Francesca Patarnello: dove c’è ricerca, c’è collaborazione. Ecco perché il partenariato pubblico-privato è strategico per AstraZeneca

Francesca Patarnello: dove c’è ricerca, c’è collaborazione. Ecco perché il partenariato pubblico-privato è strategico per AstraZeneca

di Simona Regina
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Simona Regina

Perché ne stiamo parlando
La collaborazione pubblico-privato è una leva strategica per promuovere ricerca, innovazione e attrattività. Un approccio sistemico che unisce territori, istituzioni e imprese per far crescere le life sciences in Italia.

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Dove c’è ricerca, c’è collaborazione. Dalla ricerca di base alla sperimentazione clinica, è fondamentale infatti la sinergia tra attori diversi: centri universitari, istituti scientifici, ospedali, Irccs, aziende farmaceutiche. E la collaborazione pubblico-privato è imprescindibile per la ricerca in ambito life science: un mondo interconnesso, internazionale, pieno di opportunità di crescita e di sviluppo. Ne è convinta Francesca Patarnello, Vice President Market Access & Government Affairs di AstraZeneca Italia.

L’abbiamo incontrata per conoscere la strategia di AstraZeneca e capire perché le collaborazioni tra i diversi attori dell’ecosistema sono strategiche per la competitività del settore.

Patarnello, che valore ha il partenariato pubblico-privato per AstraZeneca?

«Il partenariato pubblico-privato per un’azienda che fa ricerca è un mindset. La vocazione alla ricerca implica inevitabilmente un’attitudine alla collaborazione, che noi trasferiamo in tutte le nostre attività. Per AstraZeneca, infatti, il partenariato è qualcosa di molto importante, ma anche di molto naturale. Significa apertura, ascolto, dialogo, ma anche costruire contesti di lavoro che abbiano la collaborazione come caratteristica fondante. Penso, per esempio, alla nostra presenza al Mind di Milano, dove si incrociano istituti pubblici, ospedali, università e aziende private, che collaborano in ambiti pre-competitivi»

In questa cornice si inserisce anche il protocollo d’intesa stipulato con la Regione Friuli Venezia Giulia?

«Sì. Nella gamma delle nostre attività pubblico-private, abbiamo instaurato rapporti formali di collaborazione con università e alcune Regioni. E il protocollo di intesa con la Regione Friuli Venezia Giulia corrisponde a questo mindset: creare collaborazioni all’interno di un framework programmatico concreto, che non siano semplicemente delle linee di indirizzo, ma che producano un impegno reciproco. Perché la collaborazione pubblico-privato deve attivare entrambe le parti, ciascuna con le proprie energie, risorse e competenze, all’interno di un programma di lavoro che ha finalità comuni: incentivare la ricerca e costruire un ambiente attrattivo per le life sciences. Questi sono obiettivi di sistema estremamente importanti per noi».

Di fatto quali sono le finalità del protocollo con la Regione FVG?

«Il protocollo si pone questi obiettivi e, in particolare, punta a migliorare la capacità di attivare studi clinici in una regione che è già ad alta intensità di ricerca, identificando e superando alcuni dei blocchi amministrativi e burocratici che si incontrano nella sperimentazione clinica. Migliorando, per quanto ci riguarda, per esempio i tempi o i modi con cui proponiamo delle sperimentazioni o i disegni sperimentali. D’altro canto, la Regione può identificare aree che vanno potenziate o reindirizzate verso una maggiore focalizzazione sull’attività di ricerca.

Abbiamo lavorato molto bene con l’amministrazione regionale proprio per definire queste aree di miglioramento.

Inoltre, abbiamo collaborato con il Collegio del Mondo Unito dell’Adriatico Onlus per definire modalità di comunicazione per i giovani, nell’ambito della prevenzione. Collaborazione che ci ha permesso di attivare anche in Italia il programma globale di AstraZeneca Young Health Programme, che mira a promuovere iniziative di prevenzione tra i giovani, perché proprio quando si è giovani si possono modificare i propri stili di vita ed è importante sensibilizzare proprio i più giovani sull’importanza della salute quale bene prezioso»

Ha fatto riferimento al vostro trasferimento al Mind. AstraZeneca è stata la prima azienda del farmaco a insediarsi nel distretto dell’innovazione di Milano. È stata una scelta strategica?

