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«Alisei è un’alleanza, perché solo insieme possiamo trasformare la ricerca in soluzioni reali per la salute». Così Alessandra Gelera descrive il Cluster tecnologico nazionale dedicato alle scienze della vita, un network che connette i diversi attori di questo ecosistema: ricerca, istituzioni e industria.
Dallo scorso aprile, Alessandra Gelera è presidente di Alisei, nato nel 2012, quando il ministero dell’Università e della Ricerca ha istituito i cluster quali strumenti per permettere all’Italia di competere sui mercati internazionali, valorizzando le eccellenze del Made in Italy attraverso l’innovazione.
Laurea in chimica e scienze farmaceutiche e master in economia sanitaria, Gelera è Head of Public Affairs, Health Economics & Market Access di Boston Scientific Italia, coordinatrice della filiera life science di Assolombarda, che rappresenta nell’ambito del gruppo tecnico scienze della vita di Confindustria.
«Il nostro obiettivo è valorizzare l’eccellenza italiana nelle Life Sciences stimolando ricerca, innovazione, trasferimento tecnologico e, in generale, lo sviluppo di una filiera che è strategica per il benessere e la salute della popolazione e la competitività del Paese».
Gelera, quali sono gli obiettivi del suo mandato?
«Il nuovo piano strategico si articola su quattro pilastri: la connessione, quindi le relazioni tra i soci della rete; la conoscenza, che si genera proprio attraverso la connessione; l’innovazione che ne scaturisce e che è nel DNA di Alisei; e la sostenibilità, che attraverso l’innovazione possiamo portare al sistema salute e in generale al sistema Paese.
Questi quattro pilastri sono connessi a tre obiettivi specifici. Ci prefiggiamo, infatti, di rinvigorire il senso di appartenenza interno, l’identità verso l’esterno, e di promuovere l’attrattività di investimenti e competenze. Obiettivi a cui corrispondono tre azioni concrete: l’organizzazione di un roadshow, che percorrerà tutta la penisola ed è già partito a giugno, da Trieste, con l’evento organizzato dal Cluster scienze della vita Friuli Venezia Giulia, per poi giungere a Milano, grazie alla collaborazione del Cluster lombardo scienze della vita.
In altre parole Alisei parteciperà agli eventi promossi dai soci per rafforzare il senso di appartenenza, comprendere meglio i bisogni dei singoli territori per poi metterli a sistema e a fattore comune, costruendo momenti di dialogo e di confronto. Proprio perché, per generare innovazione, bisogna partire dalla conoscenza reciproca attraverso le connessioni.
La seconda azione è l’evento flagship di Alisei, Meet in Italy, quale occasione per presentare la nostra identità alle istituzioni, agli stakeholder e ai potenziali investitori, che riproporremo nel 2026 con un forte orientamento allo sviluppo del business e di connessioni di valore tra filiera nazionale e internazionale.
Per quanto riguarda invece l’attrattività, i due nuovi gruppi di lavoro “internazionalizzazione” e “finanziamenti” metteranno in essere azioni concrete per aumentare la partecipazione dei soci a progetti sia europei che internazionali, come i programmi di ricerca Horizon Europe, e per accompagnarli negli eventi di missioni strategiche, come per esempio quella in corso in Giappone. Ma stiamo ragionando anche sull’area del Golfo per cogliere nuove opportunità per valorizzare la competitività dell’Italia nelle scienze della vita».
Paola chiave: connessioni, dunque. Ma qual è il valore delle partnership pubblico-private e come creare e consolidare sinergie solide tra ricerca, impresa e istituzioni?
«Credo che la partnership pubblico-privato sia fondamentale, sia un modello vincente in quanto modello collaborativo in cui tutti gli attori sono ingaggiati e concorrono a un risultato, che a livello scientifico è valore di ricerca che, attraverso le sinergie, può diventare valore clinico, economico, sociale e ambientale, in linea con i ben noti rapporti Letta, Draghi, la Bussola per la competitività e anche la nuova strategia europea per la valorizzazione del settore life science.
Si pensi che il settore delle scienze della vita rappresenta una leva strategica per la crescita del Paese: contribuisce per circa il 10% al nostro PIL. Ma in quei contesti, come per esempio la Lombardia, in cui c’è un ecosistema virtuoso che promuove un modello collaborativo e la partnership è incentivata dalle istituzioni, il contributo al PIL regionale sale quasi al 13%.
Tra l’altro, anche il PNRR, oltre agli ingenti investimenti (15,6 miliardi in salute e 8,55 in ricerca), ha avuto il merito di promuovere, nella messa a terra di questi investimenti, il dialogo pubblico-privato e le partnership. Perché è l’unico modo per poter trasformare il risultato della ricerca in un’innovazione concreta che diventi brevetto, tecnologia e terapia».
