Trapianto a cuore battente: così Udine ha riscritto le regole

Trapianto a cuore battente: così Udine ha riscritto le regole

di Giulia Basso
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Giulia Basso

Perché lo abbiamo scelto

Igor Vendramin è il chirurgo che ha portato in Italia la perfusione normotermica applicata al cuore, ha eseguito il primo trapianto a cuore battente su paziente portatore di cuore artificiale totale e oggi lavora alla prossima frontiera: la terapia genica per ridurre il rigetto.

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Tra il 5 e il 9 maggio 2026 la sala operatoria della Cardiochirurgia dell’Azienda sanitaria universitaria Friuli Centrale (AsuFc) ha vissuto cinque giorni che entreranno nella storia della medicina regionale: dieci trapianti, due cuori, tre fegati, cinque reni, organi arrivati da Lecco, Brescia, Roma. Un picco che è il frutto di vent’anni di ricerca.

«È stato possibile dopo anni, anni e anni di investimento e di formazione», dice Igor Vendramin, direttore della SOC Clinica di cardiochirurgia e trapianto di cuore di AsuFc e professore all’Università di Udine, uno dei chirurghi trapiantatori più autorevoli d’Italia. Arrivato a Udine nel 2004, ha trasformato – insieme all’ex direttore Ugolino Livi – un centro già pionieristico, il terzo in Italia a trapiantare un cuore, nel novembre 1985, in uno dei laboratori clinici più avanzati d’Europa, introducendo dal 2007 la perfusione normotermica: il cuore viaggia battente invece di essere conservato nel ghiaccio.

Così il danno da ischemia – quello che si accumula quando l’organo non riceve ossigeno – rallenta drasticamente, i tempi di trasporto utili si allungano da quattro a sei, sette ore e organi prima considerati inutilizzabili tornano a salvare vite. Da quel percorso è nato l’intervento che lui chiama rivoluzionario: il primo trapianto cardiaco a cuore battente su un paziente portatore di cuore artificiale totale. «Quel cuore non si è mai fermato nel passaggio da un corpo all’altro», racconta.

Per INNLIFES, è lui l’innovatore del mese. Vendramin è il chirurgo che ha contribuito a cambiare in Italia il paradigma della trapiantologia, ha eseguito per primo un’innovativa tecnica a cuore battente, sostituendo un cuore artificiale totale con un cuore da donatore, e oggi lavora alla prossima frontiera: la terapia genica applicata al cuore umano per ridurre il rigetto.

Quella settimana di maggio: dieci trapianti in cinque giorni con organi da tutta Italia. Dal punto di vista operativo, cosa l’ha resa diversa da tutte le altre?

«Quell’incremento è anche figlio di nuove metodiche di donazione che abbiamo messo in campo l’anno scorso e che quest’anno sono esplose. Non parlo solo della donazione da morte cerebrale, quella classica, ma della donazione da morte cardiaca: pazienti che arrivano alla fine della vita e decidono di donare i propri organi, diventando donatori di cuore, fegato, reni, a volte polmoni, contemporaneamente. Questo ha richiesto un nuovo modello organizzativo in grado di eseguire più trapianti in parallelo da uno stesso donatore, cosa che fino a pochissimo tempo fa era impensabile».

Nel nostro Paese la storia dei trapianti di cuore inizia nel 1985. A Udine è stato eseguito il terzo trapianto in Italia, nella notte tra il 22 e il 23 novembre, a pochi giorni di distanza dal primo trapianto effettuato a Padova. Lei quando entra in contatto con questa tradizione?

«Mi sono formato a Padova, nella culla della scuola trapiantologica italiana, e ho respirato questa storia fin da giovane. Sono arrivato a Udine nel 2004 e da allora la mia esperienza è andata di pari passo con la crescita dell’attività trapiantologica. I trapianti sono cominciati nel 1985, ma è dalla fine degli anni Novanta, dall’inizio del Duemila, che l’attività è davvero esplosa in Italia. La mia storia coincide con quella stagione».

Dal 2007 siete stati tra i primi al mondo a sperimentare la perfusione normotermica. Cosa significa trasportare un cuore che batte, e perché cambia la platea di chi si può salvare?

«Invece di fermare il cuore e preservarlo a freddo, questa tecnologia ci ha permesso di mantenerlo battente, perfuso dal sangue nelle coronarie, rispettando la sua fisiologia normale. Questo ci ha consentito trasporti fino a sei, sette ore, ampliando enormemente il bacino dei potenziali donatori. Prima molti organi venivano scartati non perché fossero compromessi, ma perché i tempi di ischemia sarebbero stati troppo lunghi. Erano organi buoni: era solo il tempo a renderli inutilizzabili. Con questa metodica li abbiamo recuperati».

E questo ha portato al primo trapianto cardiaco a cuore battente su un paziente portatore di cuore artificiale totale, con organo da donatore in arresto cardiaco. Come si è arrivati a mettere insieme tutte queste variabili?

