Malattie infiammatorie croniche intestinali (MICi), una sfida per il Servizio sanitario nazionale: ricerca, dati e nutrizione al centro del nuovo progetto Assobiotec

Malattie infiammatorie croniche intestinali: ricerca, dati e nutrizione al centro del nuovo progetto Assobiotec

di Anita Fiaschetti
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Anita Fiaschetti

Perché ne stiamo parlando
In Italia sono oltre 250 mila i pazienti, con costi superiori a 400 milioni di euro l’anno. Diagnosi precoce, innovazioni terapeutiche e nutrizione clinica sono fondamentali per migliorare qualità di vita e sostenibilità del servizio sanitario.

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Le malattie infiammatorie croniche intestinali (MICI) rappresentano una sfida sempre più rilevante per il Servizio sanitario nazionale. Sono patologie croniche e recidivanti, con un impatto significativo sulla qualità della vita dei pazienti e sulla sostenibilità dei sistemi sanitari. In Italia si stima che oltre 250 mila persone convivano con queste malattie, un numero destinato a crescere nei prossimi anni, soprattutto tra i giovani adulti. In questo scenario, l’innovazione scientifica e la collaborazione tra istituzioni, comunità scientifica, industria e associazioni di pazienti diventano strumenti fondamentali per migliorare la diagnosi, la presa in carico e i percorsi di cura.

È con questo obiettivo che Assobiotec Federchimica ha avviato un’iniziativa multistakeholder, che è stata presentata alla Camera dei Deputati durante l’evento “Le malattie infiammatorie croniche intestinali: il valore della ricerca biotecnologica e della collaborazione fra istituzioni, società scientifiche e associazioni di pazienti”.

Un progetto per mettere a sistema ricerca, dati e politiche sanitarie

L’iniziativa nasce nell’ambito del focus group MICI del Gruppo di lavoro Prevenzione di Assobiotec e punta a favorire strategie integrate di assistenza, nutrizione e cura sempre più personalizzate, efficaci e sostenibili. Il progetto prevede un confronto strutturato tra istituzioni nazionali e territoriali, clinici, associazioni di pazienti e industria biotecnologica, con l’obiettivo di allineare innovazione scientifica e bisogni assistenziali reali.

L’impatto delle MICI: numeri sanitari, economici e sociali

Negli ultimi dieci anni il numero dei pazienti è cresciuto in modo significativo e le stime indicano che nei prossimi dieci anni la prevalenza potrebbe aumentare del 30-40%.

L’impatto sul sistema sanitario e sulla società è considerevole. Si stima un costo diretto per il SSN di oltre 400 milioni di euro l’anno, un costo previdenziale stimato di 21 milioni di euro annui, un costo individuale del trattamento pari fino a 20 mila euro per paziente all’anno e tra il 20% e il 40% dei pazienti viene ricoverato almeno una volta l’anno. A questi dati si aggiungono i costi indiretti legati alla perdita di produttività, alle difficoltà di integrazione lavorativa e al ruolo dei caregiver.

Come ha ricordato Fabrizio Greco, presidente di Federchimica Assobiotec, «le MICI rappresentano oggi una sfida crescente per il nostro sistema sanitario. Si tratta di malattie spesso diagnosticate tra i 20 e i 40 anni, una fase della vita in cui si costruiscono percorsi professionali e familiari. Il loro impatto va quindi ben oltre la dimensione clinica e riguarda la qualità della vita dei pazienti e la sostenibilità del Servizio sanitario nazionale».

Innovazione biotecnologica e medicina di precisione

Le MICI – tra cui malattia di Crohn e colite ulcerosa – sono patologie multifattoriali legate all’interazione tra fattori genetici, immunologici e ambientali. Negli ultimi anni la ricerca ne ha trasformato profondamente la comprensione: oggi è chiaro che si tratta di patologie complesse in cui interagiscono componenti genetiche, immunologiche, ambientali e legate al microbiota intestinale. Questa complessità richiede un cambiamento di paradigma: passare da un approccio terapeutico standard a una medicina sempre più personalizzata. Biomarcatori innovativi, strumenti diagnostici avanzati, analisi genetiche e del microbioma, insieme allo sviluppo di terapie biologiche e immunomodulanti, stanno permettendo diagnosi più tempestive e trattamenti sempre più mirati.

