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Rafforzare l’ecosistema europeo del venture capital nelle scienze della vita e nelle biotecnologie. Con questo obiettivo, Cooley (UK), Covington & Burling, Forbion, HealthCap, Novo Holdings, Omega Funds, Sofinnova Partners, Van Lanschot Kempen e il Flanders Institute for Biotechnology, insieme a Invest Europe, la più grande associazione mondiale di operatori del capitale privato, puntano ad attrarre maggiori flussi di investimento pubblico e privato a sostegno del settore, per trasformare l’eccellenza scientifica in aziende davvero competitive a livello globale.

La nascita della European Life Sciences Coalition segna un momento di riflessione strategica per l’ecosistema europeo delle scienze della vita. In un contesto globale caratterizzato da competizione geopolitica, pressione sui capitali e crescente velocità dell’innovazione, il settore – che occupa 29 milioni di persone e rappresenta un pilastro della salute e della crescita economica – affronta sfide strutturali profonde e l’innovazione è frenata da mercati dei capitali frammentati e barriere strutturali agli investimenti. Con il rischio che sempre più imprese innovative scelgano mercati al di fuori dell’UE.
Ne parliamo con Otello Stampacchia, managing director di Omega Funds e tra i fondatori della coalizione, che offre una lettura ampia e articolata delle criticità e delle prospettive del venture capital biotech europeo.
Il ruolo storico e il peso economico del settore
Per comprendere il presente occorre partire dal contesto: l’industria life science europea affonda le radici in una lunga tradizione scientifica e industriale. «Storicamente è una delle industrie e dei settori più di punta in Europa. Tantissime medicine e innovazioni hanno avuto origine qui: è un’industria che si è sviluppata nel continente e che ha dato vita a un ecosistema diffuso, dalla Svizzera all’Italia. Oggi parliamo di un comparto che dà lavoro a circa 29 milioni di persone e che cresce a un ritmo più che doppio rispetto alla crescita media del PIL europeo, intorno al 7% annuo. È un settore estremamente importante, con un impatto economico e sociale enorme» afferma Stampacchia.
Alla base della catena del valore rimane la ricerca accademica solida e competitiva a livello globale. «L’Europa continua a essere fortissima nella ricerca di base. Gran parte dell’innovazione nasce nelle università e negli istituti pubblici, e su questo fronte non abbiamo molto da temere rispetto agli Stati Uniti o alla Cina. Se guardiamo gli estremi della catena di valore, dalla ricerca di base da un lato e la grande industria farmaceutica dall’altro, entrambe le componenti sono ancora vibranti e competitive».
Tra questi estremi si colloca però il nodo principale: la fase intermedia di crescita e finanziamento delle startup. Come sottolinea Stampacchia, «il problema riguarda tutto ciò che accade tra questi due poli. Come si passa dalla ricerca universitaria alla creazione di una startup? Come si finanzia la crescita attraverso il venture capital? Come si evita che queste società debbano vendersi troppo presto o cercare capitali all’estero? È qui che l’Europa presenta debolezze strutturali».
Il divario nei capitali e l’esodo verso i mercati esteri
Stampacchia cita dati che illustrano con chiarezza la portata del gap. «Negli ultimi sei anni ci sono state 67 società biotech europee quotate in borsa: 66 lo hanno fatto fuori dall’Europa, spesso al Nasdaq. Questo evidenzia una fragilità dei mercati dei capitali europei, che sono meno liquidi, meno profondi e meno attivi».
Il problema emerge già nelle fasi precedenti alla quotazione. «I fondi europei sono più piccoli, meno numerosi e con asset under management inferiori rispetto ai fondi americani. Un fattore chiave riguarda l’allocazione degli investitori istituzionali: i fondi pensione europei, che rappresentano circa il 30% del PIL del continente, investono appena lo 0,02% nel venture capital. Negli Stati Uniti, dove il peso dei fondi pensione è molto maggiore (pari a circa il 140% del PIL), l’allocazione è intorno al 2%. Questo significa una differenza di quasi quattrocento volte nell’investimento relativo e quindi uno svantaggio strutturale enorme».
A influenzare questa situazione è anche la percezione del rischio. «Il venture capital viene visto, secondo me erroneamente, come estremamente rischioso, anche se i dati delle performance non corroborano quest’atteggiamento: questo settore è anche il motore della crescita economica. Se non si finanzia l’innovazione nelle sue fasi iniziali, si rinuncia a generare valore futuro».
