|
Getting your Trinity Audio player ready... |
Il 29% degli oncologi italiani riscontra regolarmente ostacoli burocratici nella gestione delle richieste di accesso ai programmi di uso compassionevole o nominale. Dato, emerso da un’indagine dell’Associazione Italiana di Oncologia Medica (AIOM), che sottolinea la necessità di una revisione del quadro normativo che disciplina l’accesso gratuito ai farmaci non ancora commercializzati.
A questo punta il progetto Cura (Compassionate Use Reshape), promosso dall’Associazione Farmaceutici Industria: migliorare, per i pazienti con bisogni clinici insoddisfatti, l’accesso precoce alle terapie, partendo dalla mappatura delle criticità legate all’applicazione della normativa.
Che cos’è l’uso compassionevole
Per uso compassionevole si intende l’accesso gratuito a un farmaco non ancora commercializzato (o autorizzato per un’altra indicazione o non disponibile sul territorio nazionale): è destinato a pazienti con patologie gravi prive di alternative terapeutiche valide, quando il personale medico ritiene che possa trarne un beneficio clinico, e richiede il parere favorevole dei Comitati Etici competenti per territorio, la comunicazione ad AIFA e la fornitura gratuita da parte dell’azienda produttrice.
Ma l’attuale impianto regolatorio, basato sul Decreto Ministeriale del 7 settembre 2017, alla luce dell’evoluzione del mercato farmaceutico e del crescente bisogno di accesso precoce alle terapie innovative, presenta limiti legati alla disomogeneità territoriale e alla complessità amministrativa.
AFI avanza pertanto una serie di proposte – illustrate in un position paper – per migliorare la governance dell’uso compassionevole.

«L’accesso precoce dei medicinali è fondamentale in una società che voglia dirsi avanzata» dichiara Paola Minghetti, vicepresidente AFI. «Il position paper evidenzia aree di miglioramento che potrebbero essere facilmente risolte modificando il DM 7.9.2017 in materia. Sarebbe auspicabile integrare alcuni aspetti allora non considerati, come la gestione dei medicinali da somministrare in aggiunta e non in sostituzione delle vecchie terapie, oltre a prevedere flussi diversi e più snelli per i programmi rispetto agli usi nominali. Inoltre, semplificare e armonizzare la documentazione da presentare ai Comitati Etici potrebbe facilitare e velocizzare il lavoro di tutti senza ridurre le tutele dei pazienti ma garantendo loro un accesso più veloce».
Semplificazione e centralizzazione delle procedure
La proposta principale riguarda l’adozione di un’approvazione centralizzata dei programmi terapeutici per ridurre il carico burocratico oggi distribuito tra singoli centri e aziende.
«Per garantire la tempestività delle cure è urgente superare un carico burocratico oggi eccessivo» sottolinea Massimo Di Maio, presidente di AIOM, chiarendo che in oncologia, il fattore tempo è quasi sempre determinante. «Da qui, l’esigenza di avere strumenti efficaci e sicuri per un accesso rapido e precoce alle terapie innovative».
«Sosteniamo con forza la proposta di un’approvazione centralizzata dei programmi e l’uso di template standard nazionali per accelerare l’iter dei Comitati Etici» evidenzia, riferendosi alla proposta di introdurre modelli predefiniti per il consenso informato, la motivazione clinica e la documentazione di fornitura gratuita che, come sottolinea AFI, favorirebbe un’applicazione uniforme della norma su tutto il territorio nazionale. Questo approccio permetterebbe di superare la discrezionalità interpretativa dei singoli Comitati Etici, garantendo tempi certi per l’avvio dei trattamenti.
Evoluzione dei criteri di accesso e sicurezza
In merito ai criteri di eleggibilità, il documento AFI suggerisce di aggiornare la definizione di patologie gravi per includere condizioni cliniche debilitanti o a rapida evoluzione, dove il ritardo terapeutico compromette l’efficacia della cura. Si propone inoltre di ridefinire il concetto di assenza di valida alternativa terapeutica, al fine di includere situazioni cliniche non standard in cui le opzioni terapeutiche disponibili non risultino appropriate o efficaci per lo specifico paziente, e di estendere i criteri di accesso all’uso terapeutico a farmaci che migliorano la qualità della vita, anche per malattie non rare.