Come ha sottolineato Giorgio Ghignoni, coordinatore del Gruppo di lavoro Prevenzione di Assobiotec, «l’adozione appropriata di soluzioni innovative non rappresenta un costo aggiuntivo, ma un’opportunità per offrire diagnosi e trattamenti migliori e per ottimizzare le risorse del Servizio sanitario nazionale». Perché queste innovazioni possano esprimere pienamente il loro potenziale, tuttavia, sono necessarie alcune condizioni fondamentali: diagnosi precoce, percorsi assistenziali strutturati, accesso equo alle terapie e integrazione tra competenze cliniche e di ricerca.

Programmazione sanitaria e bisogno di dati

Un elemento centrale emerso dal confronto a Roma riguarda la necessità di migliorare la raccolta e l’utilizzo dei dati. Secondo Francesco Saverio Mennini, capo dipartimento della Programmazione del Ministero della Salute, «abbiamo bisogno di informazioni e dati che vengano messi a sistema. Attraverso modelli predittivi possiamo capire quali percorsi di presa in carico migliorano davvero la salute dei pazienti e allo stesso tempo riducono i costi per il sistema sanitario».

Uno degli strumenti chiave sarà proprio la realizzazione di un modello econometrico predittivo, sviluppato da Altems (Università cattolica Sacro Cuore) e Ceis (Università di Roma Tor Vergata), al fine di stimare l’impatto economico e organizzativo delle nuove soluzioni diagnostiche e terapeutiche.

Secondo Eugenio Di Brino, co-founder e partner di Altems Advisory, questo tipo di approccio può diventare uno strumento fondamentale per i decisori pubblici. «La costruzione di modelli previsionali rappresenta uno strumento fondamentale per supportare la programmazione sanitaria e orientare l’allocazione delle risorse in funzione dei reali bisogni della popolazione. Il nostro obiettivo è simulare gli effetti delle diverse strategie di gestione delle MICI e anticipare l’impatto delle innovazioni diagnostiche e terapeutiche».

Anche Paolo Sciattella, ricercatore dell’Università di Roma Tor Vergata, sottolinea il valore di un approccio basato sull’Health Technology Assessment. «La disponibilità di dati e metodologie rigorose consente di trasformare l’evidenza scientifica in un supporto concreto ai processi decisionali, orientando le scelte verso interventi che migliorano gli esiti clinici e la qualità della vita dei pazienti, assicurando allo stesso tempo un’allocazione efficiente delle risorse».

Priorità: diagnosi precoce e un registro nazionale

La diagnosi precoce, l’uso appropriato delle tecnologie e l’accesso uniforme alle terapie rappresentano, secondo Mennini, elementi essenziali per contenere l’impatto economico e sociale di queste patologie. Tra le priorità individuate dal Ministero c’è anche l’istituzione di un registro nazionale delle MICI, come ricordato da Pierpaolo Sileri, coordinatore del Tavolo tecnico ministeriale. «Disporre di dati reali, aggiornati e uniformi è indispensabile per la programmazione sanitaria, l’Health Technology Assessment e una corretta allocazione delle risorse». Per questo, Rocco Bellantone, presidente dell’Istituto superiore di sanità, auspica un provvedimento legislativo che istituisca e affidi all’ISS il registro per queste malattie: «sarebbe importante sia per la diagnosi precoce sia per favorire l’integrazione terapeutica e sviluppare la ricerca di biofarmaci e la diagnostica di biomarcatori».

Sileri ha sottolineato anche la necessità di creare una rete nazionale hub & spoke con percorsi diagnostico-terapeutici assistenziali condivisi, per una maggiore equità di accesso alle cure. «Queste misure possono ridurre disuguaglianze, costi evitabili e sofferenze inutili, restituendo qualità di vita e produttività a migliaia di persone. II Tavolo tecnico è pronto a supportare Parlamento, Regioni e associazioni dei pazienti per trasformare quanto emerso dal confronto in interventi concreti».

Il ruolo dei pazienti e delle associazioni

Accanto agli aspetti clinici ed economici, il tema della qualità della vita dei pazienti è stato centrale nel dibattito. Secondo Salvo Leone, direttore generale di AMICI, l’impatto sociale è ancora sottovalutato. «Dieci anni fa abbiamo stimato che un paziente spendeva circa 700 euro l’anno per curarsi. Se si aggiungono la perdita di produttività e il ruolo del caregiver, il costo arriva a circa 2.400 euro. Ma il punto centrale non è quanti siamo, bensì come il Servizio sanitario decide di lavorare con questi pazienti». Per Leone il paziente deve essere considerato un partner attivo del percorso terapeutico, attraverso processi di empowerment ed engagement che lo rendano parte integrante del team di cura.

