Milano capitale della ricerca sul diabete: al via il 62° Congresso EASD, tra nuove terapie e sfide per la cura

Diabete, dalle terapie GLP-1 alla medicina di precisione: le nuove frontiere della cura al centro del Congresso EASD

di Alessandra Romano
Immagine di Alessandra Romano

Alessandra Romano

Perché ne stiamo parlando
Da oggi e fino al 2 ottobre, a Milano si discute della rivoluzione farmacologica avviata dagli agonisti del recettore GLP-1, delle nuove tecnologie per il monitoraggio e il controllo della glicemia, e delle prospettive aperte dalla medicina rigenerativa per il trattamento del diabete di tipo 1.

Getting your Trinity Audio player ready...

A diciotto anni dall’edizione del 2008, ospitata a Roma, l’Italia torna ad accogliere uno dei principali appuntamenti internazionali dedicati alla ricerca e all’innovazione nel campo del diabete: il 62° Congresso dell’European Association for the Study of Diabetes (EASD), in programma dal 29 settembre al 2 ottobre.

Sono attesi oltre 15mila esperti ed esperte provenienti da tutto il mondo, che nel corso delle quattro giornate si confronteranno sui principali progressi compiuti nel campo della diagnosi e del trattamento del diabete e su cosa resta ancora da fare per migliorare il percorso di cura dei pazienti: oltre mezzo milione di persone nel mondo tra 20 e 79 anni e oltre un milione di bambini e adolescenti con diabete di tipo 1.

Al centro del confronto, anticipa a INNLIFES Francesco Giorgino, presidente dell’EASD e professore ordinario di Endocrinologia all’Università di Bari Aldo Moro, ci saranno alcune delle innovazioni che stanno trasformando il settore: dalla rivoluzione farmacologica avviata dagli agonisti del recettore GLP-1 alle nuove tecnologie per il monitoraggio e il controllo della glicemia, fino alle prospettive aperte dalla medicina rigenerativa per il trattamento del diabete di tipo 1.

«Ci saranno molti contributi sulla rigenerazione delle cellule che producono insulina, le beta-cellule, che rappresenta ancora una sfida molto importante per la cura definitiva sia del diabete di tipo 1 sia del diabete di tipo 2. Ampio spazio sarà dedicato ai lavori sul metabolismo, quindi sui segnali che partono da alcuni organi e interessano altri organi, molto importante per comprendere una patologia così articolata come il diabete di tipo 2. Si discuterà dell’eterogeneità di entrambe le forme di diabete e, in particolare, delle forme di tipo 2 a insorgenza precoce, che oggi osserviamo anche in persone di 20 o 30 anni. Grande attenzione sarà riservata anche al danno d’organo e alle nuove terapie: dagli agonisti del GLP-1 ai doppi e tripli agonisti, fino ai farmaci studiati per contrastare la perdita di massa muscolare associata a importanti cali ponderali. Infine, si parlerà di intelligenza artificiale, nuove tecnologie per la cura del diabete e medicina di precisione».

Professore, negli ultimi anni, farmaci come gli agonisti del recettore GLP-1 e, più recentemente, le molecole con attività di multi-agonisti hanno rivoluzionato il trattamento del diabete di tipo 2. Quanto è cambiata la gestione della malattia?

«Proprio venerdì, nell’ultimo giorno del congresso, sarà presentata la nuova Consensus realizzata dall’American Diabetes Association e dall’EASD, da sempre un riferimento internazionale per la terapia del diabete. Per la prima volta, il documento indica che, sin dalla diagnosi o in prossimità della diagnosi di diabete di tipo 2, terapie come gli analoghi del GLP-1, il doppio agonista GLP-1/GIP tirzepatide, e le gliflozine debbano essere considerate prioritarie, anche prima della metformina, con la possibilità di utilizzarle in combinazione in alcuni pazienti.

Questo perché i loro benefici vanno oltre il controllo della glicemia: comprendono la protezione cardiovascolare e renale, la riduzione del rischio di scompenso cardiaco e, sulla base delle evidenze emergenti, possibili benefici anche sulla malattia metabolica del fegato».

Quanto stanno incidendo le nuove tecnologie, come il monitoraggio continuo della glicemia e l’intelligenza artificiale, sulla gestione del diabete e sulla qualità di vita dei pazienti? Quali sono i principali vantaggi e i limiti di questi strumenti?

«La vera sfida è trasformare la grande quantità di informazioni raccolte da questi dispositivi in strumenti utili per personalizzare le cure e migliorare la qualità di vita delle persone con diabete.

Nel corso del Congresso ci sarà la presentazione di una linea guida elaborata proprio dall’EASD sull’utilità del monitoraggio continuo della glicemia nel diabete di tipo 2, che ne estende l’impiego a diverse categorie di pazienti.

