Fondi pubblici per la ricerca italiana, il 2026 possibile anno di svolta. Parla Giovanni Tria, presidente di Enea Tech e Biomedical

Fondi pubblici per la ricerca italiana, il 2026 possibile anno di svolta. Parla Giovanni Tria, presidente di Enea Tech e Biomedical

di Mauro Miserendino
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Mauro Miserendino

Perché ne stiamo parlando
91 milioni investiti nel 2024, 120 milioni nel 2025. Ripercorriamo la storia e le sfide future della Fondazione che si appresta a cambiare nome in Tech Biomedical. «Investiamo in progetti di frontiera per lo sviluppo di nuovi poli tecnologici».

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L’impatto in Italia del capitale pubblico cresce e si avvia a diventare decisivo in tutti i campi della ricerca. Per la Fondazione Enea Tech Biomedical, ente pubblico nato per finanziare startup e PMI attraverso joint venture con i capitali privati, il 2026 potrebbe portare il salto di qualità, con il recupero del fondo per il trasferimento tecnologico: altri 250 milioni da spendere per agganciare, all’innovazione biomedica, biotech alimentare, informatica, IA, economia circolare. È atteso anche il cambio di nome, da Fondazione Enea Tech Biomedical a Tech Biomedical.

Ne parliamo con il presidente Giovanni Tria, ministro dell’Economia al tempo del primo Governo Conte, che ripercorre con noi gli inizi difficili della Fondazione e gli sforzi compiuti per portare sul mercato progetti in un settore che conta circa 6 mila piccole società, con 100 mila addetti totali.

Il capitale pubblico fin qui ha sostenuto innovazione in oncologia (30% del core business degli investimenti effettuati dalla Fondazione), neurologia, cardiologia, medicina rigenerativa, dispositivi medici, gestione del paziente, malattie rare. Ma in realtà, oggi Enea dovrebbe gestire due fondi “fratelli”.

«Dopo la costituzione nel 2020 con 500 milioni del fondo per il trasferimento tecnologico il governo, con la legge di bilancio 2022, ha affidato a un secondo fondo per la ricerca e lo sviluppo industriale biomedico metà della dotazione del primo fondo, cui si sono aggiunti 200 milioni e, per gli anni successivi, il 70% dei nuovi stanziamenti previsti in precedenza per l’altro fondo. Ma mentre il fondo biomedico è partito rapidamente, l’importo del fondo per il trasferimento non è mai stato trasferito alla Fondazione, malgrado quattro anni di nostre richieste.

Per politici o burocratici che fossero i motivi, il ritardo nel disporne ha comportato l’impossibilità di sostenere progetti di bandi importanti, come nell’agri-tech. La riforma che cambia nome alla Fondazione dovrebbe ora rimediare, trasferendole finalmente il fondo per il trasferimento tecnologico finora fermo nel bilancio Enea».

Come vengono utilizzate le risorse per progetti ritenuti interessanti?

«Dall’inizio ci proponiamo come infrastruttura tecnologica-scientifica nazionale per aiutare in particolare il passaggio dalla ricerca di base alle fasi successive, come sperimentazione preclinica e clinica e produzione per il mercato. Abbiamo adottato strategie su tre direzioni.

In primo luogo, adoperare un metodo di “venture capital” per investire su startup e piccole realtà italiane. Abbiamo emesso bandi e raccolto oltre 250 manifestazioni d’interesse. Abbiamo selezionato progetti su basi giuridiche, scientifiche, di sostenibilità economico-finanziaria. A tutto il 2024 abbiamo investito 91 milioni su 17 progetti, per un impegno medio tra 5 e 6 milioni, ed entro il 2025 arriviamo a 120 milioni.

L’approccio è diversificato: possiamo esaminare sia progetti inviati spontaneamente alla Fondazione, sia proposte da noi sollecitate appunto con bandi per manifestazioni di interesse. Chiediamo di adempiere ad alcuni requisiti, soddisfatti i quali il nostro intervento può variare a seconda delle situazioni. In genere effettuiamo investimenti in equity, acquisendo quote delle startup “interessanti”, ma non escludiamo altre forme di sostegno.

Una seconda missione è emettere noi bandi di finanziamento a fondo perduto che tendono ad attrarre la ricerca delle multinazionali in Italia. Se una grande industria sceglie università, centri di ricerca, Irccs italiani, noi possiamo co-finanziarne l’investimento. Un bando di questo tipo è stato elaborato e chiuso di recente con una nostra esposizione per 40 milioni.

La terza via è investire in progetti “di frontiera” per lo sviluppo di nuovi poli tecnologici, coinvolgendo partner scientifici strutturati e affidabili. Un po’ come è avvenuto per Human Technopole. Delle tre direttrici di azione, quest’ultima – che ci chiede di operare in una cornice legale pubblico/privata – è il percorso più impegnativo in termini finanziari, con esposizioni tra 70 e 100 milioni, e richiede tempo per la maggiore complessità».

Può farci alcuni esempi di polo tecnologico “disegnato” intorno a un progetto?

