Un cervello sano come risorsa: nasce la Brain Health for Economic Resilience Commission

Un cervello sano come risorsa: nasce la Brain Health for Economic Resilience Commission

di Alice Pace
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Alice Pace

Perché ne stiamo parlando
Una nuova commissione internazionale – la Nature Medicine Commission on Brain Health – propone di considerare la salute del cervello come una risorsa strategica per economia, innovazione e resilienza sociale. Al centro il concetto di brain capital. Ne parliamo con Pierluigi Sacco dell’Università Chieti-Pescara.

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Le infrastrutture di un territorio non sono soltanto strade, ponti, reti energetiche o sistemi digitali. Sono anche i cervelli delle persone che lo abitano. È l’idea, tanto semplice quanto radicale, alla base della Brain Health for Economic Resilience Commission, una nuova iniziativa internazionale presentata sulle pagine di – e in collaborazione con – Nature Medicine che punta a portare la salute cerebrale, nel suo significato più ampio, al centro delle politiche economiche.

Il cervello: una risorsa strategica

In un mondo che invecchia, in cui i disturbi neurologici e psichiatrici rappresentano una delle principali cause di disabilità e il lavoro richiede competenze sempre più cognitive, gli autori sostengono che il cervello debba essere considerato una risorsa strategica per la resilienza delle società.

Da qui nasce il concetto di brain capital, o capitale cerebrale: l’insieme di salute del cervello, adattabilità, creatività e competenze socio-emotive che consentono alle persone e alle comunità di adattarsi, innovare e orientarsi in un contesto di trasformazioni sempre più rapide. Una risorsa che, secondo gli autori, continua però a rimanere largamente invisibile agli indicatori con cui governi e istituzioni misurano e pianificano lo sviluppo economico.

Per colmare questo divario, la Commissione riunirà nei prossimi due anni 25 esperti in neuroscienze, economia, epidemiologia, scienze ambientali e politiche pubbliche con l’obiettivo di sviluppare nuovi strumenti per comprendere, misurare e valorizzare il capitale cerebrale.

Ma che cosa significa, in concreto, considerare il cervello una risorsa economica? Ne abbiamo parlato con il professor Pierluigi Sacco, docente di Politica economica all’Università d’Annunzio di Chieti-Pescara e membro della Commissione, chiamato a far parte del gruppo di lavoro dedicato all’esposomica.

Oltre il capitale umano: che cos’è il brain capital

Per comprendere la portata della proposta avanzata dalla Commissione bisogna partire da un distinguo fondamentale: quello tra capitale umano e capitale cerebrale. Il primo è un concetto familiare agli economisti e comprende l’insieme di conoscenze, competenze ed esperienze che una persona acquisisce attraverso istruzione e formazione. Il brain capital, invece, pone l’attenzione a monte, sulle condizioni che rendono possibile l’apprendimento, l’adattamento e l’innovazione.

«Le scienze sociali hanno sempre considerato il cervello come una scatola nera», osserva Sacco. Per lungo tempo, infatti, si è dato per scontato che le capacità cognitive e relazionali fossero una sorta di dato di partenza, concentrandosi soprattutto sui risultati che queste producono in termini di produttività, istruzione o crescita economica.

Il concetto di brain capital invita invece a guardare al cervello come a una risorsa da comprendere e valorizzare. Al centro non ci sono soltanto conoscenze e competenze, ma anche fattori come la regolazione delle emozioni, la flessibilità mentale, la capacità di prendere decisioni e di interagire con gli altri.

Il cervello non è semplicemente il motore del capitale umano, ma un patrimonio che può essere plasmato – e quindi rafforzato o indebolito – dalle condizioni in cui viviamo. Un cambio di prospettiva che sposta la salute cerebrale dal perimetro della sanità a quello delle politiche economiche e sociali.

Il cervello come infrastruttura

«Le società umane complesse non possono funzionare senza un certo livello cognitivo diffuso», osserva Sacco. È una delle idee centrali della Commissione: il cervello non riguarda soltanto la sfera individuale, bensì rappresenta una condizione necessaria per il funzionamento di sistemi sociali fondati sulla conoscenza, sulla cooperazione e sulla capacità di affrontare sfide collettive sempre più complesse.

In quest’ottica, le grandi trasformazioni che attraversano le società contemporanee non dipendono soltanto da fattori economici, tecnologici o istituzionali. «Se parliamo di transizione ecologica, per esempio, di partecipazione democratica e, in generale, di adattamento a un mondo sempre più complesso, stiamo parlando anche di cervelli che funzionano bene», spiega. «Questi processi richiedono capacità di comprensione, apprendimento, creatività, adattabilità e cooperazione che non possono essere date per scontate».