«L’esperienza degli ultimi anni ha evidenziato come la disciplina degli usi compassionevoli non risponda più pienamente alle esigenze attuali, sia in termini di accesso dei pazienti ai trattamenti, sia di semplificazione delle procedure e monitoraggio delle evidenze» sottolinea Sandra Petraglia, direttrice dell’Ufficio Accessi Precoci dell’AIFA, evidenziando che «il quadro regolatorio delle sperimentazioni cliniche si è evoluto in modo significativo, garantendo il massimo livello di tutela in termini di sicurezza per i pazienti e ampliando le possibilità di raccolta dei dati».
«Poiché gli usi compassionevoli – aggiunge – consentono un accesso anticipato a medicinali ancora non autorizzati, è ragionevole pensare che il trasferimento anche agli usi compassionevoli dell’assetto regolatorio per le sperimentazioni cliniche possa consentire di raggiungere l’obiettivo della semplificazione burocratica con elevati standard di sicurezza e un monitoraggio strutturato, in grado di generare anche solide evidenze sull’impiego dei medicinali nella pratica clinica».
Il rafforzamento della farmacovigilanza e la raccolta sistematica dei dati clinici attraverso registri pre-approval (come già previsto dal Testo Unico sulle malattie rare), «potrebbe contribuire in modo significativo a una migliore comprensione dell’efficacia e delle modalità di utilizzo dei medicinali impiegati in questo contesto», generando evidenze utili per le future decisioni regolatorie e negoziali.
Continuità delle cure e gestione delle terapie combinate
Un’altra priorità riguarda la transizione del paziente dalla fase di uso compassionevole alla rimborsabilità effettiva del farmaco da parte del Servizio sanitario nazionale, al fine di evitare interruzioni del trattamento.
Attualmente, non sono disponibili raccomandazioni a livello nazionale in merito alla gestione e al finanziamento della continuità terapeutica e la mancanza di parametri nazionali chiari genera incertezze operative e potenziali interruzioni dei trattamenti nelle fasi di accesso regionale.
È fondamentale invece, sottolinea Di Maio, evitare che si verifichino interruzioni nel percorso del paziente: per questo «servono raccomandazioni nazionali per favorire uniformità nel garantire la continuità terapeutica, nel delicato passaggio dalla fornitura gratuita alla rimborsabilità SSN. Il tutto supportato da una raccolta dati clinici strutturata e armonizzata, indispensabile per generare evidenze reali sull’efficacia dei farmaci nella pratica quotidiana».
Il position paper chiede che AIFA, nel caso in cui l’indicazione del farmaco oggetto di uso compassionevole non sia approvata (o sia approvata per una popolazione più ristretta o non ottenga la rimborsabilità), fornisca indicazioni operative sulla gestione della continuità terapeutica per i pazienti già in trattamento, al fine di garantire uniformità decisionale e ridurre le incertezze nei centri prescrittori.
E per le casistiche complesse, come le combinazioni di più medicinali, AFI richiede una chiara attribuzione delle responsabilità economiche tra le aziende e le strutture sanitarie. L’obiettivo è prevenire disparità di trattamento basate sulla regione di residenza del paziente, assicurando un percorso terapeutico equo e sostenibile.
«L’uso compassionevole – aggiunge Paolo Schincariol, membro del comitato scientifico della Società Italiana di Farmacia Clinica e Terapia (SIFACT) – rimane uno strumento eccezionale di accesso precoce che trae la motivazione principale nel rispondere a bisogni clinici importanti insoddisfatti, piuttosto che favorire solamente l’innovazione in via generalizzata o fungere da estensione della sperimentazione clinica». Secondo Schincariol, «difficilmente potrà diventare una fase ordinaria nello sviluppo di un farmaco, ma per assolvere bene alle importanti funzioni oggi riconosciute dall’attuale quadro normativo, servono i correttivi proposti nel documento. A cominciare da una raccolta strutturata di dati clinici che possa supportare le valutazioni sperimentali e regolatorie, e all’armonizzazione delle procedure a livello nazionale, per evitare disparità di comportamenti tra regioni ed aziende che possano ostacolare l’accesso equo ai programmi di uso compassionevole».


