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Fioretto (Cipomo): “E’ necessaria una nuova governance per l’oncologia italiana”

Perché ne stiamo parlando
Innovazione e sostenibilità è un binomio imperativo per il nostro Servizio sanitario nazionale e lo è (o almeno lo dovrebbe essere) in particolar per il sistema organizzativo dell’oncologia. Abbiamo chiesto a Luisa Fioretto, presidente del Collegio italiano dei primari oncologi medici ospedalieri (Cipomo), in che modo si può (e si deve) realizzare questo “matrimonio”.

Fioretto (Cipomo): “E’ necessaria una nuova governance per l’oncologia italiana”

“Per accogliere e valorizzare le innovazioni, garantendo equità d’accesso e sostenibilità per il Servizio Sanitario Nazionale abbiamo bisogno di rivedere l’organizzazione dell’oncologia e dare ai nostri professionisti sanitari indirizzi chiari e precisi”. A parlare è Luisa Fioretto, presidente del Collegio italiano dei primari oncologi medici ospedalieri (Cipomo), che ha realizzato un “Manifesto per il profilo del Primario oncologo medico ospedaliero oggi” sui temi oggi rilevanti per l’oncologia italiana.

Fioretto (Cipomo): “E’ necessaria una nuova governance per l’oncologia italiana”
Luisa Fioretto, Presidente Cipomo

Cosa rende “obsoleta” l’attuale organizzazione?

“Diversi fattori. Ma i più importanti sono: l’aumento delle diagnosi, della popolazione di ‘sopravvissuti’ al cancro e dell’età dei pazienti. Nel 2022 sono state registrate 390.700 nuove diagnosi di cancro. Gli screening e i nuovi trattamenti hanno favorito un aumento della sopravvivenza negli ultimi anni con un calo di mortalità del 10% negli uomini e dell’8% nelle donne. Questo significa che a 5 anni dalla diagnosi sono vivi il 65% delle donne e il 59% degli uomini. Nel 2020 in Italia c’erano 3,6 milioni di persone con una precedente diagnosi di cancro, il 6% della popolazione, il 39% tra i 60-74 anni e il 34% tra gli over 75”.

Questo come si ripercuote sul sistema organizzativo?

Se da un lato l’aumento della popolazione dei ‘sopravvissuti’ ci suggerisce che siamo più diventati più bravi a trattare il cancro, dall’altro indica che abbiamo dinanzi a noi una sfida complicata: gestire al meglio delle nostre possibilità un così ampio numero di pazienti. In particolare, per il primario di oncologia medica significa diventare capace di una maggiore flessibilità di gestione delle risorse disponibili rispetto ad una utenza oncologica prevalente in continua crescita. Significa anche che deve essere in grado di adottare modelli organizzativi interni al reparto che tengano conto della realtà in cui opera e della dimensione della struttura. Deve essere quindi parte attiva anche nella prevenzione ed adesione agli screening, oggi ‘scollegata’ da chi si occupa di cura e assistenza. Il primario deve quindi avere competenze manageriali per guidare la struttura rispetto al relativo contesto”.

Come sono cambiati i bisogni dei pazienti?

“Con l’aumentare della popolazione dei ‘sopravvissuti’ e della loro età media ci sono sempre più pazienti con malattia oncologica cronicizzata e con comorbidità, i quali richiedono interventi coordinati multispecialistici e multiprofessionali. Il concetto di ‘cura’ del paziente oncologico si è dunque evoluto da un modello di cura sequenziale ad un modello di gestione multidimensionale che include processi diagnostici, trattamenti attivi e di supporto, attenzione agli aspetti psicosociali e riabilitativi, informazione dei caregivers, gestione del follow-up, delle tossicità tardive o della terminalità senza trascurare il diritto all’oblio. Modello che si realizza attraverso la collaborazione di diverse figure professionali che si integrano tra loro lungo tutto il percorso della malattia”.

In questo contesto quale dovrebbe essere il ruolo del primario oncologo?

