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Gli oppioidi sono come placebo contro il dolore acuto a schiena e collo

I farmaci antidolorifici oppioidi non sono più efficaci di un placebo nell’alleviare il dolore acuto alla schiena e al collo e possono persino causare danni. A rivelarlo è il primo studio mondiale sull’argomento condotto dall’Università di Sydney e pubblicato sulla rivista The Lancet. Secondo i ricercatori questa è la prima evidenza che le linee guida per il trattamento dovrebbero essere aggiornate per sconsigliare l’uso di oppioidi per questo scopo. Si stima che siano oltre 577 milioni le persone che in tutto il mondo soffrono di lombalgia e dolore al collo. Nel nuovo studio sono stati reclutati quasi 350 partecipanti provenienti da 157 siti di cure primarie e di pronto soccorso. I partecipanti con dolore improvviso e generalmente a breve termine alla schiena o al collo sono stati assegnati in modo casuale a un ciclo di sei settimane di un oppioide comunemente prescritto o di un placebo. I partecipanti sono stati seguiti per 52 settimane. Ebbene, dopo sei settimane, coloro che hanno ricevuto oppioidi non hanno beneficiato di un maggior sollievo dal dolore rispetto a quelli trattati con placebo. Nella fase di follow-up più lunga la qualità della vita e il dolore sono risultati addirittura migliori nel gruppo di persone che ha preso solo un placebo. I pazienti che hanno ricevuto oppioidi, invece, avevano un rischio piccolo ma significativamente più alto di abuso 12 mesi dopo il loro breve ciclo di terapia. “Abbiamo chiaramente dimostrato che non vi è alcun vantaggio nel prescrivere un oppioide per la gestione del dolore nelle persone con dolore acuto alla schiena o al collo e, di fatto, potrebbe causare danni a lungo termine anche con solo un breve ciclo di trattamento”, commenta Christine Lin dell’Università di Sydney e autrice dello studio. “Gli oppioidi non dovrebbero essere raccomandati per il dolore acuto alla schiena e al collo. Nemmeno quando altri trattamenti farmacologici non possono essere prescritti o non sono stati efficaci per un paziente”, conclude.

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