Pressioni globali: Stati Uniti e Cina
Alle criticità interne si aggiunge la pressione competitiva internazionale. «Oggi siamo presi tra due forze. Da un lato, gli Stati Uniti esercitano una pressione significativa affinché le aziende investano e crescano nel loro mercato, riducendo investimenti delle grosse società farmaceutiche in Europa. Dall’altro, la Cina ha costruito infrastrutture efficienti e competitive, con costi più bassi e tempi molto più rapidi. Se in Europa servono circa 120 giorni per avviare studi clinici, in Cina ne bastano circa 40. La velocità con cui trasformano ricerca in applicazione industriale è impressionante».
Il risultato è una progressiva erosione del valore generato dalla ricerca europea. «La catena di valore rischia di essere svuotata: innovazione prodotta qui, sviluppo e crescita altrove. È una debolezza sistemica che dobbiamo affrontare».
La nascita della European Life Sciences Coalition
È in questo contesto che nasce l’European Life Sciences Coalition. L’iniziativa riunisce primarie società europee di venture capital specializzate nelle scienze della vita, istituti di ricerca e altri attori lungo l’intera catena del valore. I membri della European Life Sciences Coalition gestiscono complessivamente oltre 24 miliardi di euro di asset dedicati esclusivamente alle scienze della vita e hanno investito o contribuito alla fondazione di più di 1.400 imprese nel settore.
Come spiega Stampacchia, «la Coalizione riunisce soggetti con esperienza concreta nei mercati europei, americani e asiatici: investitori attivi da decenni, centri di ricerca, istituzioni finanziarie e consulenti legali. Volevamo costruire una piattaforma ampia che potesse affrontare il problema in modo sistemico». La motivazione principale è l’urgenza. «Se non si interviene in modo deciso, nei prossimi cinque o dieci anni l’ecosistema potrebbe impoverirsi dall’interno. L’Italia stessa, che è stata pioniera nella ricerca oncologica e nello sviluppo della chemioterapia, oggi ha una presenza industriale molto limitata rispetto a cluster come Boston o la regione di Basilea. Il rischio è reale e immediato».
Obiettivi: capitali, mercati e competitività
Le priorità individuate dalla coalizione europea sono molteplici. «Prima di tutto serve più capitale, soprattutto privato, destinato al settore. Non chiediamo sovvenzioni a fondo perduto: chiediamo una migliore allocazione delle risorse esistenti a fondi performanti. Anche un incremento minimo nell’investimento dei fondi pensione potrebbe avere effetti significativi». Un secondo obiettivo riguarda i mercati finanziari. «Occorre creare mercati pubblici più liquidi e capaci di sostenere queste aziende. Oggi le piazze europee sono frammentate e non rispondono alle esigenze delle società innovative. Non possiamo continuare a contare sui mercati di altri Paesi per finanziare la nostra crescita».
Tra le altre priorità figurano anche l’efficienza regolatoria e la riduzione dei tempi per l’avvio delle sperimentazioni cliniche. «Interventi di questo tipo potrebbero ridare competitività immediata alle nostre aziende» puntualizza Stampacchia. Per questo l’European Life Sciences Coalition intende lavorare in modo costruttivo con i decisori politici.
Il ventottesimo regime e l’integrazione normativa
Stampacchia, per esempio, guarda con favore alla proposta europea di un regime societario armonizzato. «La vediamo molto positivamente. L’Europa non è un paese unico, mentre negli Stati Uniti le aziende operano in un contesto normativo e amministrativo integrato. In Europa la complessità burocratica e legale rende più difficile incorporare società, spostare talenti e crescere rapidamente. Un regime uniforme ridurrebbe molti attriti. L’iniziativa potrebbe anche ispirare una riforma più ampia del mercato dei capitali. Potrebbe diventare un modello per costruire strumenti sovranazionali capaci di sostenere startup e scale-up. Senza superare i particolarismi nazionali sarà difficile creare un mercato veramente competitivo».
Impatto sociale e prospettive
Per Stampacchia, la posta in gioco va oltre l’economia. «Se facciamo bene il nostro lavoro non creiamo solo valore per gli investitori: contribuiamo a portare sul mercato farmaci che cambiano la vita dei pazienti. È questa la correlazione unica del nostro settore: impatto sociale, crescita economica e ritorno finanziario». La sfida europea rimane aperta: «è una battaglia che va combattuta ora. L’Europa ha le competenze scientifiche e industriali per restare protagonista. Deve però trovare il coraggio di riformare i propri meccanismi di finanziamento e integrazione, altrimenti rischia di continuare a inventare il futuro senza riuscire a trattenerlo».


