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La scorsa settimana il Regno Unito ha firmato un accordo commerciale che fa discutere: in cambio di dazi zero sui farmaci esportati negli Stati Uniti, l’NHS – il servizio sanitario nazionale – ha accettato un aumento del 25% sul prezzo dei nuovi medicinali che arrivano da oltreoceano. Una scelta che, secondo le stime di settore, come illustrato sul Guardian, potrebbe costare alle casse pubbliche fino a 3 miliardi di sterline in più all’anno.
Il governo britannico si è impegnato, inoltre, ad aumentare, nell’arco del prossimo decennio, la quota di PIL destinata all’acquisto di terapie innovative, passando dallo 0,3% allo 0,6%.
Un cambiamento che il governo definisce “storico”, ma che alcuni considerano una resa agli interessi statunitensi.
Reazioni politiche: un ricatto imposto da Trump
I liberal democratici non hanno usato giri di parole. Hanno definito l’accordo «un ricatto di Trump all’NHS». «Trump – ha commentato Helen Morgan, portavoce per la sanità del partito – ha preteso questi aumenti per mettere gli americani al primo posto e il nostro governo si è arreso. I pazienti bloccati nei corridoi sovraffollati o senza ambulanza non lo dimenticheranno».
Ma da Whitehall respingono le accuse e un collaboratore di Wes Streeting, ministro della salute, ha ribadito che «questo non sarà finanziato sottraendo risorse ai servizi sanitari».
Cosa cambia per l’NHS: più farmaci innovativi, ma a caro prezzo
Secondo il governo, ma anche secondo Richard Torbett, ceo dell’Association of the British Pharmaceutical Industry, l’intesa consentirà a decine di migliaia di pazienti di accedere più rapidamente a terapie innovative. Perché incoraggerà le aziende farmaceutiche di tutto il mondo a «investire e innovare proprio nel Regno Unito», ha detto la segretaria per la tecnologia, Liz Kendall. Dovrebbe cioè incoraggiare le big pharma a lanciare i loro nuovi farmaci in UK. E «tutto questo sosterrà migliaia di posti di lavoro qualificati, accrescerà la nostra economia e garantirà che le scoperte che avvengono nei nostri laboratori si trasformino in trattamenti a beneficio della popolazione».
Un accordo, secondo il governo, in linea con il 10 Year Health Plan e parte della strategia industriale che identifica le scienze della vita come un settore chiave per la competitività.
Il ministro della scienza Lord Vallance lo ha definito «un impulso per la nostra industria farmaceutica». Ma i dirigenti sanitari temono l’impatto dei nuovi costi sul sistema.
«Non è ancora chiaro – avverte infatti Daniel Elkeles, ceo di NHS Providers – come verrà pagato. Nei piani di spesa non c’è alcun margine per un impegno così pesante, ed è motivo di seria preoccupazione».
Andrew Hill, esperto del settore farmaceutico dell’Università di Liverpool, non usa mezzi termini: «Wes Streeting ha accettato di dare alle aziende il 25% in più per gli stessi farmaci che già compravamo. Se dobbiamo pagare di più, ci saranno meno fondi per medici, infermieri, ambulanze e procedure salvavita a basso costo».
Il governo ribatte però che la recente revisione della spesa ha già destinato centinaia di milioni per coprire l’avvio dell’accordo.
L’effetto sull’industria farmaceutica britannica
L’accordo garantisce che i 6,6 miliardi di sterline di farmaci britannici esportati ogni anno negli Stati Uniti (dati 2024) rimangano esenti dai dazi minacciati da Trump. Secondo il governo è un “trampolino” per rilanciare un settore che negli ultimi mesi ha visto colossi come AstraZeneca e Merck congelare investimenti nel Regno Unito, denunciando un contesto ostile all’innovazione. E innescare nuova fiducia, con l’obiettivo di diventare la principale economia delle scienze della vita in Europa entro il 2030.
Negli ultimi mesi l’ambasciatore statunitense nel Regno Unito Warren Stephens aveva lanciato l’avvertimento: «se non verranno attuate modifiche, e in fretta, altre aziende cancelleranno investimenti futuri». E il messaggio sembra essere arrivato forte e chiaro.
«Sulla base degli impegni assunti dal Regno Unito e dell’aumento degli investimenti in farmaci innovativi alla base di questo accordo, BMS prevede di poter investire oltre 500 milioni di dollari nei prossimi cinque anni» ha commentato Chris Boerner, presidente e ad di Bristol Myers Squibb, confermando che l’accordo «crea un ambiente favorevole alla nostra presenza nel Regno Unito».
NICE: soglia più alta per i farmaci
L’accordo ridisegna anche le regole di valutazione del National Institute for Health and Care Excellence. Un aumento del 25% dei prezzi dei farmaci corrisponde a due cambiamenti nel modo in cui NICE valuterà i farmaci: una modifica delle soglie di costo-efficacia e l’introduzione di un nuovo set di valori per stimare i benefici per la salute dei nuovi farmaci e decidere quali introdurre nel Ssn.