“Deve essere dotato di competenze clinico-professionali per la gestione clinica dei principali tumori solidi e, soprattutto, deve saper coordina i superesperti di patologia mantenendo una visione sistemica. Quindi, è necessario che il primario sappia promuovere un approccio multidisciplinare ed inter-professionale dell’assistenza, privilegiando il ruolo dell’oncologo quale principale referente del percorso diagnostico-terapeutico. E allo stesso tempo è fondamentale che sappia implementare una cultura di presa in carico globale della persona malata che comprenda la dimensione medica, psicologica e sociale”.

Serve una nuova organizzazione anche fuori dall’ospedale?

“Questo è certamente un nodo centrale. L’oncologia è la disciplina che più si è occupata dei percorsi diagnostici terapeutici e della loro integrazione tra ospedale e territorio favorendo, con la costituzione delle Reti oncologiche, appropriatezza e omogeneità dei percorsi di cura. La pandemia ha accelerato la necessità di razionalizzare gli accessi ospedalieri rafforzando l’assistenza territoriale. Le strutture territoriali, pur diversificate tra le molteplici realtà regionali – come le Case di Comunità, le Case della Salute, ecc. – acquisiranno progressivamente il ruolo di setting privilegiati di assistenza per quei pazienti cronici che non necessitano di cure in ospedali per acuti. Per questo al primario spetta il compito di realizzare percorsi integrati di assistenza operando in una logica di rete multilivello a elevata interconnessione con le altre specialità, attraversando i confini della propria struttura. Deve insomma garantire continuità tra ospedale e territorio. Per riuscirci è fondamentale che collabori attivamente e direttamente con i servizi territoriali, favorendo l’assistenza sul territorio dei pazienti che non necessitano di cure ospedaliere, promuovendo la delocalizzazione di prestazioni erogabili in sicurezza anche al domicilio. In questo possono giocare un ruolo cruciale gli strumenti innovativi di comunicazione che il primario oncologo deve saper maneggiare bene”.

Cosa si può fare per conciliare innovazione e bisogno di sostenibilità?

“E’ innegabile che gli alti costi dei farmaci oncologici, così come la carenza di personale sanitario, che permarrà per anni, abbiamo conseguenze culturali, organizzative e strutturali. Il ‘nuovo’ primario di oncologia dovrà dunque porre maggiore attenzione all’appropriatezza e sostenibilità dei percorsi di cura sia in termini di prestazioni diagnostico/terapeutiche che di corretto utilizzo dei differenti setting assistenziali (degenza ordinaria, day hospital, day service, ambulatorio, strutture territoriali, domicilio). Per questo occorre uno stile di leadership partecipativa e di condivisione delle linee di indirizzo professionale e organizzativo della struttura, curando anche l’aspetto motivazionale di ciascun collaboratore. E’ un compito complesso, a cui però non ci si può sottrarre, nel bene dei pazienti e di tutto il Servizio sanitario nazionale”.

La metamorfosi organizzativa dell’oncologia può essere considerata una sorta di banco di prova per il nostro Servizio Sanitario nazionale. Il Manifesto che il Cipomo ha indirizzato ai suoi primari è certamente un lodevole tentativo di re-indirizzare il lavoro dei vertici del sistema oncologico italiano. Ma necessita, nel contempo, di una forte risposta anche dalle istituzioni governative.

Keypoints

  • Abbiamo bisogno di rivedere l’organizzazione dell’oncologia e dare ai nostri professionisti sanitari indirizzi chiari e precisi
  • Nel 2022 sono state registrate 390.700 nuove diagnosi di cancro
  • Nel 2020 in Italia c’erano 3,6 milioni di persone con una precedente diagnosi di cancro
  • Il concetto di ‘cura’ del paziente oncologico si è dunque evoluto da un modello di cura sequenziale ad un modello di gestione multidimensionale
  • La pandemia ha accelerato la necessità di razionalizzare gli accessi ospedalieri rafforzando l’assistenza territoriale
  • Il “nuovo” primario di oncologia dovrà dunque porre maggiore attenzione all’appropriatezza e sostenibilità dei percorsi di cura

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