Investire nelle life sciences: l’innovazione in UE chiede regole uniformi e più condivisione scienza-impresa

Investire nelle life sciences: l’innovazione in UE chiede regole uniformi e più condivisione scienza-impresa

di Mauro Miserendino
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Mauro Miserendino

Perché ne stiamo parlando
Dall’incontro “Investing for life” emerge che per attrarre risorse servono meno barriere regolatorie, più dialogo ricerca-impresa e capacità di adattare le idee alle richieste dei bandi. E che investire nel settore è una priorità.

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Che si riferisca a un farmaco, un dispositivo medico o altro, l’innovazione è un lungo viaggio che nasce da una pubblicazione in letteratura, passa da una domanda di brevetto e, se va bene, diventa una soluzione per il servizio sanitario. Un viaggio lungo che vede attori come Italia e Unione Europea autonomi nello sviluppare le proprie idee, ma anche in ritardo rispetto ad americani e cinesi nel tradurle in operazioni a lieto fine, cioè realizzabili per l’industria.

In ambito life science, in questi anni, per avvicinare centri di ricerca e imprenditoria, sono sorti incubatori, agenzie, reti nazionali di operatori finanziari e istituzionali quali i Cluster e, a livello regionale, Zone di innovazione e sviluppo che puntano a favorire la condivisione di strutture, lo scambio e il trasferimento di conoscenze per rafforzare la competitività dei territori.

Investing for Life

Come avvicinare le idee del mondo scientifico italiano alla produzione industriale? Alcune indicazioni sono emerse all’incontro milanese “Investing for Life”, organizzato dal Cluster tecnologico nazionale Alisei e dal Cluster lombardo per le scienze della vita.

La prima: servono più partnership pubblico-privato. La seconda: servono regole comuni europee per attrarre più capitali sullo stesso progetto, sull’esempio di Usa e Cina. La terza: servono finanziatori istituzionali nazionali e locali (a Milano, tra questi, hanno testimoniato all’evento Finlombarda e Fondazione regionale per la ricerca biomedica). Quarto punto: chi fa ricerca e chi la finanza e investe devono dialogare, raccontarsi, biunivocamente. Ci arriviamo per gradi.

Come approcciare le domande ai bandi UE e nazionali

Il campo delle life sciences trascende la dimensione locale, e per costruire il futuro c’è bisogno di finanziamenti corrispondenti a grandi bisogni, come osserva la presidente di Alisei, Alessandra Gelera. Il Cluster è nato con la missione di essere un catalizzatore di opportunità e innovazione, favorendo collaborazione tra attori pubblici e privati per costruire partnership e progetti in grado di contribuire alla crescita della filiera dell’innovazione. Ha per soci oltre a Istituto Superiore di Sanità, Consiglio Nazionale delle Ricerche, INFN, l’agenzia ICE, anche enti di ricerca di 14 regioni e province autonome e associazioni quali Aiop (ospedalità privata), Farmindustria, Egualia, Confindustria Dispositivi Medici, Assobiotec-Federchimica.

Per catturare questi finanziamenti, «le reti di innovazione non devono attendere bandi che collimano con le proprie proposte, ma contribuire ai bandi del futuro. Un po’ come ora, per valorizzare la prevenzione, si parla di medicina d’iniziativa e non più d’attesa. In un’Unione Europea chiamata a caratterizzarsi per competitività dobbiamo giocare un ruolo nella fase ascendente, di progettazione dal bisogno, per poi guidare i progetti nella fase di messa a terra».

Il ruolo degli istituti scientifici nel trasferimento tecnologico

Di conseguenza, anche a chi fa ricerca serve il coraggio di riposizionare la propria idea: anziché aspettare che la domanda di chi bandisce una gara si attagli al suo brevetto, dovrebbe a volte adattare quest’ultimo. È fondamentale però che chi finanzia la ricerca, sia esso impresa o fondazione privata o ente pubblico, aiuti lo scienziato o la scienziata, condividendo competenze ed esperienze in modo da minimizzare errori e perdite di tempo nel percorso che porterà il brevetto al mercato.

Ne parla Laura Spinardi, responsabile per il Policlinico di Milano del Technology Transfer Office, l’ufficio che supporta e accompagna la trasformazione di brevetti e domande di brevetto in soluzioni concrete per soddisfare il bisogno di salute della popolazione. «Se uno dei passaggi più strategici è la scrittura dei progetti per i bandi di finanziamento – dice Spinardi – altrettanto fondamentale è per noi avere al nostro fianco dei venture capitalist che, avendo vissuto successi e fallimenti, possano orientarci nel costruire percorsi di sviluppo virtuosi».