«È stata assolutamente una scelta strategica, non un trasloco. Scelta strategica che il nostro gruppo ha fatto anche in altri distretti, proprio per cercare di connettersi con altri attori pubblici e privati e ragionare insieme su scienza e ricerca. Siamo stati la prima azienda, abbiamo rischiato, ma questo fa parte della nostra attitudine all’innovazione».

Scommessa vinta?

«Sì.È molto interessante essere vicini a Human Technopole, all’Ospedale Galeazzi, aspettiamo che arrivi La Statale, che riempirà gli spazi di Mind di tantissimi giovani. Inoltre, essere vicini anche ad altre realtà industriali, diverse dal farmaceutico o parzialmente diverse, ci consente di avere un occhio sempre aperto sull’innovazione in generale. La chiusura al nostro mondo è uno dei pericoli che vogliamo evitare, perché chi produce e ricerca farmaci lo fa per una società che deve conoscere, di cui deve capire non solo malattia e salute, ma anche le potenzialità, le interconnessioni, il futuro. Per questo crediamo che essere in Mind sia strategico».

Gli attori dell’ecosistema life science italiano reclamano l’importanza e l’urgenza di adottare una strategia nazionale per le scienze della vita: perché c’è questa necessità?

«Credo che sia assolutamente necessario, perché quando parliamo di life sciences parliamo di un mosaico composto da tanti tasselli: ricerca, condizioni regolatorie, di accesso ai farmaci, attrattività degli investimenti, anche produttivi, ecc. Tutti questi tasselli devono essere integrati in una visione d’insieme, perché solo così si può rendere il sistema più competitivo e attrattivo. Il tema dell’attrattività nell’area dell’innovazione tecnologica e della ricerca, purtroppo, è una sfida che affligge l’Europa, che ha perso competitività, e affligge anche l’Italia, nonostante le grandi eccellenze che ci sono nel nostro Paese, soprattutto nella ricerca scientifica. La mancanza di una strategia si vede nell’isolamento tra le diverse politiche: per il farmaco, per i dispositivi medici, per la ricerca.

Non si tratta semplicemente di una questione di governance dei singoli settori, quanto di una visione organica, chiara e di lungo periodo, che riconosca anche l’impatto strategico del settore sull’economia del Paese. Non significa confondere la salute con l’economia, ma comprendere che un settore forte come il life science può attrarre investimenti e talenti, e quindi generare valore sia per i cittadini sia per lo sviluppo industriale e occupazionale.

Stiamo vivendo una fase di grandissimo sviluppo: le pipeline delle aziende godono di scoperte scientifiche che hanno portato allo sviluppo di farmaci che, fino ad alcuni anni fa, neppure immaginavamo. Si pensi ai nuovi farmaci oncologici, ai biologici per l’asma severo e il lupus, alle nuove strategie di cura per il diabete e le malattie cardiovascolari, fino alle CAR-T e alle terapie geniche che si stanno sviluppando anche per patologie non oncologiche o non ematologiche: nuove strategie che possono cambiare la storia di molte malattie o migliorare significativamente la qualità di vita dei pazienti.

Ma dobbiamo necessariamente dotarci di strumenti più potenti a supporto dell’attrattività degli investimenti e questo richiede attività di policy e coordinamento tra più ministeri e istituzioni. Ma anche un cambiamento di mentalità tra le persone, che dovrebbero vedere nel settore non solo qualcosa che produce valore per noi come futuri – speriamo più tardi possibile – pazienti, ma anche un motore di crescita economica. Il life science è un settore ricco e non solo in termini economici: è un ambiente ad altissimo know-how, dove lavorano tantissimi giovani laureati, ben retribuiti, che costantemente si confrontano a livello internazionale. Insomma, il life science è un settore che offre opportunità concrete di crescita e sviluppo, molto importante per il futuro dell’Italia».

Keypoints

  • Francesca Patarnello è Vice President Market Access & Government Affairs di AstraZeneca Italia.
  • Il partenariato pubblico-privato è parte integrante della cultura aziendale di AstraZeneca.
  • La collaborazione tra attori diversi è fondamentale in tutte le fasi della ricerca.
  • Il protocollo con la Regione Friuli Venezia Giulia punta a migliorare la sperimentazione clinica.
  • L’insediamento in Mind rappresenta una scelta strategica di AstraZeneca per connettersi con i diversi attori dell’ecosistema dell’innovazione.
  • Patarnello ribadisce che serve una strategia nazionale per valorizzare il settore life science.
  • Le scienze della vita sono un motore di sviluppo economico, occupazionale e sociale.

 

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