Si tratta di una tecnologia che offre importanti opportunità per migliorare la gestione della malattia, ma che deve necessariamente essere integrata in un percorso di educazione terapeutica. È fondamentale sapere interpretare i dati e tradurli in scelte terapeutiche appropriate e indicazioni concrete per il paziente aiutandolo, per esempio, a comprendere come alimentarsi e quale sia il valore dell’attività fisica. Allo stesso tempo queste informazioni possono guidare il medico nel perfezionamento del regime terapeutico, attraverso la sostituzione, l’aggiunta o la sospensione di alcuni trattamenti».

Si sta facendo strada anche la proposta di superare il concetto di “prediabete” e considerare il diabete di tipo 2 come una malattia che evolve attraverso diversi stadi. Cosa cambierebbe, secondo lei, per la prevenzione e la gestione dei pazienti?

«Da una parte si stanno rivalutando i criteri diagnostici che definiscono un’alterazione della glicemia e il suo significato clinico; dall’altra si sta pensando di inserire queste alterazioni in un continuum della malattia. Un modello simile è già stato proposto per il diabete di tipo 1, suddiviso in stadi che ne descrivono l’evoluzione prima della comparsa dell’iperglicemia clinica. Alcuni colleghi hanno proposto di applicare un principio analogo, con le dovute differenze, anche al diabete di tipo 2.

Questo potrebbe aumentare la consapevolezza che già nelle fasi iniziali ci troviamo di fronte a una possibile manifestazione della malattia, consentendo di intervenire con maggiore attenzione e determinazione. Tuttavia, è necessaria cautela perché si tratta di sforzi ancora in corso».

Nel diabete di tipo 1 si stanno sperimentando diverse strategie per preservare o ripristinare la funzione delle cellule beta pancreatiche. Quali sono le prospettive più promettenti per arrivare a una possibile cura definitiva?

«Si tratta di una situazione ancora di frontiera, perché oggi non abbiamo soluzioni più concrete da offrire ai nostri pazienti. Tuttavia, un ambito nel quale stanno emergendo risultati interessanti è quello delle cellule staminali, che possono essere trasformate in cellule capaci di produrre insulina ed essere trapiantate anche senza necessità di immunosoppressione.

Ci sono anche industrie e aziende biotecnologiche che si stanno impegnando su questo. La partnership tra ricercatori del mondo accademico e industria è fondamentale per l’innovazione terapeutica».

Un’altra frontiera è quella del cosiddetto “pancreas artificiale”, che integra sensore glicemico e infusore di insulina. Quanto siamo vicini all’implementazione di sistemi capaci di gestire in autonomia la somministrazione dell’insulina anche durante i pasti e rendere le terapie anche più cucite su misura del paziente?

«Ad oggi i sistemi di somministrazione automatizzata dell’insulina disponibili sono prevalentemente ibridi: il paziente deve ancora annunciare i pasti, generalmente indicando la quantità di carboidrati o almeno fornendo una stima qualitativa del pasto, per ottimizzare la somministrazione prandiale. Sono in fase di sviluppo e validazione sistemi completamente automatizzati, capaci di gestire anche pasti non annunciati. I risultati sono promettenti, ma il controllo glicemico, soprattutto post-prandiale, non raggiunge ancora in modo consistente quello ottenibile con i sistemi ibridi quando il pasto viene correttamente annunciato».

Per concludere, quali sono secondo lei i cambiamenti che potrebbero incidere maggiormente sul futuro della cura del diabete?

«Puntare sullo screening, per individuare precocemente il diabete e intervenire prima che si verifichino danni irreversibili, mettendo i pazienti al centro delle scelte terapeutiche. Affinché questo approccio si concretizzi, è necessario che i sistemi sanitari dispongano delle risorse per garantire a ogni paziente l’accesso agli strumenti di cui ha bisogno. Il passaggio da un approccio reattivo a uno proattivo, fondato sulla prevenzione e sulla personalizzazione delle cure, potrebbe trasformare profondamente la pratica clinica».

Keypoints

  • Dal 29 settembre al 2 ottobre Milano ospiterà il 62° Congresso EASD, che riunirà oltre 15mila esperti da tutto il mondo per discutere le innovazioni nella cura del diabete e le sfide ancora aperte.
  • Dagli agonisti del GLP-1 ai farmaci multi-agonisti, le nuove terapie stanno trasformando la gestione del diabete di tipo 2, con benefici che vanno oltre il controllo della glicemia.
  • Monitoraggio continuo della glicemia: le nuove linee guida EASD ne estendono l’impiego anche ai pazienti con diabete di tipo 2 non trattati con insulina, aprendo nuove possibilità per personalizzare le cure.
  • Superare il concetto di prediabete e considerare il diabete di tipo 2 come una malattia che evolve attraverso diversi stadi potrebbe favorire interventi in fase precoce.
  • Dalla medicina rigenerativa ai sistemi automatizzati per la somministrazione dell’insulina, la ricerca apre nuove prospettive per migliorare la gestione del diabete e la qualità di vita dei pazienti.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Altri articoli

Iscriviti alla nostra newsletter

Rimani aggiornato su tutte le novità