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Crisi generalizzata per le imprese italiane, si salva il farmaceutico
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Negli ultimi due anni, i fallimenti aziendali in Italia sono tornati a crescere con forza, dopo una breve tregua seguita alla moratoria sui prestiti del 2020. Il 2024 ha segnato un nuovo picco negativo: +17,2% rispetto al +9,8% del 2023, passando da 7.848 a 9.194 casi.

Questi dati sono emersi dall’Osservatorio Procedure e Liquidazioni di Cerved, agenzia di informazioni commerciali che valuta il merito creditizio di imprese e persone.

Il settore farmaceutico è in controtendenza

Una delle eccezioni alla regola è però il settore farmaceutico, che insieme a largo consumo e chimica rappresenta un’area in controtendenza, -9,1% di imprese in crisi rispetto al 2023. Mentre tutto intorno le aziende chiudono, le imprese farmaceutiche sembrano non solo reggere l’urto ma crescere, consolidando una posizione di forza in un contesto economico incerto.

Tutti i principali comparti produttivi registrano incrementi preoccupanti nei tassi di fallimento. Le costruzioni segnano un +25,7%, l’Industria un +21,2%, con settori simbolo del Made in Italy come metalli (+48,4%) e sistema moda (+41,1%) in forte sofferenza.

Le cause della crisi

L’Osservatorio Procedure e Liquidazioni di Cerved evidenzia come siano le aziende più giovani a essere travolte per prime: la quota di imprese con meno di cinque anni coinvolte in fallimenti è passata dal 2% del 2022 al 12% nel 2024.

Le cause principali della crisi sono da individuare nei costi energetici alle stelle, nell’aumento degli oneri finanziari e nel peggioramento della congiuntura. Il fenomeno non si limita ai fallimenti: anche le liquidazioni volontarie e le nuove procedure introdotte dal Codice della Crisi d’Impresa hanno registrato un’impennata. I procedimenti unitari e le misure protettive sono esplosi: +170% nel 2023 rispetto al 2022, fino ad arrivare a 4.389 casi nel 2024 (+37,4%).

Come sottolinea Serenella Monforte di Cerved: «Le difficoltà hanno scoraggiato il proseguimento dell’attività per molte imprese, soprattutto le società di capitali. L’unica vera zona franca, oggi, sembra essere quella della farmaceutica, che viaggia in netta controtendenza rispetto al resto del tessuto produttivo nazionale».

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