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L’introduzione di nuove molecole antitumorali orali nella pratica clinica ha aumentato la complessità della gestione delle interazioni farmacologiche. I rischi della politerapia sono oggi al centro di un convegno alla Statale di Milano.
Il messaggio chiave: i rischi sono sottovalutati. Due terzi dei pazienti oncologici in trattamento attivo sono a rischio di interazioni farmacologiche. Condizioni che, quando sono gravi, sono la causa del 2% dei ricoveri ospedalieri e possono contribuire al 4% dei decessi dei pazienti oncologici.
«Nella cura del cancro, il rischio di interazioni farmacologiche è aumentato dall’uso concomitante di farmaci di supporto come antiemetici, anticonvulsivanti, analgesici e corticosteroidi» chiarisce Gianluca Vago, direttore del Dipartimento di Oncologia ed emato-oncologia della Statale. «L’elevata prevalenza della politerapia nei pazienti oncologici pone una serie di sfide uniche, perché è in grado di compromettere l’efficacia e la sicurezza delle cure anti-cancro, portando a una riduzione dell’effetto terapeutico o a eventi avversi inaspettati. È possibile che si verifichino interazioni farmacologiche o perdita di efficacia delle terapie oncologiche anche quando il paziente assume farmaci in auto-prescrizione. Queste reazioni possono essere gravi e imporre un onere significativo al Servizio sanitario nazionale, per l’aumento dei ricoveri ospedalieri, della morbilità e della mortalità ».
Da un lato, quindi, è essenziale un approccio integrato e multidisciplinare che coinvolga oncologi e farmacologi.Â
Giuseppe Curigliano, ordinario di Oncologia medica alla Statale di Milano e presidente eletto ESMO (Società Europea di Oncologia Medica), spiega per esempio che «l’immunoterapia sta cambiando la storia naturale di molte neoplasie. Ma può verificarsi una ridotta efficacia dei farmaci immunoncologici quando somministrati contemporaneamente ad antibiotici, corticosteroidi o inibitori della pompa protonica. Le terapie immunoncologiche si basano sul ripristino delle risposte delle cellule T, che possono essere compromesse da alterazioni dell’equilibrio del microbiota intestinale o da immunosoppressione. La collaborazione multidisciplinare tra oncologi e farmacologi nella pratica clinica consente di prevedere e gestire le interazioni farmacologiche».
Dall’altro, la valutazione del rischio farmacologico va integrata nel percorso decisionale condiviso con il paziente, anche grazie a un utilizzo più diffuso dei PRO (patient-reported outcomes): gli esiti di salute valutati dal paziente e basati sulla sua percezione della malattia e del trattamento. Che, come spiega Gabriella Pravettoni, ordinaria di Psicologia delle decisioni all’ateneo milanese e direttrice della Divisione di psiconcologia dello IEO, rappresentano un cambiamento culturale di grande rilevanza in oncologia. «I PRO sono strumenti importantissimi nella valutazione dei trattamenti anticancro e della qualità di vita, perché aggiungono i dati riferiti direttamente dai pazienti, senza alcun filtro, ampliando le conoscenze sul valore delle terapie. È importante migliorare la tempestività con cui queste informazioni vengono raccolte. Oggi pochi ospedali adottano misure di monitoraggio sistematico dei sintomi da parte dei pazienti. Serve un cambio di passo, perché la raccolta e l’analisi del punto di vista dei malati sull’esito di un trattamento non restino solo un principio teorico, ma diventino un metodo imprescindibile. I PRO, inoltre, possono favorire il ‘patient empowerment’, perché consentono al paziente di esprimersi in autonomia, facendo emergere anche effetti collaterali caratterizzati da una forte componente soggettiva».







