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PNRR Salute, Gimbe: 5 target su 14 sono in ritardo e l’82% delle risorse non ancora speso
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PNRR Missione Salute: a un anno dal traguardo, almeno 5 target su 14 sono in ritardo e l’82% delle risorse non risulta ancora speso. È quanto emerge dal monitoraggio dell’Osservatorio GIMBE.

«Al 30 giugno 2025 – dichiara Nino Cartabellotta, presidente della Fondazione GIMBE – per la Missione Salute del PNRR sono state raggiunte le quattro scadenze previste entro la fine del 2° trimestre, di cui due europee. Tuttavia, a un anno dalla rendicontazione finale, al di là del rispetto formale delle scadenze e dell’incasso delle rate, la spesa effettiva delle risorse e l’avanzamento reale degli obiettivi procedono con estrema lentezza e con inaccettabili diseguaglianze tra le Regioni. In particolare, delle 14 misure da completare entro giugno 2026, almeno 5 presentano criticità di attuazione, mentre per 5 le informazioni pubblicamente disponibili non sono sufficienti per valutarne lo stato di avanzamento. 4 misure, invece, risultano quasi completate o già raggiunte».

Oltre al potenziamento dei posti letto in terapia intensiva e semi-intensiva (dovrebbero esserne attivati rispettivamente  2.692 e 3.230, ma al 21 marzo 2025 ne risultano attivati solo 890 e 1.199), particolarmente critici risultano i ritardi nella riorganizzazione dell’assistenza territoriale. Il target prevede che entro il 30 giugno 2026 siano pienamente operative almeno 1.038 Case della Comunità, dotate di servizi e personale sanitario. Tuttavia, a dicembre 2024, solo 164 strutture (15,8%) avevano attivato tutti i servizi previsti e, tra queste, appena 46 (4,4%) disponevano di personale medico e infermieristico. Al di là dei ritardi strutturali e tecnologici, GIMBE denuncia la grave carenza di infermieri e il mancato accordo con i medici di famiglia. «Così la grande sfida della riforma territoriale rischia di essere rimanere una colossale opera di edilizia sanitaria o di essere affidata ai privati» osserva Cartabellotta.

Inoltre, entro il prossimo anno dovrebbero essere pienamente funzionanti almeno 307 Ospedali di Comunità, le strutture intermedie per accogliere i pazienti dimessi dagli ospedali per acuti. Ma a dicembre 2024, solo 124 strutture (40,4%) dichiaravano almeno un servizio attivo (nessuna informazione sul personale sanitario). Così, «l’obiettivo di rafforzare le cure intermedie rischia di naufragare».

Ritardi sulla tabella di marcia anche sul fronte degli interventi di antisismica per mettere in sicurezza almeno 84 ospedali (speso l’11% del totale) e dell’adozione del fascicolo sanitario elettronico (a marzo scorso risultavano solo 6 documenti su 16 disponibili in tutte le Regioni – lettera di dimissione ospedaliera, referti di laboratorio e di radiologia, prescrizione farmaceutica e specialistica e verbale di pronto soccorso- e solo il 42% dei cittadini ha fornito il consenso alla consultazione dei propri dati).

Meglio invece per quanto riguarda i progetti di ristrutturazione e ammodernamento degli ospedali (ex art. 20): sono stati erogati almeno il 90% di 250 milioni di euro.

Già superato l’obiettivo di aumentare l’assistenza domiciliare integrata con 900.853 pazienti in più presi in carico. E anche quello sulla formazione specialistica. A partire dall’anno accademico 2020-21 sono stati stanziati € 538 milioni per i 4.200 contratti di formazione medico-specialistica previsti dall’obiettivo. Mentre è prossimo al completamento l’obiettivo relativo alle grandi apparecchiature sanitarie: dei 3.223 macchinari previsti, al 31 gennaio 2025 ne risultavano ordinati 3.126 (97%), consegnati 2.578 (80%) e collaudati 2.482 (77%).

 

Per 5 target (telemedicina, digitalizzazione, alimentazione del FSE da parte dei MMG, ecc.) invece è impossibile effettuare una valutazione indipendente per mancanza di dati pubblici. «La Fondazione GIMBE – conclude Cartabellotta – invoca una stretta collaborazione tra Governo, Regioni e ASL al fine di completare con successo il percorso ed evitare tre rischi che il Paese non può permettersi. Il primo, assolutamente da scongiurare, è di non raggiungere i target europei e dover restituire il contributo a fondo perduto. Il secondo, difficile da neutralizzare, è di raggiungere il target nazionale senza ridurre le diseguaglianze regionali e territoriali, aumentando ulteriormente il divario Nord-Sud. Il terzo, il più paradossale, è di incassare le rate senza generare alcun beneficio per cittadini e pazienti, lasciando in eredità alle future generazioni strutture vuote, tecnologie digitali non integrate nel SSN e, last but not least, un pesante indebitamento. Sprecando un’occasione irripetibile per rafforzare la sanità pubblica».

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