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Pubblicati sul New England Journal of Medicine i risultati dello studio clinico di fase 3 Allegory, che ha valutato l’efficacia dell’anticorpo monoclonale obinutuzumab negli adulti con lupus eritematoso sistemico (LES), una malattia autoimmune che colpisce oltre tre milioni di persone nel mondo, soprattutto donne giovani.
Il farmaco agisce colpendo le cellule B, responsabili dell’infiammazione nel lupus. Se approvato dalle autorità regolatorie per questa indicazione (attualmente sono in corso le interlocuzioni con FDA ed EMA), potrebbe diventare la prima terapia anti-CD20 (proteina presente sulla superficie dei linfociti B) di tipo II per il lupus.
Cos’è il lupus
Il LES è una patologia cronica dai sintomi variabili, che può richiedere anni per una diagnosi accurata. Sono necessarie strategie mirate per prevenire danni d’organo irreversibili. Circa la metà dei pazienti sviluppa entro cinque anni una complicazione renale (nefrite lupica) che può portare all’insufficienza d’organo.
Cosa evidenzia lo studio
I risultati pubblicati evidenziano un beneficio statisticamente significativo e clinicamente rilevante. In particolare, lo studio ha dimostrato che il farmaco, aggiunto alla terapia standard, migliora in modo significativo il controllo della malattia: circa il 77% dei pazienti trattati ha mostrato un miglioramento clinico dopo un anno, contro il 53% del gruppo placebo. Anche il tasso di remissione è più che raddoppiato e si è osservata una riduzione delle ricadute e dell’uso prolungato di corticosteroidi. Il profilo di sicurezza è risultato coerente con quanto già noto.
Secondo Andrea Doria, presidente della Società Italiana di Reumatologia, questi risultati «evidenziano il ruolo di obinutuzumab come rilevante soluzione terapeutica, capace di offrire un controllo efficace della malattia con un profilo di sicurezza favorevole e ben definito».