«È stato possibile dopo tanti anni di ricerca, di investimento, di ottimizzazione del modello organizzativo e di formazione di personale altamente specializzato. La cosa straordinaria è che in due sale attigue siamo riusciti a trapiantare un paziente portatore di cuore artificiale totale con un donatore da morte cardiaca con tecnica battente. È una tecnica che abbiamo messo a punto in quell’occasione e ripetuto più volte negli ultimi mesi.

Il modello organizzativo è uno dei pilastri della medicina trapiantologica moderna, insieme alle nuove modalità di gestione dell’organo e all’innovazione tecnologica: anestesisti, cardiologi, cardiochirurghi, infermieri con competenze diverse, tutti insieme in sala. Un grande risultato di squadra».

Il follow-up dopo un trapianto dura tutta la vita. Cosa impara un chirurgo, da quel rapporto lungo e continuativo con il paziente, che non può imparare in sala operatoria?

«Il percorso con questi pazienti comincia molto prima dell’atto chirurgico. Sono persone seguite nel nostro ambulatorio di scompenso avanzato, inserite in lista d’attesa anche uno, due, tre anni prima, nella speranza che arrivi un cuore. Con loro condividiamo la sofferenza prima e la gioia poi. Si creano legami eccezionali, perché sono persone che hanno ricevuto in dono una nuova possibilità di vita e trasmettono un senso di gratitudine e generosità verso chiunque stia attraversando un’esperienza di dolore. Farli sentire parte di una famiglia aiuta in maniera incredibile anche la continuità delle cure nella fase post-operatoria. È arricchente in sé, al di là del risultato clinico».

Domanda d’obbligo per il nostro innovatore del mese: cosa significa per lei innovare in questo campo?

«È un ingranaggio che si autoalimenta. La tecnologia che abbiamo saputo mettere a punto in questi anni ci ha portato oggi a pensare a qualcosa di assolutamente nuovo: utilizzare i sistemi di perfusione normotermica non solo per preservare l’organo del donatore ma anche per studiare nuove metodiche di terapia genica nel cuore umano. Normalmente questo tipo di ricerca si fa sugli animali. Noi potremmo farla sull’organo stesso, trovando soluzioni per ridurre la risposta immunitaria tra donatore e ricevente. È rivoluzionario. Ed è possibile solo grazie a quindici, vent’anni di lavoro che ci hanno dato la padronanza di queste tecnologie».

Se potesse indicare un’unica innovazione ancora da realizzare che cambierebbe radicalmente il destino dei suoi pazienti?

«Proprio questa: la terapia genica applicata ai potenziali riceventi prima del trapianto, per rimodulare la risposta immunitaria e ampliare la compatibilità con i donatori disponibili. Sarebbe la grande svolta».

Il 2025 è stato l’anno record per trapianti in Italia, con il Friuli Venezia Giulia terzo per tasso di interventi. Eppure le opposizioni alla donazione nei Comuni hanno raggiunto il 40,1%, quasi quattro punti in più rispetto al 2024, e nelle rianimazioni regionali sono salite dal 30,9% al 34,5%. Come legge questa contraddizione?

«Con la consapevolezza che non riusciamo ancora ad arrivare alle persone nel modo giusto. Spesso il rifiuto non è ideologico: è una mancanza di chiavi di lettura, di conoscenza. Non ho mai trovato una persona che, dopo aver parlato con me, non si sia messa in discussione sulla donazione. Sapere quante vite può salvare un gesto del genere, a qualsiasi età, cambia tutto. La difficoltà è comunicativa. I media purtroppo spesso non aiutano, danno informazioni fuorvianti. E il sistema attuale, la domanda sulla carta d’identità, non è sufficiente per trasmettere il senso di una scelta così radicale per la vita di molte altre persone».

Keypoints

  • Dal 2007 Vendramin ha introdotto in Italia la perfusione normotermica per il cuore, tra i primi al mondo: il cuore viaggia battente invece di essere conservato nel ghiaccio, il danno ischemico rallenta drasticamente e i tempi di trasporto utili si allungano da quattro a sei-sette ore.
  • La tecnologia ha ampliato il bacino dei donatori utilizzabili: organi prima scartati non perché compromessi, ma perché i tempi di trasporto sarebbero stati troppo lunghi, tornano a salvare vite.
  • La perfusione normotermica ha reso possibile il primo trapianto cardiaco a cuore battente su paziente portatore di cuore artificiale totale, con organo prelevato dopo arresto cardiaco prolungato: una tecnica già replicata più volte.
  • La prossima frontiera è la terapia genica applicata al cuore umano attraverso gli stessi sistemi di perfusione, per ridurre la risposta immunitaria tra donatore e ricevente: una ricerca che finora si faceva solo sugli animali.
  • Per Vendramin innovare significa costruire un ingranaggio che si autoalimenta: tecnologia, modello organizzativo ed équipe multidisciplinari sono i tre pilastri della trapiantologia moderna.

 

 

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