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Il 32% delle imprese italiane all’inizio del 2026 ha già integrato in modo strutturato l’intelligenza artificiale nelle proprie strategie. Ma la transizione digitale – che è la vera leva di competitività – spacca il mondo del pharma: l’adozione dell’IA accelera tra i grandi player lasciando indietro le piccole-medie realtà. L’entità di questo divario è confermata dai dati della Banca d’Italia: se oltre l’80% delle grandi aziende ad alta tecnologia ha già avviato progetti di digitalizzazione, la quota crolla sotto il 25% tra le piccole e medie imprese.
Una polarizzazione che rischia di compromettere la tenuta della filiera farmaceutica.
Lo ha sottolineato Giorgio Bruno, presidente dell’Associazione Farmaceutici dell’Industria (AFI), in occasione dal 65° simposio nazionale in corso a Rimini.
La difficile transizione digitale del pharma italiano
A frenare la piena scalabilità delle nuove tecnologie sono principalmente tre criticità. «Nel passaggio da una produzione farmaceutica tradizionale a modelli sempre più guidati dall’intelligenza artificiale – ha spiegato Bruno – le aziende pharma italiane si confrontano oggi con alcuni colli di bottiglia ricorrenti, che riguardano tre dimensioni principali».
Da un lato esiste una resistenza culturale nell’evolversi da modelli produttivi consolidati verso approcci realmente basati sui dati, che richiedono fiducia e nuove competenze; dall’altro pesano le barriere tecnologiche legate alla frammentazione dei dati e alla disomogeneità delle infrastrutture, che impediscono ai sistemi di dialogare tra loro.
A queste due, si aggiunge la terza: il fattore finanziario, poiché gli investimenti necessari per l’automazione avanzata e lo sviluppo di profili tecnici specializzati risultano spesso insostenibili per le imprese di minori dimensioni.
«Superare questi vincoli – ha sottolineato Bruno – è condizione essenziale per rafforzare la competitività del settore e accelerare una trasformazione industriale ormai imprescindibile».
Arrivare prima ai pazienti
Il valore di questa trasformazione non è solo una questione di bilanci, ma riguarda direttamente la salute pubblica. Lo ha ribadito Massimo Scaccabarozzi, direttore del Think Tank “On Radar” della Fondazione Menarini. Lungo tutto il ciclo di vita del farmaco, dalla ricerca alla produzione, «l’obiettivo e il contributo che l’intelligenza artificiale sta portando è quello di ridurre i tempi e i fallimenti per arrivare prima ai pazienti».
Secondo Scaccabarozzi, il settore deve difendere la propria leadership globale attraverso l’adeguata formazione del capitale umano. «Nuove competenze e nuovi ruoli sono fondamentali. In passato ci siamo avvalsi dei transformation officer e oggi credo dovremmo creare figure quali lo chief AI officer per gestire il passaggio e lo sviluppo adeguato di questi nuovi sistemi».
Lo ha detto ribadendo che l’intelligenza artificiale è uno strumento a uso e consumo dell’intelligenza umana, sottolineando quindi l’importanza di un approccio umanocentrico, perché la tecnologia è un supporto «straordinario» che deve essere guidato dalle persone per rendere meno complessi i processi della “fabbrica intelligente” e garantire che l’innovazione continui a fare la differenza nella competizione internazionale.