Da qui l’idea degli autori che «i cervelli sono infrastrutture». Così come reti energetiche, sistemi di trasporto o connessioni digitali fungono da telaio per il funzionamento materiale delle società, il brain capital ne sostiene la capacità collettiva di generare innovazione, affrontare l’incertezza e costruire resilienza. In un’economia sempre più fondata sulla conoscenza, investire sul cervello significa quindi investire sulla capacità delle società di prosperare in un contesto di crescente complessità.

Dalla teoria alle politiche pubbliche

Se il cervello è un fattore imprescindibile per il benessere delle persone e per la capacità delle società di affrontare il cambiamento, è inevitabile chiedersi come proteggerlo e rafforzarlo: da qui il concetto di brain-positive transition, uno dei cardini del lavoro della Commissione. L’idea è che le grandi trasformazioni economiche, tecnologiche e sociali in corso vengano progettate tenendo conto del loro impatto sul cervello e sulle capacità cognitive delle persone.

Non soltanto sul fronte della prevenzione di malattie neurologiche o psichiatriche, ma nel senso più ampio di comprendere quali condizioni favoriscano, o al contrario frenino, il pieno sviluppo del capitale cerebrale lungo tutto l’arco della vita. «Non basta valutare una scelta per il suo effetto puro sull’economia. Occorre chiedersi anche se contribuisca a sviluppare quelle facoltà cerebrali avanzate che saranno sempre più importanti per affrontare le sfide del futuro», sottolinea Sacco.

Uno degli ostacoli principali è rappresentato, secondo il professore, dall’esposizione cronica allo stress. «Viviamo in un contesto in cui siamo costantemente sotto pressione, come se lavorassimo sempre con l’antifurto attivato, che suona in continuazione», osserva. Una condizione che, se protratta, può compromettere attenzione, apprendimento, capacità decisionali e benessere psicologico.

Per gli autori diventa quindi necessario progettare politiche pubbliche capaci non solo di ridurre i fattori di rischio, ma anche di creare contesti favorevoli allo sviluppo del capitale cerebrale.

Cervello e habitat

Quali sono, concretamente, le condizioni che favoriscono o ostacolano lo sviluppo del capitale cerebrale? È qui che entra in gioco il concetto di esposoma, al centro del gruppo di lavoro di cui Sacco fa parte. Alla base c’è l’idea che il cervello non sia il semplice prodotto del patrimonio genetico, ma il risultato delle continue interazioni con l’ambiente lungo tutto l’arco della vita. In quest’ottica, fattori come alimentazione, attività fisica, sonno e ambienti digitali contribuiscono a modellarne il funzionamento.

L’esposoma non comprende soltanto fattori ambientali in senso stretto, come l’inquinamento o la qualità dell’aria. «Parliamo anche di istruzione, relazioni sociali, disuguaglianze economiche, contesto urbano, accesso alla cultura e perfino dell’esperienza di eventi traumatici come conflitti e guerre», spiega Sacco.

«La brain economy – sottolinea l’esperto – non nasce però soltanto per mettere in evidenza i costi associati al deterioramento della salute cerebrale: non vediamo il cervello come una “superficie” su cui agiscono le esposizioni, bensì come un organo che modella continuamente il proprio ambiente». L’intenzione, insomma, non è creare un semplice registro dei danni. «L’obiettivo è anche comprendere quali condizioni favoriscano lo sviluppo delle capacità cognitive, della regolazione emozionale e dell’adattamento all’ambiente, in un’ottica che richiama il concetto di flourishing della psicologia positiva».

La posta in gioco, aggiunge Sacco, non riguarda soltanto la salute individuale: «si stima che l’impatto economico della disregolazione di questi sistemi sia superiore alla somma dei costi associati alle malattie oncologiche e cardiovascolari». Un’osservazione che aiuta a comprendere perché la Commissione consideri la salute cerebrale non come una questione settoriale, ma come un fattore in grado di influenzare produttività, innovazione e resilienza delle società.

Tra gli aspetti che stanno attirando più attenzione vi è il ruolo della partecipazione culturale. «L’esposizione sostenuta a stimoli artistici e culturali rallenta di circa sette anni e mezzo l’orologio biologico di invecchiamento del cervello», fa notare Sacco: un dato che fa emergere quanto aspetti raramente considerati nelle politiche economiche possano invece avere effetti misurabili sulla salute cerebrale.