Ricerca traslazionale, non siamo lontani dal top

Spinardi è presidente del National Associations Advisory Committee (NAAC) dell’ASTP, l’associazione che riunisce i professionisti del trasferimento tecnologico europeo e che ha  recentemente redatto un report sui 481 TTO presenti nei 27 stati comunitari (al 2022). «La maggioranza dei TTO europei è in attività da oltre 20 anni con una media di 13 persone in staff». E in Italia?

«Dal 2016, il nostro Ministero della Salute raccoglie i dati degli Irccs sul trasferimento tecnologico, e in sei anni siamo passati da una situazione in cui solo un Irccs su quattro faceva trasferimento tecnologico a una (dati 2021 pubblicati nel 2023) in cui tre su quattro si sono attivati su questo fronte. Le invention disclosure negli Irccs italiani sono cresciute del 50% e sono raddoppiate le domande di brevetto. In un quinquennio il sistema degli Istituti di ricovero e cura a carattere scientifico si è evoluto grazie al coordinamento tra diversi attori istituzionali» spiega Spinardi.

Contestualmente sono quadruplicati gli addetti al TT negli uffici, portando nuove professionalità e competenze. Il tasto dolente nel comparto pubblico rimane la creazione di spin-off, che andrebbe supportata da normative adeguate.

Regole comuni in Europa per attrarre capitali

«La maggior parte dei TTO europei – continua Spinardi – dichiara di aver creato un’impresa, con una media di circa quattro spin-off per ente». Riporta i dati del sondaggio NAAC sugli spin-off europei, condotto su 25 associazioni nazionali di TT. In tutto il vecchio continente si osserva la carenza di finanziamenti dedicati nelle prime fasi di sviluppo, le più a rischio, oltre che di norme chiare e uniformi tra gli stati membri. Per puntare a una normativa UE più armonizzata, Spinardi ha coordinato un gruppo di lavoro che ha pubblicato un documento per la valutazione di metriche, indicatori e impatto degli uffici di tech transfer sulla crescita dei diversi stati europei.

Un dialogo più paziente tra ricerca e industria

Non basta però avere risorse e procedure regolatorie condivise. Per Spinardi serve anche un ecosistema favorevole per il ricercatore o la ricercatrice che ha un’idea innovativa ma non le competenze per svilupparla; una formazione continua e la partecipazione a iniziative di networking. «Per i nostri scienziati diventa cruciale essere affiancati da investitori consapevoli delle peculiarità di un mercato altamente competitivo».

Come chiosa Gelera, per vincere la frammentazione «occorre imparare che condividere non è dividersi compiti e ruoli a partire dalle quote affidate da ciascun ente a un progetto comune, ma imparare a connettersi per creare valore». Da qui allora il percorso avviato porterà l’iniziativa in altre regioni, creando una rete di appuntamenti dedicati alla crescita e alla competitività delle life sciences in tutto il paese, per contribuire alla definizione delle priorità scientifiche e tecnologiche per plasmare il futuro del settore. Con la consapevolezza che investire nelle life sciences è una priorità.

Keypoints

  • Innovazioni e brevetti non mancano in Italia ma sono relativamente poche le idee che approdano alla commercializzazione, e nelle lifescience i tempi sono più lunghi
  • In questi anni le reti che uniscono impresa e università si sono moltiplicate attraendo capitali pubblici e privati ed è cresciuta la partecipazione a bandi nazionali ed europei ma siamo lontani da investimenti delle dimensioni viste in Usa e Cina
  • Dall’incontro “Investing for Life” a Milano, con finanziatori pubblici e privati è stato fatto un punto su come crescere e coinvolgere meglio l’industria nello sviluppo di nuove soluzioni e nelle fasi di scale-up.
  • Dalle testimonianze dei TTO emerge che nei nostri Irccs in pochi anni sono stati fatti molti progetti in più che in passato ma resta la difficoltà nello sviluppare degli spin-off
  • Le difficoltà sono comuni ai paesi europei. A Milano è stata ribadita l’importanza di uniformare le normative regolatorie degli stati comunitari, e di rendere più “proattivo” l’approccio di imprese con progetti alle domande di partecipazione ai bandi
  • Infine, serve un’industria più capace di dialogare con il ricercatore e di “condividere” le proprie esperienze, specie nei passaggi cruciali del “viaggio” di un progetto di ricerca verso il mercato.

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