L’esordio pediatrico e le criticità nella transizione

Un aspetto particolarmente delicato riguarda l’età pediatrica. Secondo Antonella Diamanti, presidente della Società Italiana di Gastroenterologia, Epatologia e Nutrizione Pediatrica (SIGENP), «circa il 25% dei pazienti ha l’esordio della malattia in età pediatrica. Il ritardo diagnostico può avere un impatto importante sulla crescita, mentre nelle scuole è ancora forte lo stigma legato alla malattia». Tra le criticità principali vi è anche la transizione dall’assistenza pediatrica a quella dell’adulto, un passaggio che richiede percorsi strutturati per garantire continuità di cura.

Nutrizione clinica: un pilastro ancora sottovalutato

Tra i temi più rilevanti emersi nel confronto vi è quello della nutrizione clinica, spesso considerata un elemento secondario ma in realtà fondamentale nella gestione dei pazienti. Come ha evidenziato Antonella Lezo, presidente della Società Italiana di Nutrizione Artificiale e Metabolismo (SINPE), «la malnutrizione è una complicanza frequente nelle MICI e riguarda circa un terzo dei pazienti, soprattutto quelli candidati alla chirurgia. Le cause sono molteplici: infiammazione cronica, malassorbimento e talvolta errori alimentari. Le conseguenze possono essere gravi, con aumento delle complicanze, delle ospedalizzazioni e dei costi sanitari. La terapia nutrizionale, se introdotta precocemente e in modo strutturato, può invece rappresentare uno strumento efficace per migliorare gli esiti clinici. La nutrizione clinica può ridurre complicanze, disabilità e costi sanitari, migliorando allo stesso tempo la qualità della vita dei pazienti, con costi relativamente contenuti rispetto ad altri trattamenti».

A questo punta il progetto PONTE, che è stato illustrato da Maurizio Muscaritoli, presidente SINUC (Società Italiana di Nutrizione Clinica e Metabolismo). Un progetto che nasce dalla collaborazione con SINPE e IG-IBD (Gruppo Italiano per lo studio delle malattie infiammatorie croniche intestinali) e crea un ponte tra gastroenterologi, nutrizionisti clinici, dietisti, infermieri per colmare le attuali lacune nella gestione nutrizionale dei pazienti. Partendo dall’analisi dello stato dell’arte della presa in carico dei pazienti dal punto vista nutrizionale, il progetto si prefigge di proporre soluzioni innovative e mirate per soddisfare meglio i bisogni dei pazienti, prevenendo e trattando la malnutrizione che compromette l’efficacia dei trattamenti.

Verso un modello di cura integrato

Il messaggio emerso dal confronto tra istituzioni, esperti e associazioni è chiaro: affrontare le MICI richiede un approccio sistemico e multidisciplinare. Diagnosi precoce, innovazione terapeutica, nutrizione clinica, supporto psicologico e coinvolgimento dei pazienti devono diventare parte integrante dei percorsi di cura. Come ha concluso Giorgio Ghignoni, «trasformare il progresso scientifico in scelte organizzative e politiche concrete non è più un’opzione.

È la condizione necessaria per migliorare davvero la vita delle persone che convivono con le malattie infiammatorie croniche intestinali». Il progetto avviato da Assobiotec punta proprio a questo: mettere in dialogo ricerca, politiche sanitarie e bisogni dei pazienti, per costruire modelli di assistenza più efficaci e sostenibili per il futuro del Servizio sanitario

Keypoints

  • Le MICI sono una sfida crescente per il sistema sanitario italiano. In Italia oltre 250.000 persone convivono con malattie infiammatorie croniche intestinali e la prevalenza potrebbe crescere del 30-40% nei prossimi dieci anni, con un forte impatto sanitario, sociale ed economico.
  • Le MICI generano oltre 400 milioni di euro l’anno di costi diretti per il SSN, a cui si aggiungono costi previdenziali e indiretti legati a perdita di produttività, caregiver e riduzione della qualità di vita.
  • Nuovi biomarcatori, analisi genetiche, studio del microbioma e terapie biologiche stanno rendendo possibile una medicina sempre più personalizzata, con diagnosi più precoci e trattamenti mirati.
  • La malnutrizione colpisce circa un terzo dei pazienti con MICI. Interventi nutrizionali precoci e strutturati possono ridurre complicanze, ospedalizzazioni e costi sanitari, migliorando gli esiti clinici e la qualità di vita.
  • Federchimica Assobiotec ha avviato un progetto multistakeholder per migliorare gestione e presa in carico, salvaguardando la salute dei pazienti e la sostenibilità del SSN
  • INNLIFES è stato media partner dell’evento

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