Nuove forme di disuguaglianza

Ma questo cambio di paradigma apre anche a nuove criticità. Una tra tutte: chi ne beneficerà maggiormente? Un rischio è che le trasformazioni tecnologiche in corso amplifichino disuguaglianze già esistenti, o ne producano di nuove.

L’esempio più evidente è rappresentato dall’intelligenza artificiale. Contrariamente a quanto spesso si pensa, l’IA non agisce come un “moltiplicatore” uguale per tutti. «Sopra una certa soglia di conoscenza l’intelligenza artificiale amplifica le capacità cognitive; sotto una certa soglia, che possiamo definire critica, le desertifica», commenta Sacco. Il punto, spiega il ricercatore, è che stiamo entrando in una fase di cognizione ibrida, in cui esseri umani e sistemi di intelligenza artificiale collaborano sempre più strettamente nella produzione di conoscenza e nella risoluzione dei problemi.

E in questa dimensione, chi dispone già di solide competenze tenderà a beneficiare maggiormente degli strumenti digitali, uscendone super-abilitato, mentre chi parte da condizioni di svantaggio rischia di rimanere ulteriormente indietro. «A seconda di come io riesco a usare i mezzi offerti dall’intelligenza artificiale le disuguaglianze, cognitive o relazionali che siano, si amplificano in maniera mostruosa», aggiunge il professore.

È anche per questo che la brain-positive transition non può limitarsi a promuovere l’innovazione tecnologica: «una delle nostre più grandi sfide per il futuro, dal punto di vista della giustizia sociale ma soprattutto della sostenibilità sociale, consiste nel creare le condizioni affinché il maggior numero possibile di persone possa sviluppare le competenze che consentono di utilizzare le nuove tecnologie come strumenti di potenziamento e non come fattori di esclusione».

Un’agenda per la politica

Che cosa dovrebbero fare concretamente i governi? Una delle implicazioni più immediate del ragionamento proposto dalla Commissione riguarda l’educazione. Secondo Sacco, i sistemi formativi andrebbero profondamente riformati con maggiore attenzione allo sviluppo di competenze come adattabilità, pensiero critico e creatività, destinate ad assumere un ruolo sempre più importante nelle economie fondate sulla conoscenza.

Un secondo fronte riguarda il rapporto tra giovani e piattaforme digitali. Il tema non è demonizzare la tecnologia, bensì comprendere come progettare ambienti digitali che siano compatibili con le esigenze di un cervello in via di sviluppo e il benessere mentale delle nuove generazioni (ripensando per esempio le modalità di scrolling, il tipo di esperienza, il livello e la frequenza degli stimoli). «Un qualcosa che possono fare solo i governi, i quali hanno modo di negoziare con le grandi piattaforme», puntualizza Sacco.

Un’altra priorità indicata dalla Commissione è integrare la salute cerebrale nei processi di pianificazione e nelle politiche di salute pubblica. Secondo Sacco, fattori come attività fisica, alimentazione e qualità degli ambienti sociali vengono ancora affrontati separatamente, senza considerare pienamente il loro impatto sul funzionamento del cervello.

L’ambizione più profonda del gruppo di lavoro è spostare il cervello dalla periferia al centro delle strategie con cui le società immaginano il proprio futuro. «La nostra capacità di far funzionare le economie e rispondere alle sfide che ci troviamo di fronte è legata all’integrare tutti questi principi all’interno di un nuovo modello di governance. Se non lo facciamo, gli effetti purtroppo saranno molto negativi», osserva Sacco. «A questo punto la brain economy è letteralmente il principio guida dell’economia del XXI secolo».

Keypoints

  • La salute cerebrale potrebbe diventare uno dei principali determinanti della resilienza economica nel XXI secolo.
  • La Brain Health for Economic Resilience Commission, appena istituita, punta a rendere il brain capital una nuova categoria di analisi per governi e decisori.
  • Il cervello non viene qui considerato soltanto come oggetto di cura, bensì come una vera e propria infrastruttura sociale ed economica.
  • Ambiente, istruzione, relazioni sociali, cultura e tecnologie contribuiscono a modellare il funzionamento cognitivo delle popolazioni.
  • L’intelligenza artificiale rischia di amplificare le disuguaglianze esistenti se non accompagnata da adeguati investimenti nelle competenze.

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