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Gli alimenti a fini medici speciali (AFMS) sono prodotti nutrizionali destinati a pazienti la cui capacità di assumere, digerire, assorbire o metabolizzare alimenti comuni è compromessa da una malattia. Lo sono, per esempio, i supplementi nutrizionali orali (ONS), spesso indispensabili nel percorso terapeutico di malattie oncologiche, infiammatorie croniche intestinali, metaboliche e allergie alimentari.
A cosa servono, quando prescriverli e, soprattutto, come soddisfare le esigenze dei pazienti che ne avrebbero bisogno? Se n’è discusso oggi, 22 settembre, a Roma nel convegno “AFMS e sostenibilità del Servizio sanitario nazionale: un’agenda di policy per superare le disparità regionali”.
Il confronto ha coinvolto l’intera filiera delle società scientifiche coinvolte nella nutrizione clinica (SINuC, Sinupe, Asand, Simmesn, Sinpe, Sigenp, Sige e Aiom) e le associazioni di pazienti: Aismme, Alama/FederASMA e Allergie, Favo, Vivere Senza Stomaco, Uniamo, Amici Lazio e Cittadinanzattiva Lazio. Un fronte comune attorno a un obiettivo condiviso: l’accesso equo agli AFMS, perché le differenze territoriali oggi condizionano il trattamento dei pazienti.
Nutrizione clinica: le disparità regionali
L’obiettivo dell’incontro è affrontare una criticità nota: gli alimenti a fini medici speciali restano esclusi dai LEA, i livelli essenziali di assistenza, per la gran parte delle patologie in cui sono indicati: dalle malattie infiammatorie croniche intestinali all’oncologia. Solo sei categorie di pazienti (tra cui fibrosi cistica e nefropatie) hanno oggi accesso gratuito garantito a livello nazionale; per tutti gli altri, l’erogazione è demandata alle Regioni, che si muovono con strumenti, tempi e criteri molto diversi tra loro. Il risultato è una condizione clinica identica, la malnutrizione correlata a patologia, che, a seconda del luogo di residenza, può tradursi in approcci differenti di gestione e trattamento.
La mozione Murelli
Nel suo intervento, la senatrice Elena Murelli, presidente dell’Intergruppo Parlamentare celiachia, allergie alimentari, intolleranza al lattosio e AFMS e promotrice dell’iniziativa, ha ribadito che la residenza non può essere un criterio che discrimina l’accesso alle cure.
Su questa base è prima firmataria della mozione in materia di supporto nutrizionale e distribuzione degli AFMS che impegna il Governo ad aggiornare i LEA e al superamento dei fondi extra-LEA legati ai bilanci regionali, a favore di un criterio legato al bisogno clinico del paziente.
La mozione chiede inoltre linee guida nazionali vincolanti per uniformare prescrizione e distribuzione degli AFMS su tutto il territorio. E, particolarmente rilevante, impegna il Governo a rendere obbligatorio lo screening nutrizionale per i pazienti oncologici al momento della diagnosi, sulla base delle raccomandazioni AIOM 2024 e dei fondi già stanziati dalla legge di bilancio 2025, con l’indicazione di estendere la stessa misura ai pazienti con malattie croniche intestinali (MICI), istituendo un fondo dedicato alla copertura di alimenti medici a fini speziali e supplementi nutrizionali orali per i pazienti malnutriti.
La mozione chiede inoltre una piattaforma nazionale per la prescrizione e la gestione dei piani terapeutici, un piano di armonizzazione tra Regioni e ASL accompagnato da un osservatorio permanente sull’accesso ai supporti nutrizionali, la semplificazione delle procedure di approvvigionamento, l’applicazione dell’IVA al 10% sugli AFMS e campagne di formazione e informazione rivolte non solo al personale medico e alla cittadinanza, ma anche a farmacisti, personale scolastico, mense e ristorazione.
La posizione della comunità scientifica: uno strumento di cura, non un accessorio
Maurizio Muscaritoli, presidente della Società italiana di nutrizione clinica e metabolismo (SINuC), direttore della Medicina interna e nutrizione clinica del Policlinico Umberto I di Roma e responsabile scientifico dell’iniziativa, ha ribadito che gli AFMS sono uno strumento terapeutico, capace di incidere sulla prevenzione e sulla gestione di numerose patologie croniche, con un beneficio diretto sulla qualità di vita del paziente. Un beneficio, ha sottolineato, che deve essere garantito in modo uniforme su tutto il territorio nazionale, superando l’attuale frammentazione regionale.
La nutrizione clinica e le malattie rare
Anche la presidente della Federazione Italiana Malattie Rare (Uniamo), Annalisa Scopinaro ha sottolineato che gli alimenti a fini medici speciali non sono un elemento marginale del percorso assistenziale, ma parte integrante della presa in carico per molte persone con malattia rara. E ha ricordato che la nutrizione è un tema che la Federazione sta monitorando attivamente grazie all’Osservatorio Nura (Nutraceutici & Malattie Rare), al fine di contribuire alla regolamentazione di un settore ancora troppo frammentato. È necessario – ha detto – garantire regolamentazione omogenea ed equità d’accesso a prescindere dalla Regione di residenza e serve rafforzare la ricerca in questo ambito al fine di creare prodotti sempre migliori e adattabili alle diverse caratteristiche di ogni persona.
Le evidenze economiche
Il convegno ha ospitato anche l’intervento del Paolo Sciattella, ricercatore del gruppo EEHTA-CEIS dell’Università di Roma Tor Vergata, che ha presentato due analisi economiche distinte sull’impatto dei supplementi orali in altrettante aree terapeutiche.
Sul fronte oncologico, ha illustrato che l’introduzione degli ONS, a fronte di un costo di 51 milioni di euro, generi una riduzione della spesa sanitaria complessiva di 46,7 milioni di euro (-26,6%), trainata soprattutto dal calo delle riospedalizzazioni (-67,4%) e degli accessi in pronto soccorso (-47,9%). In altre parole: un euro investito produce un valore di due euro per il SSN.
Sul fronte delle malattie infiammatorie croniche intestinali, l’analisi condotta sul database del Ministero della Salute su 3.682 pazienti ospedalizzati mostra che il costo sanitario di un paziente malnutrito è del 66% più alto rispetto a un paziente non malnutrito (10.857 euro contro 6.517), per effetto di una mortalità intra-ospedaliera superiore, di una degenza più lunga (+14 giorni) e di un maggior numero di riammissioni. Lo studio segnala inoltre una probabile sottodiagnosi della malnutrizione: solo il 3,1% dei pazienti presenta una diagnosi codificata in scheda di dimissione, a fronte di una prevalenza attesa in letteratura del 27%.