«Di fronte al Policlinico Gemelli esiste un progetto per ristrutturare una caserma dismessa e insediare laboratori di ricerca da mettere a disposizione di startup, aziende farmaceutiche e anche ricerca biomedica per la difesa. Un altro accordo pronto, con AIRC e IFOM, mira a realizzare una piattaforma per la diagnosi avanzata in oncologia. Un altro progetto riguarda l’avvio di una factory di organoidi da insediare in strutture di eccellenza dell’Irccs Santa Lucia e ISPRA, con l’obiettivo di mantenere in Italia la sperimentazione preclinica senza l’uso di animali. In quattro anni abbiamo costruito attori, competenze, attività, strategie. Il bilancio è molto buono».

Durante il convegno a Roma sulla ricerca biomedica come strumento di sicurezza nazionale, lei ha affermato che il capitale pubblico in un contesto di venture capital abilita quello privato riducendo il rischio soprattutto nelle fasi iniziali e nello scale up. È lì che un’impresa appena nata rischia lo stop?

«Ho inteso dire che il venture capital in Italia ha una sua ragione specifica di esistere. Siamo diversi dagli Stati Uniti e anche dal Regno Unito, dove è più forte l’azione dei fondi privati. Là hanno più risorse, scommettono su più progetti e la riuscita di uno li ripaga dello sforzo economico profuso per tutti. La loro idea è che se un progetto è buono si ripaga da solo e non serve il sostegno del capitale pubblico.

Tuttavia, il mercato finanziario in Italia ha più asperità. Ci sono situazioni dove il rischio percepito è troppo elevato per un privato. Progetti con un impatto potenzialmente molto benefico per la collettività e con buone prospettive di sostenibilità, ma con poca liquidità, rischiano di non andare avanti senza un investimento pubblico. Ma per questo tipo di interventi in Italia e nell’Unione Europea ci sono problemi».

La normativa UE non vi sostiene?

«Gli investimenti pubblici di questo tipo sono percepiti come aiuti di stato e noi siamo chiamati a non superare con il nostro investimento tetti e ambiti degli investimenti privati. Ma attenzione, la normativa UE è interpretata in modo diverso da uno stato membro all’altro. In Italia, la pubblica amministrazione è portata a percepirla in modo più stringente».

In che modo noi italiani “ci svantaggiamo”?

«Faccio un esempio. Durante il Covid-19 con il “temporary framework” l’UE sospese sul suo territorio le regole sugli aiuti di stato per il settore della ricerca e produzione biomedica a tutto il 2023. Ma le regole furono interpretate in vario modo. La scadenza temporale, identica per tutti gli stati membri, in Italia significava dover completare i progetti entro la data prescritta; in Francia entro lo stesso lasso di tempo era sufficiente avviare il progetto».

In che misura la ricerca biomedica è strumento di sicurezza nazionale?

«Le regole UE sugli aiuti pubblici non sono restrittive allo stesso modo per tutti i settori. Per la difesa militare c’è più elasticità. Per la ricerca biomedica si potrebbero applicare regole diverse dalle attuali perché si tratta di un settore che riguarda anch’esso la sicurezza nazionale. Il problema è che i metodi nuovi spaventano, si preferisce seguire strade vecchie».

Che cosa si augura per il 2026?

«Che sia possibile attivare il fondo per il trasferimento tecnologico. Che vengano portati avanti i progetti del fondo biomedico. E che ci siano nuove risorse, perché parte dei fondi stanziati anni fa sono stati definanziati. Questo non ci ha impedito di crescere e, anzi, in qualche modo ci ha evitato sprechi.

La Fondazione nasce perché durante il Covid al paese mancava un operatore nazionale con le nostre funzioni: la pandemia è stata affrontata da un Servizio sanitario regionalizzato, frammentato. Oggi la Fondazione si può candidare a pieno titolo al ruolo di attore “sistemico”, a sostegno della ricerca. I fondi ci sono, le potenzialità per crescere pure, e c’è l’interesse di quattro ministeri. Ma servirebbero strutture burocratiche in grado di dare un’interpretazione più agile delle norme UE sugli aiuti di stato, e servirebbe un approccio meno “frenante” per le soluzioni proposte dal mondo della ricerca».

Keypoints

  • Cresce l’impatto del capitale di stato nelle joint venture pubblico privato per la ricerca, la Fondazione Enea Tech Biomedical ne è un esempio
  • La Fondazione nasce perché durante il Covid al paese mancava un operatore nazionale con funzioni di supporto al trasferimento tecnologico in ambiti strategici
  • Costituito da due fondi, l’ente governativo ha tuttavia potuto contare solo sul Fondo biomedico, i cui finanziamenti a startup e piccole imprese, che ammontavano a 91 milioni nel 2024, quest’anno salgono a 120 milioni
  • Per il 2026 oltre al cambio di nome è atteso l’accesso al secondo fondo che finanzierà startup attive nel campo di economia circolare, agri-tech, informatica e deep-tech
  • La Fondazione aiuta le imprese che devono crescere sia acquistando quote, sia investendo sulle fasi della ricerca. Ma coopera anche con le multinazionali che usano i centri scientifici italiani per le loro ricerche e investe su infrastrutture strategiche.

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