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La malattia di Alzheimer rappresenta la causa principale di demenza nell’Unione Europea: riguarda circa 8 milioni di persone (dati del 2021).
Lo sviluppo di terapie in grado di rallentarne la progressione ha richiesto decenni di ricerca. Nel 2025 è arrivata l’autorizzazione dell’Agenzia Europea per i Medicinali (EMA) all’immissione in commercio per due anticorpi monoclonali, lecanemab e donanemab, che promettono di rallentarne la progressione.
In Italia il via libera alla loro rimborsabilità da parte di AIFA è ancora in stand by. Il CdA ha appena deciso di convocare le associazioni dei pazienti e le società scientifiche per approfondire i criteri di eleggibilità e gli aspetti organizzativi, «vista la rilevanza sociale della tematica».
Intanto un articolo su The Lancet Regional Health Europe illustra la complessa valutazione del rapporto rischio-beneficio che ha portato a dare l’ok ai due farmaci, prevedendo l’adozione di alcune misure per garantirne un uso sicuro.
Di cosa stiamo parlando
Come abbiamo spiegato qui e qui, questi farmaci non arrestano la progressione della malattia, ma la rallentano.
Sono indicati per il trattamento della fase iniziale per rallentare il declino cognitivo, in pazienti con una sola copia o nessuna del gene ApoE4. La decisione finale è arrivata dopo una procedura di riesame, a seguito di un parere inizialmente negativo espresso dal comitato per i medicinali per uso umano, ritenendo non positivo il rapporto benefici/rischi.
Di quali rischi parliamo? Andiamo con ordine.
Meccanismo d’azione e anomalie
Entrambi i principi attivi sono stati sviluppati seguendo l’ipotesi che il deposito della proteina beta-amiloide giochi un ruolo centrale nella patogenesi della malattia. Lecanemab agisce sulle protofibrille aggregate di amiloide solubile, mentre donanemab colpisce le placche amiloidi. Gli studi clinici hanno coinvolto rispettivamente 1795 e 1736 pazienti, dimostrando effetti statisticamente significativi nel rallentamento del declino cognitivo e funzionale.
Le principali reazioni avverse, a lecanemab e donanemab, sono le anomalie di imaging correlate all’amiloide (ARIA) legate alla presenza dell’allele ApoE4.
Si tratta di edemi ed emorragie cerebrali, legati alla rimozione dell’amiloide. Sebbene la maggior parte dei casi risulti asintomatica, sono stati registrati eventi gravi e addirittura fatali. I dati hanno evidenziato un aumento significativo del rischio nei pazienti trattati (rispetto al gruppo placebo), da qui l’importanza di una selezione rigorosa dei pazienti eleggibili alla terapia, attraverso test genetici.
Il dibattito sulla rilevanza del trattamento
La comunità scientifica ha espresso opinioni differenti sulla reale portata clinica dei benefici. Gli esperti coinvolti nella valutazione affermano che «queste terapie rappresentano un passo significativo verso trattamenti più trasformativi».
Una parte del comitato di valutazione ha manifestato però dubbi sull’entità dell’effetto, considerato ridotto rispetto ai potenziali rischi. La decisione finale a favore dell’autorizzazione ha tenuto conto della voce dei pazienti e delle associazioni, che hanno manifestato una propensione ad accettare il rischio a fronte di un rallentamento del decorso della malattia.
Misure di minimizzazione del rischio e di accesso
L’EMA ha imposto rigide misure di controllo per garantire l’uso sicuro dei due anticorpi. Il trattamento deve essere infatti somministrato solo in centri specializzati e in programmi di accesso controllato, in modo che sia avviato solo in pazienti idonei da sottoporre a un monitoraggio adeguato, tramite risonanza magnetica, per individuare precocemente l’eventuale insorgenza di ARIA. I farmaci sono controindicati per pazienti con disturbi della coagulazione o sottoposti a terapie anticoagulanti.
Prospettive della ricerca e dati dal mondo reale
Man mano che si accumulano dati clinici real world si possono affinare i criteri di selezione dei pazienti, ottimizzare le strategie di monitoraggio e la gestione della pratica clinica.
La ricerca, d’altro canto, si legge nell’articolo, esplorerà anche approcci combinati che agiscono su diversi percorsi biologici della malattia. E, come chiariscono gli autori, l’approvazione di questi trattamenti segna uno step significativo per una maggiore comprensione della malattia e contribuirà anche allo sviluppo di trattamenti più innovativi.
Intanto i dati presentati al congresso AD/PD 2026 di Copenaghen da Biogen (che con Eisai ha sviluppato e distribuisce lebanemab) indicano che la maggior parte dei pazienti trattati con questo anticorpo, negli Stati Uniti, prosegue la terapia nel lungo periodo: l‘analisi condotta su oltre diecimila persone attraverso il database PurpleLab ha rivelato che il 78,4% ha mantenuto il trattamento dopo i primi 18 mesi, con una quota che rimane al 67,3% anche al traguardo dei due anni, suggerendo – evidenza sottolinea l’azienda – che le necessità di monitoraggio tramite risonanza magnetica e la gestione degli eventuali effetti avversi non hanno compromesso la regolarità delle somministrazioni nella pratica clinica quotidiana.







