcinoma, un approccio che ci distingue nettamente da tutti i potenziali competitor».
Qual è stato il momento di svolta che vi ha spinto a lavorare anche al fine di tradurre i risultati della vostra ricerca in un prodotto da far arrivare auspicabilmente in clinica?
«È stata una maturazione guidata dal desiderio di dare alla ricerca un impatto concreto, anche oltre i confini del laboratorio. Per me e per il professor Biffo, che studia questo bersaglio biologico da oltre trent’anni, sarebbe particolarmente significativo riuscire a identificare una strategia realmente efficace.
Il nostro obiettivo è fare in modo che una scoperta scientifica non si esaurisca nella pubblicazione di un risultato, ma possa intraprendere un percorso di sviluppo e trasferimento. È questo passaggio che permette alla ricerca di avvicinarsi davvero alle esigenze dei pazienti».
Che ruolo ha avuto Seed4Innovation nello sviluppo del progetto?
«S4I è stata un’esperienza estremamente preziosa, perché ci ha portato a un vero cambio di prospettiva. Ci ha insegnato a guardare la ricerca in chiave traslazionale, valutandone fin dall’inizio l’impatto sociale, scientifico ed economico.
Ci ha dato strumenti concreti per orientare il nostro lavoro verso bisogni reali e per capire come una scoperta possa trasformarsi in una soluzione sviluppabile. La valorizzazione commerciale, in questo senso, non è il fine ultimo, ma uno dei passaggi che può rendere possibile un impatto concreto sui pazienti».
Guardando ai prossimi uno-due anni, dove vorreste essere?
«L’obiettivo primario è arrivare a ottenere il brevetto entro la fine di quest’anno. Entro il prossimo anno, vorremmo aver attirato l’interesse di investitori o partner industriali per finanziare lo sviluppo preclinico regolatorio e i test su modelli di patologia più complessi. Abbiamo bisogno di risorse ingenti per proseguire lungo questa strada e l’ambizione è accompagnare questa tecnologia il più lontano possibile, fino alla clinica».