Qual è il ruolo di Alisei e cosa può fare per mettere ancora di più a sistema il know-how e le competenze industriali e scientifiche del settore?
«Alisei può essere una risorsa proprio perché è nato con la missione di essere un catalizzatore di opportunità e innovazione, favorendo collaborazione tra attori pubblici e privati per costruire partnership e progetti in grado di contribuire alla crescita della filiera life science.
Innanzitutto ci siamo dotati di un comitato scientifico, di freschissima nomina, che è un esempio concreto della sinergia tra mondi diversi – università, istituzioni, ospedali, associazioni di pazienti, hub di innovazioni digitali – e della volontà di metterla a terra in progetti concreti. Comitato che è anche molto bilanciato sia dal punto di vista di genere che generazionale, per avere più punti di vista ed esperienze poliedriche. All’interno del comitato c’è una forte rappresentatività dell’università, proprio perché vogliamo creare una proficua relazione tra territori, imprese, enti di ricerca e il mondo accademico, per favorire il trasferimento tecnologico e alleanze fondamentali per sostenere, trattenere e valorizzare i talenti.
Inoltre, in un’ottica di partnership allargate, ci stiamo anche avvicinando agli altri cluster per capire come poter mettere a fattore comune risorse e competenze. Perché si possono creare molte sinergie tra cluster diversi, essendoci tanti punti di intersezione tra ambito life science e agri-food, ma anche con l’aerospazio o le smart communities».
A proposito di connessioni e sinergie, l’open innovation è una leva preziosa per creare vera innovazione, in particolare nelle scienze della vita, settore competitivo e dinamico che, per crescere, ha bisogno di ecosistemi che supportino il capitale umano, lo sviluppo di infrastrutture innovative, l’accesso ai capitali e contribuiscano anche a rendere più agile la burocrazia. Quali sono gli elementi di sistema ancora da rafforzare per rendere il sistema life science italiano sempre più competitivo?
«Alisei è una rete, dove i punti sono le persone e tra un punto e l’altro circolano i dati, proprio perché la ricerca nasce dal dato, lo rielabora, lo analizza per poi restituire al sistema un altro dato. E proprio sul dato credo sia cruciale investire, perché in Italia abbiamo un patrimonio enorme di dati, che deriva dal nostro sistema universalistico, che copre tutta la popolazione, e a forte governance pubblica. Ma questo potenziale è solo parzialmente sfruttato a causa della qualità stessa del dato che viene raccolto.
Come sistema Paese dobbiamo quindi migliorare la qualità del dato. Si sta già iniziando a lavorare in questa direzione, grazie agli investimenti PNRR, con lo sviluppo di piattaforme interoperabili, ma è importante che questo sforzo diventi sistemico e che questo patrimonio di dati sia accessibile e fruibile anche ai fini della ricerca. Altro tema cruciale è la valorizzazione dei talenti: dobbiamo riuscire ad attrarre talenti e trattenerli. Alisei può contribuire attraverso la creazione di un ecosistema accogliente per la ricerca che li inciti, se non a restare, perché è giusto che si facciano esperienze all’estero, perlomeno a tornare. Qui la collaborazione con i soci e con l’ecosistema universitario e formativo sarà fondamentale».
Tre milioni di dipendenti, 273 miliardi di euro il valore della produzione, 12% del PIL, oltre 6mila imprese, 6,1 miliardi di euro di investimenti in ricerca di base e 10,5 in ricerca applicata: questi numeri scattano una fotografia della filiera life science in Italia che, come diceva, è un asset strategico per il nostro Paese. Quali sono le principali sfide da affrontare?
«Direi la longevità, che caratterizza il nostro paese: deve essere resa un valore attraverso la sfida della prevenzione da un lato e del trattamento della cronicità dall’altro, in modo che la popolazione che invecchia, invecchi in maniera quanto più possibile sana, attiva e in autonomia.
Altre sfide riguardano la salute cardiovascolare, le differenze di genere in un’ottica di personalizzazione della cura, lo sviluppo dell’intelligenza artificiale e di tutte le nuove tecnologie connesse alla digitalizzazione, a cui si collega un’ulteriore sfida: l’aggiornamento della formazione medica in tal senso. E poi non bisogna sottovalutare il posizionamento della filiera come asset di competitività del Paese e il posizionamento dell’Europa nei confronti di Cina e Stati Uniti. Quindi bisogna lavorare al fine di rendere l’Italia attrattiva e sviluppare una filiera solida e competitiva. Il contesto geopolitico impone di avere delle filiere sempre più corte e uno sviluppo tecnologico sempre più interno al Paese».