In merito al costo-efficacia dei farmaci (legato al quality-adjusted life year, QALY), il valore accettabile per ogni anno di vita guadagnato sale da 20.000-30.000 a 25.000-35.000 sterline. E questo, prevede il NICE, potrebbe sbloccare 3-5 nuovi farmaci all’anno, soprattutto oncologici e per malattie rare.
Sarah Sleet, ceo di Asthma + Lung UK, ha dichiarato che «aumentare le soglie di costo-efficacia e aggiornare i metodi NICE dovrebbe rendere più facile per i trattamenti comprovati e di alto valore raggiungere le persone che ne hanno più bisogno». Ma su questo non concordano tutti.
Sul fronte della spesa pubblica, viene rimodulata la percentuale sui ricavi di vendita che le aziende dovranno rimborsare al Ssn: il tasso di rimborso per nuovi farmaci non supererà il 15% per almeno tre anni a partire dal 2026, contro il precedente 23,5–35,6%. Questo alleggerisce i costi per le aziende e rientra nel set di concessioni negoziate per mantenere zero dazi negli USA.
Una svolta strategica dai contorni ancora incerti
Il Regno Unito ha scelto insomma la via di un compromesso: resta da vedere come questo cambierà l’equilibrio tra sanità pubblica, industria farmaceutica e relazioni commerciali con gli Stati Uniti e chi pagherà effettivamente il conto nei prossimi anni. Ma c’è anche un’altra questione: quale altro paese seguirà l’esempio?
«La grande domanda è: da dove arriveranno i soldi extra?» commenta Francis Ruiz, consulente politico della London School of Hygiene & Tropical Medicine. «Se il governo sta impegnando fondi aggiuntivi per aumentare la spesa farmaceutica dallo 0,3 allo 0,6% del PIL, questo potrebbe essere un buon affare per il Regno Unito. Ma se questi fondi provengono dai bilanci esistenti del Servizio sanitario nazionale, potrebbero causare perdite di vite umane, poiché trattamenti più convenienti vengono sostituiti da nuovi farmaci costosi».
In merito all’innalzamento della soglia NICE, aggiunge che «non sembra basarsi su alcuna analisi tecnica ponderata, così dunque si è creato un precedente che la rende una negoziazione apertamente politica. Utilizzare la soglia per sostenere una politica economica più ampia offusca il ruolo del NICE come arbitro del valore delle tecnologie sanitarie».
«Senza solide evidenze cliniche, supervisione etica e rigore scientifico, l’innovazione non può tradursi in reali benefici per i pazienti» aggiunge Sheuli Porkess, presidente della Faculty of Pharmaceutical Medicine (FPM) e direttrice di Actaros Consultancy.
Secondo Nathalie Moll, direttrice generale dell’European Federation of Pharmaceutical Industries and Associations, l’accordo tra Regno Unito e Stati Uniti «dovrebbe aiutare a spianare la strada a colloqui pragmatici e orientati al futuro tra l’UE e USA per consentire un migliore accesso all’innovazione sanitaria per tutti gli europei, attraverso maggiori investimenti in medicinali».
«Bisogna però fare attenzione a non confondere gli investimenti in salute con la macroeconomia» puntualizza Armando Genazzani, presidente della Società italiana di farmacologia. «È quantomeno bizzarro – dice – che fondi del NHS, del servizio sanitario nazionale inglese, possano essere usati per la definizione della politica dei dazi e dello scambio delle merci, mettendo quindi sullo stesso piano la salute con un trade-off economico, comportando uno stress superiore al budget farmaceutico».
L’Inghilterra – aggiunge in merito al fatto che si avvia a ritoccare le soglie di ICER, l’indicatore che lega il prezzo/rimborso di un farmaco al suo beneficio in termini di QALY – è l’unico Stato europeo che sull’attribuzione di un prezzo al farmaco applica un ICER rigido pre dichiarato: la definizione del prezzo è cioè legata agli anni di vita in buona salute guadagnati (QALY).
«Quando diciamo “sì” a un nuovo farmaco, dobbiamo trovare le risorse per pagarlo. Questo significa ridurre la spesa per altri servizi sanitari, a discapito di alcuni pazienti. È fondamentale quindi – conclude Ed Wilson, professore di Health Economics and Health Policy all’Università di Exeter – assicurarsi che, approvando un nuovo trattamento, la salute guadagnata sia superiore a quella persa a causa della riallocazione del budget. E secondo le evidenze di cui disponiamo NHS genera l’equivalente di un anno di buona salute per ogni 5-15mila sterline spese, il che suggerisce che la soglia del NICE era già troppo alta. Il rischio allora è che aumentando la soglia si finisca col ridurre la salute complessiva dei pazienti invece di migliorarla».


