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World Cancer Day: 18mila persone hanno aderito alla campagna 5 euro contro il fumo
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Diciottomila le firme raccolte dal lancio della campagna 5 euro contro il fumo promossa dall’Associazione italiana di oncologia medica, AIRC, Fondazione Umberto Veronesi e Fondazione AIOM. Obiettivo: 50mila firme per poter presentare la proposta di legge di iniziativa popolare al Parlamento, per aumentare di 5 euro il costo di tutti i prodotti da fumo e da inalazione di nicotina. E oggi, in occasione della Giornata mondiale contro il cancro, le società scientifiche e le associazioni dei pazienti che aderiscono all’iniziativa lanciano l’appello a firmare.

L’obiettivo principale della campagna è contrastare il tabagismo. Perchè ogni anno, in Italia, circa 105mila casi di cancro, il 27% del totale, è determinato proprio dal fumo. Ma aumentando di 5 euro il prezzo delle sigarette, la campagna vuole anche reperire risorse per il Servizio sanitario nazionale per supportarne la sostenibilità e garantire a tutti l’accesso alle cure innovative.

L’importanza della prevenzione

Focus sulla prevenzione: si stima che più del 40% dei decessi per cancro sia dovuto a fattori di rischio modificabili, come fumo, consumo di alcol, dieta scorretta, sovrappeso e obesità. L’Italia, nel 2023, ha destinato alla prevenzione il 4,6% della spesa sanitaria complessiva, una percentuale, se si considerano i Paesi europei, inferiore a quelle di Regno Unito (5,6%), Olanda (5,2%) e Germania (4,8%).

«La prevenzione rappresenta lo strumento per ridurre il numero dei casi di tumore e per sostenere l’incremento delle uscite per le cure innovative. E il fumo di tabacco – ribadisce Massimo Di Maio, presidente AIOM – è il principale fattore di rischio oncologico. Senza dimenticare gli altri stili di vita scorretti. Il consumo di alcol è correlato a 7 tipi di carcinoma e il grave eccesso ponderale a 12. Nonostante queste evidenze, in Italia il 24% degli adulti fuma, il 33% è in sovrappeso e il 10% è obeso, il 58% consuma alcol e il 27% è sedentario».

Servono risorse

Nel 2024, in Italia, la spesa pubblica per i farmaci anti-cancro è stata pari a 5,4 miliardi di euro, in aumento del 13,8% rispetto al 2023, rappresentando quasi il 20% della spesa farmaceutica pubblica totale. Nel dare questi numeri, Di Maio puntualizza: «l’innovazione non è solo un costo, ma si traduce in vite salvate».

Nel nostro Paese, nel 2026 rispetto al periodo 2020-2021, è stimata una diminuzione dei tassi di mortalità oncologica del 17,3% negli uomini e dell’8,2% nelle donne. Sono dati migliori nel confronto con la media europea (-7,8% negli uomini e -5,9% nelle donne nel 2026 rispetto al periodo 2020-2022). «In Italia il 63% delle donne e il 54% degli uomini sono vivi a 5 anni dalla diagnosi e almeno un paziente su quattro è tornato ad avere la stessa aspettativa di vita della popolazione generale e può ritenersi guarito» aggiunge Di Maio. «Le terapie anti-cancro sono caratterizzate da meccanismi di azione sempre più specifici. La transizione verso trattamenti innovativi ad alta complessità, come l’immunoterapia e gli anticorpi farmaco-coniugati, offre opzioni in grado di migliorare la sopravvivenza e le possibilità di guarigione in un numero crescente di situazioni cliniche, ma pone questioni legate alla sostenibilità del Servizio sanitario nazionale. La disponibilità di nuove strategie determina, inoltre, la necessità di definire linee guida specifiche per stabilire la corretta sequenza di questi farmaci».

Servono risorse. «In 10 anni, in Italia, sono stati tagliati 1.091 posti letto pubblici in oncologia medica: nel 2013 erano 5.234, ridotti a 4.143 nel 2023» riferisce il presidente AIOM. «Nel 30% dei centri manca ancora l’assistenza domiciliare oncologica e più della metà delle strutture (52%) è priva dei coordinatori di ricerca clinica, figure essenziali per condurre le sperimentazioni. Anche aspetti importanti dell’assistenza, come la psicologia clinica e la nutrizione clinica, rimangono subottimali in molte realtà. Oltre a posti letto e ospedali più moderni, servono più medici e infermieri. La scarsità di specialisti sta infatti interessando anche l’oncologia, sebbene in misura minore rispetto ad altre specialità. Inoltre vanno realizzate su tutto il territorio le Reti oncologiche regionali, oggi attive solo in circa la metà delle regioni. Solo così può essere garantita la collaborazione multidisciplinare in tutto il percorso di cura».

La presa in carico del paziente: un gioco di squadra

«La gestione ottimale del paziente oncologico è un lavoro di squadra» puntualizza Rossana Berardi, presidente eletta AIOM. «Coinvolge operatori sanitari e caregiver e per mettere davvero la persona al centro dobbiamo proteggere anche chi cura: oggi, secondo dati disponibili, gli oncologi – che in Italia sono circa 3mila – arrivano a dedicare oltre la metà del loro tempo ad attività burocratiche e amministrative, sottraendo energie alla relazione e alla qualità della visita. E non è un dettaglio: il benessere degli operatori è una priorità di salute pubblica, tanto che si stima che fino a 8 giovani oncologi su 10 siano colpiti da burnout». Berardi allora richiama l’attenzione sulla digitalizzazione, e sull’importanza di implementare nella pratica clinica l’uso di app – «come fanno i colleghi negli Stati Uniti» – che consentono di snellire le procedure, risparmiando tempo da poter dedicare alla relazione di cura, e consentono di essere più appropriati.

«In parallelo, – aggiunge Berardi – dobbiamo riconoscere in modo strutturale il ruolo dei caregiver familiari che in Italia sono circa 7 milioni e rappresentano una parte essenziale del percorso di cura. Per questo è importante che il disegno di legge sul caregiver, approvato dal Governo il 12 gennaio 2026 e ora in discussione parlamentare, arrivi rapidamente a tutele concrete».

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